Con il termine Masora (o Masorah, ebraico מסורה) si intende l'insieme delle tradizioni ebraiche inerenti alla corretta lettura dei testi delle Sacre Scritture.

Storia La lingua ebraica è un dialetto cananaico che si formò intorno al X secolo a.C. nei pressi della città di Gerusalemme. La lingua originaria delle tribù israelitiche che si sedentarizzarono nell’area siro-palestinese. intorno al II millennio a.C., si ritiene sia stata probabilmente una forma di aramaico.

La cosiddetta "età classica”. della lingua ebraica viene collocata tra l’VIII e il VI secolo a.C., tra le predicazioni di grandi profeti, come Amos e Osea, e l’arrivo delle truppe babilonesi guidate dal re Nabucodonosor. Sono di questo periodo le prime documentazioni epigrafiche dell’ebraico, ed è questa l’epoca in cui nacque gran parte dei libri che compongono la Bibbia pp. 44-47. L’ebraico del periodo che precede l’esilio babilonese è una lingua in cui predominano l’armonia, la vivacità, la concisione, la regolarità del parallelismo poetico, l’assenza di elementi estranei..

In quest’epoca l’antico regno unitario di Israele, governato dai famosi re biblici Saul, Davide e Salomone, si era già diviso in due unità territoriali e governatoriali distinte: il regno meridionale di Giuda e quello settentrionale di Samaria. In entrambi i regni la lingua ebraica continuava ad essere parlata anche nel quotidiano, seppur con differenze d’accento. Dopo la caduta del regno di Samaria nel 721 a.C., nel nord della Palestina si insediarono delle popolazioni di lingua aramaica; l’ebraico e l’aramaico si trovarono, quindi, a stretto contatto, e le contaminazioni si fecero molto forti.

Nel 587 a.C., quando i babilonesi arrivarono nel regno di Giuda e distrussero il Tempio di Salomone deportando l’élite israelita a Babilonia, l’aramaico iniziò ad imporsi sempre più come la lingua della comunicazione quotidiana, tanto da soppiantare quasi interamente l’ebraico. Quest’ultimo sopravviverà ancora per molto tempo dopo il ritorno in Palestina degli ebrei (nel 538 a.C., grazie all'intervento del re persiano Ciro), ma solamente come lingua scritta. In questo ebraico biblico post-esilico, tardo e artificioso, furono scritti libri come Aggeo, Zaccaria, Malachia e il Siracide. Molti contengono svariati esempi di aramaismi, e ciò è da imputare al fatto che l’ebraico biblico non era ormai più parlato. La lingua amministrativa dell’intera Mezzaluna Fertile, delle istruzioni dei satrapi, delle suppliche della popolazione ai potenti, delle comunicazioni ufficiali tra i governatori della Giudea e i sacerdoti della comunità di Elefantina, era l’aramaico.

La lingua ebraica mishnaica è la lingua in cui vennero redatti i testi più importanti della letteratura rabbinica: la Mishnah (una serie di trattati contenenti la legge orale) e la Toseftah (un’altra raccolta di tradizioni giuridiche). A lungo è prevalsa l’opinione che nel periodo della nascita del cristianesimo l’aramaico fosse l’unica lingua della Palestina., e che l’ebraico mishnaico fosse una lingua scritta, in uso solo nella dotta produzione letteraria rabbinica, in cui i saggi avevano continuato ad utilizzare la lingua classica dei libri antichi invece di seguire l’evoluzione della lingua parlata contemporanea..

Tuttavia, alcune recenti scoperte archeologiche mettono in discussione tale tesi. Il rinvenimento degli innumerevoli rotoli del Mar Morto (tra il 1947 e il 1956) e la scoperta delle lettere di Bar Kokhba (1960) mostrano che nel II secolo d.C. la lingua ebraica non era utilizzata solo negli ambienti di studi rabbinici, ma anche in una produzione laica, formale e notarile. Anche se è a questo periodo che risalgono alcune traduzioni o parafrasi di passi biblici in aramaico, i targumim, non è certo che l’aramaico fosse l’unica lingua comprensibile in Palestina; si potrebbe piuttosto ritenere che quella era la lingua compresa dalla maggior parte della popolazione, anche se alcuni parlavano ancora l’ebraico pp. 58-60. Tuttavia, anche se all’inizio dell’era cristiana l’ebraico non era ancora del tutto morto come lingua parlata, risultano evidenti le massicce influenze da parte dell’aramaico: i testi stessi testimoniano un certo bilinguismo dei Maestri della Mishnah.. Ad esempio, un plurale maschile in –in (tipico dell’aramaico) viene talvolta ad alternarsi con la desinenza –im (di origine ebraica), e in alcuni casi è addirittura dominante su di essa.

Si può indicare il 200 d.C. come il momento in cui l’ebraico cessò definitivamente di essere parlato p. 45; da questa data in poi la lingua biblica sopravvisse solo all’interno dei luoghi di culto, nei libri e nelle scuole rabbiniche. Da allora cominciarono a sorgere difficoltà legate alla lettura e alla copiatura, sia perché la lingua ebraica è scritta per mezzo di un abjad, cioè un alfabeto solamente consonantico in cui la presenza delle vocali non è segnata, sia perché fino ad allora non era mai stata redatta una grammatica dell’ebraico.

La necessità di sviluppare un sistema per tramandare correttamente il testo sacro spinse alcuni rabbini, poi chiamati Masoreti, a conservare meticolosamente il patrimonio di informazioni relative alle lettura delle parole sacre. Il materiale masoretico venne dapprima tramandato oralmente, e solo in seguito ad un esponenziale aumento della quantità di dati iniziò ad essere annotato a margine del testo. Durante il medioevo, quindi, si svilupparono vari sistemi di registrazione dei suoni vocalici, che fornirono un punto di partenza per la scrittura di una grammatica ebraica.

L’antico testo biblico era redatto in scriptio continua, cioè senza spazi che separassero le parole, e non esisteva neppure l’attuale divisione in libri, capitoli, paragrafi, versetti ed emistichi. Tutto ciò, come anche la standardizzazione dell’ortografia, i segni di pronuncia e quelli che indicano il tono per la lettura cantata in sinagoga, la definitiva fissazione delle forme delle lettere finali, così come l’utilizzo dei caratteri che usiamo tutt’oggi è da attribuirsi all’intervento di un corpo di dotti specializzati: i masoreti, cioè gli esperti nell’arte della masorah.

Con questo termine si indica, quindi, l’ingente raccolta di tradizioni rabbiniche relative al testo biblico che copisti e masoreti riunirono nei margini superiore e inferiore di ogni pagina del manoscritto, nei margini laterali e tra le colonne o alla fine di un testo.. Lo scopo dell’intera masorah è la precisa conservazione del testo sacro..

Etimologia Il termine ebraico masorah ha due possibili etimologie: una legata alla radice מסר, con il significato di “tramandare”; e una connessa con radice אסר, che invece significa “legare”. Si fa risalire l’uso di questo termine ad un versetto del libro di Ezechiele (Ez 20,37), nel quale assume il significato di “giogo” o “vincolo”:

Dal termine masorah, poi, deriverà anche la parola per definire coloro che ne sono gli studiosi, cioè i masoreti.

Origine Verso l’VIII secolo, cioè agli inizi del medioevo, il trattato Soferim del Talmud parla di molti aspetti dell’attività degli scribi, senza fare ancora alcun cenno a un sistema di vocalizzazione segnato nel testo. Il lavoro dei masoreti era quello di fornire istruzioni nella lettura, e di tramandare oralmente queste conoscenze alle generazioni successive. Bisogna sempre tener presente, però, l’alto valore simbolico della scrittura ebraica. In Es 32,16 si parla delle Tavole della Legge dicendo che: "Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole”. L’alfabeto ebraico è quindi considerato perfetto così com’è, perché Dio stesso si esprime per mezzo di esso. Perciò, ideologicamente parlando, non era possibile aggiungere nulla allo scheletro di semplici consonanti della Bibbia, e solo una piccola parte di quello che fu stabilito come supporto alla lettura venne annotato nel testo sacro. Si può affermare che gli elementi che sono riusciti a penetrare il testo consonantico, l’abbiano fatto in un periodo molto antico, con il risultato che anch’essi sono stati santificati..

Tra questi elementi “santificati” possiamo annoverare, ad esempio, le matres lectionis, cioè lettere che non hanno relazione con l’etimologia della parola, ma che servono solamente a facilitare la pronuncia: ad esempio la י (yod) davanti alla ם (mem) per indicare la desinenza plurale maschile -im, o la consonante ה (he) in fine di parola che indica una sillaba aperta (generalmente terminante con il suono /a/, ma più raramente anche /e/ od /o/), e caratteristica del femminile. Anche l’attuale ordine dei libri, la separazione dei versetti, la struttura della poesia e la divisione in sezioni possono essere inseriti tra i punti fondamentali penetrati nel testo consonantico e poi ritenuti parte integrante di esso.

Non sappiamo quando la Masorah iniziò ad essere commissionata e scritta, e per poterla datare dobbiamo affidarci a prove esterne. Possiamo fissare un terminus a quo tramite fatti come: Le esplicite affermazioni di San Girolamo (vissuto tra la fine de IV e l’inizio del V secolo d.C.), secondo le quali gli ebrei non avevano segni per annotare le vocali; Il Talmud di Gerusalemme (completato nella prima metà del V secolo d.C.) e quello di Babilonia (completato nella seconda metà del V secolo d.C.), che non menzionano né vocali né segni di accentazione. Un terminus ad quem, invece, può essere fissato attraverso un certo numero di prove indirette: Si sa che Fineas Rosh ha-Yeshivah, uno dei primi masoreti conosciuto, visse nella prima metà del IX secolo d.C.; Asher ben Nehemiah, il capostipite della poi famosissima famiglia dei Ben Asher, fu contemporaneo di Fineas;

Un libro di preghiere del IX secolo d.C. afferma che i segni vocalici non provengono dal Sinai, ma sono stati posti dai saggi..

Per questi motivi, la nascita di una Masorah scritta si può collocare tra il VI e l’VIII secolo d.C.

Le scuole di letterati che si occupano della vocalizzazione del testo consonantico e della composizione di note critiche alla Tanaḫ sono passate alla storia con il nome di “Scuole Masoretiche”.

I Masoreti All’apice dell’epoca della tradizione masoretica, gli uomini che si dedicavano alla trasmissione testuale dell’Antico Testamento erano apparentemente designati in base alle loro specifiche funzioni.. I soferim erano coloro che dovevano scrivere correttamente il testo consonantico, mentre i punti vocalici e gli accenti erano aggiunti dai naqedanim. Solo infine i masoreti aggiungevano le note. È possibile che una stessa persone ricoprisse diversi ruoli, come accadde ad esempio nel Codice di Aleppo, risalente al X secolo d.C., dove Shelomo ben Buya‘a fu responsabile del testo consonantico, e Aaron ben Moshe ben Asher delle indicazioni vocaliche e delle note masoretiche.

Ai masoreti si devono vari tipi di annotazioni: oltre alle somme dei versetti dei libri, ci sono note che avvertono se si debba pronunciare una parola (qere) diversamente dal modo in cui è scritta (ketiv), si tratta cioè casi di correzioni applicate dagli scribi. Tali correzioni influiscono solitamente sui suffissi, per evitare un riferimento antropomorfico a Dio.. Un esempio di questo tipo di correzione si trova in I Sam 15,16, dove וַיֹּאמְרוּ è corretto con il singolare וַיֹּאמֶר, in accordo con il soggetto della frase. Questo tipo di correzioni è chiamato qere semplice, e indica di leggere il singolare nonostante vi sia scritto un plurale..

Vi sono poi casi in cui i masoreti inserirono una parola mancante, ad esempio in Rut 3,17, dove segnalarono di leggere un אֵלַי assente nel testo; questo secondo tipo di correzione viene chiamato qere welo ketiv, cioè “si legga, ma non è scritto”.

Esistono, infine, alcuni casi nei quali si indica di sopprimere nella lettura una parola superflua, come nel caso di Rut 3,12, dove i masoreti segnalarono di non leggere un אם del testo. Quest’ultimo tipo di errata corrige viene chiamato ketiv welo qere, cioè “è scritto ma non letto”.

I tipi di Masora