La filosofia ha trattato il fenomeno della guerra non sistematicamente, ma nell'ambito di particolari settori della speculazione filosofica: temi connessi alla guerra sono stati valutati soprattutto sul piano etico e possono trovarsi inclusi negli autori di sociologia, antropologia, filosofia politica, filosofia del diritto e filosofia della storiaNorberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace., Bologna, Il Mulino, 1979. come in personaggi non organicamente filosofi come Tolstoj nella sua Guerra e pace.E. Luccini, Il pensiero filosofico di Leone Tolstoj e le sue applicazioni ai problemi sociali e giuridici, a cura di F. Tessali, Padova, ed. Il poligrafo, 2003
Significato filosofico Non esiste una filosofia della guerra che si occupi sistematicamente di questa attività umana come accade per esempio per la filosofia del linguaggio: troviamo tracce di una riflessione speculativa sulla guerra solo nel secondo libro del Della guerra di Carl von Clausewitz mentre più frequentemente il tema della guerra in generale è stato associato alla politica o alla morale o se ne è trattato come fenomeno sociale facendo rientrare il tutto non in una specifica filosofia della guerra ma nella polemologia:
Per una valutazione critica della guerra, ma non per una sua epistemologia, si può quindi ricorrere alla storia della filosofia dove vari pensatori ne hanno trattato da diversi punti d'approccio, a partire da Eraclito, secondo cui polemos è il principio universale che governa il mondo attraverso la lotta tra gli opposti,Eraclito, frammento 53, in Diels-Kranz. fino alla dialettica di Hegel, dove la guerra assume un ruolo etico-politico fondamentale, innescando un processo di progressivo sviluppo e liberazione delle coscienze dall'ignoranza.
Etimologia
Il termine deriva dal franco ẅerra che significa mischia e che ha sostituito il latino bellum già fin dal secolo VI. Il termine latino cadde in disuso poiché si confondeva con il termine bellus (bello). Il vocabolo usato dai Germani era poi più idoeneo a rappresentare il loro tipo di combattimento disordinato (scrive Guicciardini nella sua Storia d'Italia a proposito della battaglia di Fornovo che i germani combattevano alla mescolataFrancesco Guicciardini, Storia d'Italia, Lib. 1, cap. 1.) contrapposto a quello tipico romano condotto secondo schieramenti di soldati ben allineati (da cui bellum oppure duellum o proelium)Dizionario etimologico, pag. 457, Rusconi Libri, 2007.
La filosofia antica
Molti sono stati i filosofi che hanno trattato il tema della guerra, correlandolo spesso a quello della pace, e che hanno tentato di chiarirlo ricorrendo spesso a principi metafisici.
Eraclito considera la guerra elemento necessario per la pace poiché egli è convinto che l'armonia, l'ordine e la stabilità del mondo si basino sull'equilibrio degli opposti senza i quali neppure esisterebbero gli esseri. È pura illusione pensare ad una condizione umana vissuta in un'eterna pace, questa c'è perché vi è anche la guerra che simboleggia nel suo pensiero la fonte di ogni realtà:
«Polemos (guerra)Guerra in greco antico pòlemos è sostantivo maschile., è di tutte le cose padre, di tutte re, e gli uni rivela dei e gli altri uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi».Fr.80 dei Frammenti dei Presocratici Il significato metafisico della guerra si accompagna nell'aristocratico Eraclito alla convinzione che la guerra crei anche un ordine sociale dove gli schiavi sono gli sconfitti dagli uomini forti, vincitori consapevoli del logos, dell'ordine razionale fondato sui contrari. Dalla guerra quindi si genera una società gerarchicamente ordinata e giusta poiché «bisogna sapere che, essendo la guerra comune, anche la giustizia è contesa, e tutto nasce secondo contesa e necessità»Ibidem
Anassimandro afferma che l'ingiustizia nasce dall'opposizione degli esseri finiti, dal loro volersi distaccare dallápeiron, dall'infinito, indeterminato, "innocente" e "pacifico", con il risultato di essere condannati dal tempo, dalla loro stessa esistenza a una lotta, a un'incessante guerra che oppone un contrario all'altro per vincere sull'altro:« ... principio degli esseri è l'infinito... da dove infatti gli esseri hanno l'origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo.»Simplicio Commentario alla fisica di Aristotele, 24, 13
Afferma Platone che i sostenitori del bellicismo sono convinti che «Quella che la maggior parte degli uomini chiamano pace non è nient'altro che un nome, ma nella realtà delle cose, per forza di natura, c'è sempre una guerra, se pur non dichiarata di tutti gli stati contro tutti... È giusto perciò che lo stato di buona costituzione sia amministrato e organizzato in modo da vincere in guerra tutti gli altri, e tutto il costume la vita pubblica e privata devono essere in funzione della guerra.»Platone, Le leggi, Libro I A questa concezione sostiene Platone si oppone quella di coloro che invece affermano che la città democratica debba vivere in pace ignorando la guerra che si riduce a un fatto privato che non deve coinvolgere la politica.
Ambedue queste visioni che si basano sulla unicità della guerra o della pace portano alla rovina lo Stato poiché, sostiene Platone, non si può ignorare la realtà della guerra a cui la politica deve preparare con l'educazione sia alla pace che alla guerra.
La guerra è uno strumento per la politica e non deve essere aprioristicamente condannata ma usata come mezzo di governo per lo stabilimento dell'ordine e il perdurare della pace nella polis.
Comincia a farsi strada nella mentalità antica l'idea della preparazione alla guerra, quando questa si indirizzi alla conservazione della pace, sintetizzata dall'espressione «si vis pacem, para bellum» (se vuoi la pace, prepara la guerra) ripresa dalla frase «Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum» (Chi aspira alla pace, prepari la guerra).Vegezio, Epitoma rei militaris, libro III Concetto che si trovava già in Cornelio Nepote con la locuzione «Paritur pax bello»C. Nepote, Epaminonda, 5 (la pace si ottiene con la guerra) e in Cicerone con la frase «Si pace frui volumus, bellum gerendum est» (Se vogliamo godere della pace, dobbiamo fare la guerra)M. T. Cicerone, 7^ Filippica.
Il cristianesimo
Considerazioni morali sulla guerra compaiono con il pensiero cristiano delle origini (Nuovo Testamento e Padri apostolici): fare la guerra sarebbe contrario al messaggio di amore verso i nemici predicato da Gesù Cristo e alla pace interiore che ogni cristiano deve conservare in sé stesso.
Già per Agostino d'Ippona, tuttavia, la guerra, che era stata condannata dai Padri dei primi tre secoli secondo lo spirito dell'Evangelo, può essere giustificabile quando rientri nei decreti della divina Provvidenza.
Tommaso d'Aquino concorda sostanzialmente con Agostino, definendo giusta la guerra dichiarata da un'autorità legittimamente costituita, per una giusta causa, e per perseguire giusti fini. Quando sono rispettate queste tre condizioni, anche l'uso dell'inganno o di mezzi subdoli è accettabile:
In questo modo Tommaso prende le distanze da un pensiero "pacifista" radicale. Nella Summa theologiae, infatti, propone la tesi per la quale la guerra sarebbe sempre un peccato nel videtur quod di una quaestio, cioè tra le tesi che intende dimostrare come false:
Durante lo svolgimento della quaestio Tommaso dimostra come falsa questa tesi della illiceità della guerra per un cristiano, e in particolare alla tesi smentita obietta che:
Rinascimento
Nel Rinascimento la guerra acquista nuove caratteristiche con l'uso delle armi da fuoco e con l'istituzione degli eserciti permanenti. Di fronte all'accresciuta ferocia della guerra si leva alta la condanna di Erasmo da Rotterdam che considera l'uomo in guerra peggiore delle bestie:«Sono solito domandarmi, spesso meravigliato, cosa mai spinga, non dico i cristiani, ma gli uomini tutti, a tale punto di follia da adoperarsi, con tanto zelo, con tante spese, con tanti sforzi, alla reciproca rovina generale della guerra. Che altro infatti facciamo nella vita se non la guerra o prepararci alla guerra? Neppure tutte le bestie combattono tanto, ma solo le belve, le bestie cattive. E neppure queste combattono fra loro, ma solo se sono di specie diverse. Combattono con mezzi naturali. Non come noi con macchine escogitate da un'arte diabolica.»E. da Rotterdam, Adagia (1500) Del tutto diversa per Machiavelli la concezione della guerra che diviene strumento di governo:«Un principe non deve avere altro obiettivo, altro pensiero e altro fondamentale dovere se non quello di prepararsi alla guerra e a tutto ciò che essa comporta. Questa infatti è la sola prerogativa che ci si aspetta da chi comanda. È talmente importante che mantiene al potere non solo quelli che principi sono nati, ma molto spesso fa sì che semplici cittadini possano diventarlo; al contrario, i principi che si sono dedicati più ai piaceri della vita che all'arte militare hanno perso il loro potere. Ciò che soprattutto lo fa perdere è il non conoscere quest'arte, mentre ciò che lo fa conquistare è l'esserne esperto.»N.Machiavelli, Il principe, Cap. XIV 'Il Principe e le armi'
Il giusnaturalismo seicentesco
Per il giusnaturalismo di Ugo Grozio (1583–1645) e Samuel von Pufendorf (1632-1694) la guerra non solo può essere considerata "giusta" per difendersi da un attacco esterno, per ottenere ciò che era dovuto o per avere un risarcimento convenuto, ma anzi la stessa guerra preserva diritti costituiti, restaura quelli violati e ne sancisce di nuovi là dove essi siano assenti:«Tanto poco è poi da ammettersi ciò che taluno suppone, e cioè che in guerra ogni diritto venga meno, che la guerra non deve essere intrapresa se non per attuare il diritto, e, intrapresa che sia, non deve essere condotta se non nei limiti del diritto e della lealtà. Giustamente disse Demostene che la guerra ha luogo contro coloro che non possono essere tenuti a freno per le vie della giustizia. E in realtà i giudizi hanno efficacia contro coloro che si sentono meno forti; contro quelli invece che non si sottomettono, o che si ritengono in grado di non sottomettersi, si ricorre alla guerra; ma questa, per essere giusta, deve appunto essere condotta con scrupolo non minore di quello col quale sogliono essere condotti i giudizi.»U. Grozio, Diritto di guerra e di pace (1625)
E non è vero che la guerra segna la fine di ogni legge poiché: «Tacciano dunque le leggi in tempo di guerra: ma quelle civili e processuali e proprie del tempo di pace, non le altre, eterne, che convengono a tutti i tempi; benissimo infatti fu detto da Dione di Prusia che fra nemici non valgono, è vero, le leggi scritte, ossia quelle civili, ma valgono tuttavia quelle non scritte, ossia quelle dettate dalla natura o istituite dal consenso dei popoli. Questo insegna l'antica formula romana "ritengo che tali cose debbano essere ottenute con una guerra giusta e santa". Questi stessi Romani antichi, come osservava Varrone, intraprendevano le guerre ponderatamente e senza arbitrio, perché ritenevano che non bisognasse fare guerre che non fossero giuste.U. Grozio, op.cit.
La guerra come strumento per stabilire il diritto naturale in assenza di quello positivo conduce Hobbes a concepire lo stato di guerra come coincidente con lo stato di natura dove si scatena il bellum omnium contra omnes (la guerra di tutti contro tutti) e dove ogni uomo allo stato ferino è come un lupo contro gli altri uomini (homo homini lupus).Letteralmente: lupus est homo homini in Plauto, Asinaria, v. 495
La guerra costituisce l'essenza naturale degli uomini che solo la paura della reciproca morte convince a ricercare la pace assicurata dalla forza dello Stato "leviatano", del potere assoluto del monarca.
L'illuminismo