La battaglia di monte Piana fu una lunga e sanguinosa serie di scontri avvenuti sulla sommità dell'omonimo monte facente parte del massiccio delle Dolomiti di Sesto. Tra il 1915 e il 1917 si consumarono alcuni dei più violenti scontri tra soldati italiani e austro-ungarici che per ben due anni lottarono sulla sommità pianeggiante di questo monte. Fu uno dei teatri più sanguinosi e statici di tutta la guerra, e nonostante la superiorità di uomini del Regio Esercito, i comandi italiani non furono in grado di conquistare le postazioni dominanti sul monte occupate dagli austriaci, sia per la superiorità delle posizioni difensive nemiche che per errori tattici in una guerra nuova e insolita in alta montagna.
Premesse
Sebbene l'Italia fosse un membro della Triplice AlleanzaIl primo trattato della Triplice Alleanza fu firmato a Vienna il 20 maggio 1882 dal Ministro degli Esteri austriaco Gustav Kálnoky, dall'ambasciatore italiano a Vienna Felice Nicolis di Robilant e dall'ambasciatore tedesco, il principe Heinrich von Reuss VII con Austria-Ungheria e Germania, non entrò in guerra nell'agosto 1914 sostenendo che nessuno dei suoi alleati era stato attaccato direttamente. L'Italia aveva inoltre una forte rivalità con l'Austria-Ungheria che risaliva al congresso di Vienna del 1815, dopo le guerre napoleoniche, quando città a maggioranza italiana vennero cedute all'Austria.
I confini stabiliti dopo la guerra del 1866 avevano in quasi tutti i casi favorito gli austriaci, il confine prevalentemente montuoso, che nella sua parte occidentale corrispondeva quasi ovunque con l'attuale limite amministrativo della regione Trentino-Alto Adige avvantaggiava gli austriaci che si trovavano ovunque in una situazione di vantaggio geografico, in quanto si trovavano in posizione sopraelevata rispetto agli italiani.. Diversa però fu la situazione a monte Piana, dove permaneva l'antica frontiera fra il Tirolo e la Repubblica di Venezia, sancita da cippi sul tavolato sommitale del monte; questo era quasi per intero territorio italiano che penetrava in territorio austriaco formando un cuneo puntato verso Dobbiaco.. Gli austriaci dal canto loro si pararono da tale minaccia trasformando il monte Rudo in una fortissima posizione di artiglieria completata dalle batterie posizionate sul col di Specie (sopra Pratopiazza) e sulla torre dei Scarperi, in grado di tenere il pianoro di monte Piana interamente sotto tiro. Allo scoppio del conflitto tra Italia e Austria-Ungheria il monte Piana si trovò in mezzo ad un fondamentale crocevia, che se conquistato avrebbe portato le truppe italiane ad entrare a Dobbiaco, e quindi poter dirigersi verso Brunico o addirittura Lienz.
La tranquillità di questo monte fu infranta già nei primi giorni di guerra, quando monte Piana si svelò per quello che era nella visione strategica del conflitto, un gigantesco monte spianato alla sommità, di quello che all'inizio del XX secolo era uno dei nodi cruciali del fronte dolomitico orientale, che se sfondato avrebbe portato direttamente in val Pusteria e ferrovia, nodo vitale delle comunicazioni austriache.
La guerra su monte Piana
Il 23 maggio alle 19.00 l'Imperial-Regio ufficio postale di Landro venne informato telefonicamente che l'Italia aveva dichiarato guerra all'Austria-Ungheria. Nella notte le sentinelle austriache abbandonano i loro posti lungo la sommità nord del monte Piana per portarsi a valle nelle linee difensive, e nel contempo distrussero tutti i sistemi viari. Lo stesso fanno gli italiani la mattina del 24 maggio, quando gli alpini diedero fuoco alla Piano-Hütte, costruirono trincee lungo l'orlo meridionale e mandarono un plotone nei pressi della piramide Carducci, che costituiva il posto italiano più avanzato.
I primi morti italiani sul fronte del Cadore furono 2 alpini della 67ª compagnia, che intorno alle 8 e mezza del 24 maggio furono colpiti da una granata sparata dalla batteria austriaca di Croda dei Rondoi. Tutti gli alpini, liberi dal servizio, si precipitarono nei grandi alberghi della zona, in cerca di spie; nella cabina del Grand Hotel trovarono però solo un migliaio di bottiglie dei migliori vini europei, dei quali peraltro fecero strage (in verità il vino venne pagato con un mese di paga dagli ufficiali alpini, più il contributo degli ufficiali).
Il 27 maggio gli austriaci trasportano sul passo Grande dei Rondoi un obice che iniziò subito a battere il Piana. In quei giorni la linea di monte Piana che andava dalla piramide Carducci allo strapiombo sul Vallon dei Castrati, era presidiata dagli alpini che effettuarono continue perlustrazioni in val Popena e val Rimbianco mentre il 1º giugno due nuclei di zappatori diede fuoco alla caserma Rienza e con la gelatina interruppero il sentiero che dal paese presidiato dagli austriaci a ovest di monte Piana, Carbonin, portava a Forcella dei Castrati.
Da parte austriaca il nuovo arrivato feldmaresciallo Ludwig Goiginger, comandante della divisione Pustertal, richiese l'invio di rinforzi per un'azione sul monte Piana, del quale aveva già riconosciuto la fondamentale importanza strategica. Non bisognava permettere agli italiani di insediarsi stabilmente sul monte, fortificandolo e trasportandovi artiglierie a sufficienza, per aprire il tanto agognato passaggio fino a Dobbiaco, così Goiginger, dispose una prima azione da compiersi nella notte fra il 6 e 7 giugno..
Attacco austriaco del 7 giugno 1915
Il 7 giugno, in preparazione all'attacco, l'artiglieria austriaca iniziò a bersagliare le postazioni degli italiani già dalle 4 del mattino del giorno. Nel silenzio di una notte di maltempo, due gruppi d'assalto di Standschützen salirono lentamente verso la sommità piatta del monte, il primo gruppo assalitore partito da Carbonin sotto la guida del sottotenente Wilhelm Bernhard era il più numeroso, arrivò nella conca occidentale verso le 5,30 e col favore delle tenebre neutralizzò rapidamente le prime sentinelle, e in breve tempo si scatenò un tremendo parapiglia, i rinforzi italiani non tardarono e dal vicino presidio italiano accorsero gli uomini della 268ª compagnia alpini. Intanto sopraggiuse anche il secondo reparto di assalitori che arrivava da Landro, dando un contributo decisivo all'attacco a favore degli austriaci.
Gli scontri furono accaniti soprattutto attorno alla piramide Carducci. Gli austriaci riuscirono a penetrare nelle trincee italiane, ma subirono il contrattacco degli alpini con i plotoni dei sottotenenti Giuseppe De Pluri e Antonio De Toni che trovano entrambi la morte assieme ad altri 100 uomini.
Con l'arrivo della luce del giorno le truppe italiane, stanche e decimate, sospinte dagli austriaci nella parte più meridionale del tavolato, furono aiutate dall'artiglieria posizionata a Longeres che riuscì così ad arrestare l'attacco nemico e soprattutto l'afflusso dei rinforzi; alle 14.00 il comando austriaco, preoccupato dal numero delle perdite dovute ai tiri dell'artiglieria italiana, ordinò di ristabilire la linea del fronte sul pianoro nord; in posizioni che durante la guerra non saranno mai conquistate dagli italiani. Dopo poche ore gli italiani ritornano in possesso del pianoro sud senza colpo ferire. Di rinforzo viene inviata una compagnia e una sezione mitragliatrici del 56º Fanteria
Le posizioni si consolidano: giugno - luglio 1915
Dal giorno successivo gli austriaci iniziano a scavare profonde trincee con filo spinato, nonostante la guarnigione fosse esposta alla pioggia, al freddo e alla fame, dato che i rifornimenti non arrivavano in quanto le strade di collegamento del fondovalle erano battute dalle artiglierie italiane che disperdevano le file di portatori..
Lo schieramento italiano si era così consolidato sulle seguenti posizioni: sottosettore val Boite (lungo il rio Felizon): due battaglioni di fanteria in linea ed uno di riserva presso il comando reggimentale a Majon di Valgrande; sottosettore valle Ansiei (dalla Val Popena Alta al Vallon dei Castrati): un battaglione di fanteria in Val Popena, uno su Monte Piana, uno di riserva a Forcella Bassa, tra Col delle Saline e Col della Selva, con il comando reggimentale a Misurina; Vallon dei Castrati a forcella Giralba: un battaglione di fanteria da Val Rimbianco a Forcella Col di Mezzo, uno in regione Cengia e Giralba, uno di riserva presso il comando reggimentale a Casoni Crogera.
Gli italiani inoltre, dopo la lezione del 7 giugno, in modo da impedire agli austriaci l'accesso a monte Piana per il Vallon dei Castrati, inviarono uomini a sbarrare la Val Rimbianco all'altezza della Caserma omonima (tra il Sasso Gemello e le Forcellette). La condotta austriaca, nonostante alcuni attacchi italiani sanguinosamente respinti, non mutò, la cura principale era dedicata alla difesa, ma non erano disdegnate puntate offensive e tiri di artiglieria. La notte del 15 giugno, una pattuglia austriaca, infatti, avvicinandosi all'alba a Forcella Giralba sparò contro una vedetta italiana, il fante Ricciuti, che benché ferito riuscì a trattenere gli austriaci fino all'arrivo dei rinforzi.
Il primo attacco italiano Preparativi Il comando italiano fu eccessivamente prudente nelle prime settimane di guerra, e non colse l'occasione di sfruttare lo sfaldamento delle linee austriache poco fornite e mal difese. Così dopo un lungo periodo di inutile stasi si decise di attaccare solo dopo l'arrivo di un numero sufficiente di pezzi d'artiglieria. Questa superiorità numerica, fu vanificata da questo periodo di attesa, che permise ai difensori, di consolidare in modo decisivo le postazioni di difesa. Il generale Ottavio Ragni emise l'ordine d'operazioni che prevedeva l'attacco in forze contro gli sbarramenti di Landro e Sesto; con il supporto delle batterie così ripartite:
Artiglieria della IV Armata Cortina NordPasso Tre CrociVal PadolaSupplementari 1 batteria di obici da 149 1 batteria di obici da 305 2 batterie di mortai da 210 batterie da montagna a Longeres e Lavaredo1 batteria di mortai da 210 1 batteria di obici da 280 1 batteria di cannoni da 149A 3 batterie campali in Val Popena1 batteria di cannoni da 149A 1 batteria di obici da 149A 1 batteria di cannoni da 149G pezzi da campagna a Longeres 6 batterie campali tra i Colesei e Col Rosson (zona Carnia)
Dati presi da:
L'attacco fu affidato alla brigata Marche, a una compagnia del battaglione Pieve di Cadore con il compito di attaccare le postazioni in cresta e a un battaglione della brigata Como, con il compito di aggirare le postazioni austriache passando da Carbonin. Ma le opere difensive austriache in cresta sul Piana, assunsero la maggior attenzione del comando italiano, furono i fanti agli ordini del maggiore Angelo Bosi a dover attaccare queste opere. L'attacco si sarebbe svolto lungo tre direttrici, la direttrice principale, divisa in 4 plotoni, diretta verso le opere e i trinceramenti, la colonna destra diretta su Landro e la colonna sinistra diretta verso Rautchkofel. Da parte austriaca la difesa del monte Piano era affidata ad un battaglione di Landesschützen e ad un battaglione dellAlpenkorps; il giorno 19 salirà sul monte anche un battaglione di Kaiserjäger.
L'attacco Alle 5 del 15 luglio iniziò un incessante fuoco d'artiglieria verso le postazioni austriache, di monte Piana e della piramide Carducci. Tre ore dopo un razzo lanciato da villa Loero su colle S. Angelo, diede il segnale per lo scatto della fanteria, appena gli uomini mettono piede fuori dalle trincee, ad attenderli ci fu la reazione dell'artiglieria austriaca, che provocò 13 morti italiani, e un centinaio di feriti leggeri. Verso le 13 una compagnia di Alpini lungo la direttrice principale, arriva alla piramide Carducci trovata sgombra e inizia a trincerarsi, non potendo più muoversi verso le opere austriache, dopo aver preso comunque Vallon dei Castrati.