La battaglia di Flondar, detta anche disfatta di Flondar (dal nome della più importante altura riconquistata dagli austro-ungariciSilvestri 2006, p. 29) fu un contrattacco sferrato da reparti scelti austriaci e da due divisioni al comando del generale Svetozar Borojević von Bojna contro le posizioni italiane attorno al Monte Ermada. Benché inferiori di numero, gli austro-ungarici sorpresero le difese italiane e, impiegando le nuove tattiche d'assalto, riuscirono a riconquistare alcune importanti posizioni, dando così respiro alle loro prime linee.
La sconfitta, sia pur tatticamente limitata, che costò pesanti perdite, tra cui circa prigionieri al Regio Esercito e circa 7500 agli austro-ungarici, fu deplorata dagli alti comandi che sottovalutarono le novità tattiche introdotte dagli austriaci, e invece ritennero responsabile una presunta debolezza morale delle truppePieropan 1988, pp. 289 e 290-291.
Situazione strategica sul fronte italiano
La sera del 26 maggio 1917 il generale Luigi Cadorna, capo di Stato maggiore generale del Regio Esercito, aveva deciso di interrompere i combattimenti in corso dal 12 maggio nel settore del Carso e dell'Isonzo del fronte italiano, mettendo fine alla cosiddetta decima battaglia dell'Isonzo, la nuova grande offensiva sferrata per raggiungere finalmente obiettivi strategici decisiviPieropan 1988, p. 283.
Il generale Cadorna aveva impiegato una forza complessiva di circa uominiDi questi soldati, solo circa erano fanti, mentre i restanti erano assegnati all'artiglieria, ai servizi e ai comandi; in: Silvestri 2006, p. 25 schierati dalla zona di Gorizia a nord fino al mare a sud; ma, nonostante questo grande impegno di uomini e mezzi, i risultati raggiunti erano stati ancora una volta limitati e non risolutivi. Alcune posizioni importanti erano state conquistate, in particolare nel settore settentrionale erano caduti il massiccio del monte Kuk e del monte Vodice ed era stata allargata la testa di ponte di Plava, ma il monte Santo di Gorizia, da cui si poteva più facilmente controllare l'omonima città, era rimasto in mano nemica. Nel settore del Carso le truppe italiane avevano guadagnato terreno avvicinandosi al Monte Ermada. Questi risultati tattici erano stati raggiunti solo dopo combattimenti estenuanti e cruenti che avevano decimato molte formazioni italiane; al termine della battaglia le perdite ammontarono a morti, feriti e dispersi e prigionieri; le truppe erano esauste e affaticatePieropan 1988, pp. 282-284.
L'Imperial regio Esercito austro-ungarico aveva dimostrato ancora una volta combattività e abilità tattica, riuscendo a mantenere le posizioni più importanti ed infliggendo pesanti perdite al nemico; tuttavia anche le truppe austro-ungariche avevano molto sofferto durante gli aspri combattimenti su un terreno impervio e inospitale ed avevano subito la perdita di morti, feriti e dispersi e prigionieriPieropan 1988, p. 284. Dal punto di vista strategico, al termine della decima battaglia, era soprattutto preoccupante per gli austro-ungarici la situazione delle difese del Monte Ermada, che si trovavano ora a soli 2,5 km di distanza dalle posizioni raggiunte dalle truppe italiane; si temeva che la caduta di quell'importante sistema fortificato avrebbe potuto aprire la strada per Trieste e minare la solidità dell'intera ala sinistra dello schieramento austro-ungarico. Il 26 maggio il generale von Schenk, comandante del XXIII corpo d'armata che presidiava il settore, evidenziò queste difficoltà e propose di contrattaccare per riconquistare la posizione di Flondar e guadagnare terreno a ovest dell'ErmadaPieropan 1988, p. 285.
A Postumia, quartier generale della 5ª Armata, il generale Svetozar Borojević, comandante in capo della linea dell'Isonzo, concordò pienamente con il suo subordinato e già il 28 maggio venne disposta l'organizzazione di una controffensiva programmata per il 4 giugno. Per eseguire l'attacco vennero costituiti, sotto la direzione del generale Schneider von Manns-Au, comandante della 28ª Divisione fanteria, due gruppi operativi con una serie di reparti di rinforzo: a Medeazza vennero raggruppati sette battaglioni della XII brigata da montagna e del 63º reggimento di fanteria, mentre a San Giovanni di Duino furono raccolti il 28º reggimento boemo e una parte del 51º reggimento; a nord venne schierata la 19ª Divisione di fanteria per sferrare un attacco diversivo contro il Dosso FaitiSecondo Mario Silvestri parteciparono anche altre forze: complessivamente un totale inferiore a 4 divisioni. In: Silvestri 2006, p. 27. venne particolarmente potenziata l'artiglieria assegnata alla controffensiva che, organizzata in gruppi tattici coordinati, passò al comando del colonnello Janečka. Il piano dell'alto comando austriaco prevedeva di simulare un attacco contro il Dosso Faiti, mentre in realtà il vero obiettivo avrebbe dovuto essere la riconquista di posizioni a ovest dell'Ermada, per proteggere questa posizione di grande importanza strategica.
La 3ª Armata italiana del Duca d'Aosta, che aveva condotto la maggior parte degli attacchi e dalla quale dipendeva il I Gruppo aereo, era uscita pesantemente provata dalla decima battaglia dell'Isonzo; tuttavia l'alto comando prevedeva un'imminente ripresa dell'operazioni offensive, le posizioni raggiunte quindi non furono organizzate per una difesa, mancavano di adeguati ricoveri, ripari e ostacoli in grado di contrastare eventuali contrattacchi nemici. In particolare nel settore del VII corpo d'armata le difese erano deboli e consistevano soprattutto in muretti in pietrame con cavalli di frisia; solo in alcuni tratti si era cominciato a scavare delle trincee. Il VII corpo era schierato su una linea che partiva dalla zona di Fornaza a nord, dove si congiungeva con le forze del XXIII corpo, proseguiva ad est del villaggio di Comarie, poi sul crinale di Flondar con le quote 146Il numero identifica l'altezza del colle e 145, quindi si appoggiava alle quota 110 a ovest di Medeazza, attraversava la linea ferroviaria Monfalcone-Trieste e si concludeva a ovest del villaggio di San Giovanni di DuinoPieropan 1988, pp. 285-286.
Il VII corpo disponeva di tre divisioni per presidiare il suo settore del fronte. A nord la 16ª Divisione di fanteria occupava il villaggio di Comarie e quota 146 con la brigata Siracusa, e teneva in riserva parte della brigata Trapani; al centro la 20ª Divisione di fanteria schierava gran parte delle brigate Puglie e Ancona da quota 146 al settore di Flondar; a sud la 45ª Divisione difendeva con la brigata Verona la zona compresa tra quota 145 e il fiume Timavo, con in riserva un reggimento della brigata Murge. Alcuni battaglioni erano stati sistemati in precarie condizioni all'interno di due gallerie ferroviarie situate a ovest della prima linea. Si trattava di uno schieramento molto concentrato che durante la battaglia fu di ostacolo per la difesa; le truppe italiane, ammassate in spazi ristretti, trovarono difficoltà nelle manovre e, mancando adeguati ricoveri, si trovarono esposti ai violenti attacchi austriaci.
La battaglia Il contrattacco austro-ungarico del 4 giugno La controffensiva austriaca ebbe inizio al mattino del 3 giugno 1917 con un bombardamento di artiglieria e un attacco diversivo contro il settore dell'XI corpo d'armata italiano nel settore del Dosso Faiti sul fianco settentrionale della 3ª Armata; gli austro-ungarici in un primo tempo conquistarono la posizione del dosso ma vennero poi contrattaccati e respinti dalla brigata Tevere. Nel settore di Fornaza, difeso dal XXIII corpo, gli attacchi non raggiunsero alcun risultato. Nel settore del VII corpo d'armata non si erano verificati grandi attacchi nemici e la situazione sembrava sotto controllo; alle ore 21.30 tuttavia il comando della 3ª Armata prescrisse "attiva e continua vigilanza per prevenire ed arrestare prontamente qualsiasi tentativo di attacco nemico".
Alle ore 04.00 del 4 giugno 1917 gli austro-ungarici diedero improvvisamente inizio ad un violento fuoco di artiglieria diretto contro la prima linea del VII corpo, le retrovie e gli sbocchi delle gallerie; il bombardamento continuò per soli 40 minuti ma provocò l'interruzione delle comunicazioni tra le postazioni nemiche, i collegamenti telefonici saltarono, mentre una fitta coltre di fumo impedì le comunicazioni ottichePieropan 1988, p. 287. L'azione di comando del VII corpo d'armata divenne molto difficile. Subito dopo la fine del bombardamento la fanteria austro-ungarica passò all'attacco, preceduta da gruppi d'assalto (Stosstruppen) incaricati di penetrare nelle linee e infiltrarsi in profondità. Impiegando una tecnica usata dai loro alleati tedeschi, gli austro-ungarici cercarono di individuare i punti più deboli dello schieramento italiano per concentrarvi gli attacchi, senza accanirsi ulteriormente verso posizioni più tenacemente difeseSilvestri 2006, p. 28. In questa fase tuttavia la fanteria austriaca, attaccando immediatamente, subì alcune perdite a causa della non ancora del tutto efficiente coordinamento con la propria artiglieria.
La controffensiva austriaca venne condotta da sei battaglioni e raggiunse alcuni successi penetrando nei punti di collegamento tra la 16ª e la 20ª Divisione italiana, schierate a nord, e tra la 20ª e 45ª Divisione, che era in posizione più a sud; in particolare in quest'ultimo settore, difeso da un battaglione del 71º reggimento, appena arrivato in posizione e privo di solide fortificazioni, gli austriaci riuscirono ad avanzare in profondità attraverso le deboli difese, aggirarono e conquistarono quota 135, quindi proseguirono verso l'imbocco della galleria settentrionale della ferrovia Trieste-Monfalcone. Contemporaneamente altri reparti austriaci marciarono sui fianchi ed alle spalle degli altri due battaglioni del 71º reggimento, che subirono perdite elevatissime e furono in parte distrutti; venne persa anche quota 145. Il brigadier generale Fulvio Riccieri, comandante della brigata Puglie, e il colonnello Costa, comandante del 71º reggimento, rimasero gravemente feriti.
L'avanzata austro-ungarica metteva in pericolo le posizioni del IV battaglione dell'86º reggimento che occupava quota 43 e schierava due compagnie dentro la galleria settentrionale e altre due a copertura della rotabile vicino alla linea ferroviaria. Il comando della brigata Verona diede ordine a questi reparti di abbandonare subito le posizioni e ripiegare sulle quote 36 e 58 a copertura della ferrovia, ma alle ore 05.30 quando le compagnie dentro la galleria cercarono di uscire, vennero bloccate dal fuoco delle mitragliatrici degli austriaci che erano già arrivati all'imbocco nord. Altri reparti nemici raggiunsero lo sbocco sud della galleria, isolando dentro le due compagnie che dovettero arrendersi; anche le altre due compagnie schierate all'aperto, attaccate dall'alto con bombe a mano e mitragliatrici, si disgregarono; solo piccoli gruppi di soldati riuscirono ad evitare la cattura e ripiegarono su quota 36, insieme ai resti del 71º reggimento.