Biografia I primi anni e l'educazione familiare Poco si sa dell'infanzia e della giovinezza di Paolo Giovio (Iovius o Jovius è la latinizzazione del cognome di famiglia ZobioTutta la famiglia mutò il cognome in Giovio, dopo l'adozione di quest'ultimo da parte di Paolo una volta iniziata la sua fortunata carriera romana.). Probabilmente nasce a Como il 21 aprile 1483 (alcuni, sulla base di una fonte fornita dall'autore stesso, ne fanno risalire i natali al 1486), da Luigi Zobio, di estrazione patrizia e di professione notaio, e da Elisabetta Benzi. La famiglia Giovio, attestata già nel IX secolo e trasferitasi dall'Isola Comacina a Como nell'XI, non dispone all'epoca di larghi mezzi finanziari, nonostante le nobili origini (a poco prima della nascita di Paolo risale anche l'ammissione alla dignità di decuriones). Rimasto orfano di padre (morto approssimativamente attorno al 1500), Paolo viene allevato ed educato dal fratello maggiore Benedetto, i cui studi storici, filologici e archeologiciNel corso della sua vita, Benedetto Giovio fu, tra le altre cose, editore di Vitruvio, storico di Como con l'opera "Historiae Patriae", corrispondente di Melantone e di Erasmo da Rotterdam, vedi Franco Minonzio, Paolo Giovio: una biografia, in Paolo Giovio, Elogio degli uomini illustri, ed. Einaudi, Torino, 2006 stimolano moltissimo gli interessi del giovane per questi argomenti, suscitando in lui una forte spinta a seguirne le ormeUn documento interessante dell'educazione letteraria giovanile di Giovio è l'epistola latina scritta nel 1504 a Giano Rasca, redatta nello stile di Plinio il Giovane (ma con maturo riuso della tradizione antica, tra Cicerone e Aulo Gellio, e - tra i moderni - di Cristoforo Landino e di Angelo Poliziano) che descrive la villa di campagna che la famiglia possedeva a Lissago, vedi Paolo Giovio: una biografia, ibidem, cit. «L'epistola muove dalla contrapposizione polemica della sanità della vita rustica alla degenerazione morale della città, la cui convulsa insensatezza è da Giovio espressa nella tecnica dell'accumulo delle forme di vita dissipiate, per trapassare alla descrizione della villa, interfoliata da puntuali riferimenti ad ambienti e a strumentazioni rustiche, e chiudere infine sulle fonti d'acqua che affiorano a Lissago. Il raffinato lessico architettonico è il frutto di una selettiva riscrittura (...) delle lettere nelle quali Plinio il Giovane descriveva le ville Laurentina e Tusci (Epistulae, II, 17 e V, 6) non senza qualche rinforzo attinto soprattutto al De partibus aedium di Grapaldi.» F. Minonzio, Il museo di carta di Paolo Giovio in Paolo Giovio. Elogi degli uomini illustri, Einaudi, I Millenni, Torino, 2006, pag. XXIV

La formazione universitaria a Padova e Pavia

Sebbene non esistano fonti dirette, è quanto mai probabile che, già nel 1504, l'autore frequenti i corsi di lingua e letteratura greca tenuti a Milano da Demetrio Calcondila e le lezioni di retorica di Aulo Giano Parrasio.

Poco dopo (forse 1505), si presume che Paolo acceda alla facoltà di filosofia e medicina presso l'università di Pavia, mentre è certo che nell'autunno dell'anno successivo egli si trovi a Padova, per seguire i corsi delle stesse materie accademiche presso il locale, prestigioso istituto universitarioNon è sicura la durata del periodo di permanenza a Padova, forse un semestre, più probabilmente per un anno, vedi Paolo Giovio: una biografia, Ibidem. definito da Erasmo da Rotterdam "il più ricco emporio del Sapere in Europa"Paolo Ceccoli, La vita di Paolo Giovio e la crisi del suo tempo in Paolo Ceccoli (a cura di), Paolo Giovio. Guida alla lettura; qui trova come insegnanti le più alte figure dell'aristotelismo del primo Cinquecento, ossia Pietro Pomponazzi e Alessandro Achillini, oltre a Marcantonio della Torre, tra i massimi esponenti degli studi anatomici antecedenti a quelli del fiammingo Andrea Vesalio. In ogni caso, si sa da fonte certa che nel 1507 Giovio rientra a Pavia. In questa città incontra probabilmente, più tardi, Leonardo da VinciKatia Trinca Colonel, Corriere di Como, 2 agosto 2002, vedi link rassegna stampa . Sono invece più certe, secondo Giorgio Vasari, le frequentazioni tra Marcantonio della Torre, passato anch'egli dall'ateneo di Padova a quello di Pavia nel 1510, e Leonardo, che collaborarono per ricerche sull'anatomia umana, dedicandosi alla dissezione dei cadaveri. Plausibile, in questo quadro di relazioni, che il Della Torre abbia presentato il proprio allievo al genio toscano. Risale al periodo immediatamente successivo la redazione di una sorta di centone, le Noctes (Notti), di cui sarebbe stata data pubblica lettura in Como il 25 luglio 1508Il manoscritto del testo è conservato nella Biblioteca Vittorio Emanuele II di Roma.

Si tratta di uno zibaldone in cui vengono disputate tesi di medicina, logica, filosofia naturale, metafisica che, indipendentemente dal loro valore disciplinare e letterario, indicano quanto Giovio avesse "prontamente assimilato le metodiche dello studium patavino, oltre che gli insegnamenti del Pomponazzi e dell'AchilliniPaolo Giovio: una biografia, in ibidem, cit. Tuttavia è da notare, come suggerisce l'autore della biografia einaudiana, che "la Praetatiuncula di questo scritto,(...) contiene spunti interessanti in direzione di temi non aristotelici, ma neoplatonici (l'uomo micro-cosmo, la prisca philosofia, concordismo platonico-aristotelico, iatroastrologia) imposti all'attenzione, nell'ultimo scorcio del Quattrocento, da Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, ciò che riconferma un certo orientamento pomponazziano (di Giovio) alla discussione a distanza (...) con gli esiti dell'umanesimo ellenizzante fiorentino tardo-quattrocentesco"; al primo, l'autore è senza dubbio debitore dell'acquisizione di un uso del linguaggio articolato e al contempo di ampio respiro retorico, tra accademismo e volgare: ancor più dello sviluppo di quell'attitudine al giudizio critico, tutt'altro che conforme, a "quella freschezza intellettuale che i contemporanei ben conobbero", caratteristica delle sue opere successive,"È persona che dice alla gagliarda" scriverà di lui, fin dal 1522, un diplomatico estense al duca di Ferrara, vedi: Paolo Giovio: una biografia, Ibidem. sempre animata da una fervida curiosità intellettuale. Il periodo trascorso nell'ambiente universitario pavese non è scevro, come normale, da comportamenti goliardici vòlti alla ricerca dei tipici piaceri giovanili. Giovio si laurea a Pavia nel 1511 "dapprima in artibus e poi in medicina".Paolo Giovio: una biografia, in ibidem, cit.; egli conseguì la laurea sotto la guida di Della Torre

L'esordio romano: l'Accademia, il latino aureo e il volgare Conseguita la laurea, Giovio esercita brevemente la professione medica a Como; tuttavia, un'epidemia di peste colpisce la città lombarda e lo convince a trasferirsi. Già nel 1512, verso la fine del pontificato di Giulio II della Rovere, la sua presenza è documentata a Roma, dove inizialmente presta la sua opera come dottore, muove i primi passi della sua carriera di letterato e di cortigiano, due attività decisamente più consone alle sue attitudini che non quella di medico.

Una volta entrato nellentourage del cardinale Bandinello Sauli, si pone al suo servizio. Nel 1513, risiede nell'Urbe al momento dell'insediamento di Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico sul soglio pontificio, con il nome di Leone X. L'ambiente curiale romano, dopo l'elezione di Leone X, è decisamente favorevole all'assunzione di un ruolo di cortigiano, come quello cercato dall'umanista comense, essendo caratterizzato da fastosità mondana, con attenzione per la produzione artistica, e scarsa propensione riformatrice. Del tutto improntata all'affermazione di Roma come la più importante capitale cortese e del pontefice come difensor libertatis Italiae (difensore della libertà italiana).

Nel 1514, Giovio ottiene, per concessione papale, l'incarico di professore dello studium romano, in qualità di lettore di filosofia moraleLo stipendio assegnatogli per questa mansione è di 130 fiorini annui, vedi: Paolo Giovio: una biografia, in ibidem, cit., mentre l'anno successivo viene nominato lettore di filosofia naturale. Poco propenso alla carriera magistrale,A questo proposito resta una testimonianza di una sua lettera, in cui ammette di aver "lassato un substitutio" (1515) nell'esercizio dell'incarico di lettore, vedi: Paolo Giovio: una biografia, Ibidem. ma piuttosto assorbito dagli studi linguistici e letterari, nonché dalle ricerche storiografiche, inizia a frequentare l'Accademia Romana.La diffusione di circoli culturali che presero il nome di Accademie a partire dal Quattrocento diviene un fenomeno di grande importanza culturale fino al Settecento, interessando molte città italiane (Venezia, Napoli, Firenze e altre). L'Accademia Romana, in particolare, nacque per iniziativa di Pomponio Leto e aveva la sua sede proprio nella casa di quest'ultimo sul Quirinale. Dapprima vede la partecipazione di intellettuali come Filippo Buonaccorsi, Marco Antonio Sabellico, il Plàtina. Sotto Giulio II e Leone X, da cui ottenne riconoscimento ufficiale, conobbe un nuovo impulso e a essa si associarono umanisti come Jacopo Sadoleto, Baldassarre Castiglione, Paolo Giovio e Pietro Bembo.

Oltre all'approfondimento di vari argomenti letterari, artistici, filosofici essa ebbe anche la funzione, insieme ad altri sodalizi analoghi, di un recupero e una valorizzazione sistematica della lingua latina, attraverso una ricerca sugli autori classici, elevandola al ruolo di una sorta di koiné letteraria del periodo rinascimentale, riscattandola da un uso ormai quasi del tutto ristretto e, spesso depauperato all'ambito liturgico ed ecclesiastico. La rivalutazione del latino, nella concezione gioviana, è da intendersi, dunque, come la possibilità di dotare la res publica christianorum di una propria, "naturale", lingua comune, piuttosto che la frequentazione di uno strumento appartenente a una vagheggiata classicità perduta.Come ricorda L. Ariosto (Satire, VII, vv. 127-132) a tale riscoperta linguistica si accompagnavano spesso anche vere e proprie escursioni alla ricerca di antiche rovine nella campagna romana, di cui Giovio fu uno dei più appassionati organizzatori e promotori, cfr. Andrea Luppi, cit. in Paolo Ceccoli, (a cura di), in ibidem, cit. L'adesione al sodalizio culturale gli consente di migliorare l'uso della prosa latina, con maggior padronanza dei classici, approfondendo sia lo stile atticista sia le forme espressive dell'asianesimo, oltre che degli autori del periodo imperiale, raggiungendo quell'affinamento di stile ben presto riconosciuto e apprezzato dai suoi contemporanei. Giovio stesso definisce questa evoluzione come il passaggio da un "latino argenteo", imparato durante gli studi, a un "latino aureo", letto e ascoltato nelle riunioni con i più eminenti cultori accademici dell'antica lingua.

Anche per quanto riguarda l'uso del "volgare", utilizzato dallo studioso comense quasi esclusivamente nelle lettere, egli tende a utilizzare la cosiddetta "lingua della corti", intesa come strumento di comunicazione comune tra i letterati della Penisola in contrasto con il Bembo che prediligeva il toscano aulico e, in parte, con Machiavelli su analoghe posizioni del cardinale. Soprattutto nel vastissimo epistolario,Come ricorda Paolo Ceccoli, la raccolta di scambi di corrispondenza di Giovio, in larga misura relativi a lettere indirizzate o ricevute dai moltissimi patroni che lo studioso comense ebbe a partire dalla metà degli anni trenta e fino alla morte, rappresenta «una vera novità nel campo letterario, un nuovo genere di commento politico, "in diretta" diremmo noi oggi"» cfr. Paolo Ceccoli. Ibidem. in particolare quello del periodo della maturità e della vecchiaia, emerge "tutto il talento per la scrittura in italiano dello storico comasco, quasi divertito nel contaminare la grammatica toscana con "coloriture regionali e idiomatiche".