La sommossa e sacco di Lugo fu un episodio di insorgenza contro le truppe francesi avvenuto nella cittadina romagnola tra il 30 giugno e l'8 luglio 1796.Cfr. in La sommossa e il sacco di Lugo (1796). Estratto dal Vol. XVI degli Atti della Deputazione ferrarese di Storia Patria, Tip. G. Zuffi, 1906.

Antefatti Soggetta alla Santa Sede, Lugo dipendeva dal legato pontificio residente a Ferrara. Ai primi di giugno il legato Francesco Maria Pignatelli avvertì la Santa Sede che l'esercito napoleonico, proveniente da Milano, si aggirava a sole cinque miglia dalla frontiera con lo Stato della Chiesa. Il 21 giugno Pignatelli venne chiamato per consultazioni a Bologna. Non appena giunto in città venne destituito e trattenuto come prigioniero di guerra. Il giorno dopo a Ferrara veniva costituito il Municipio, che giurava fedeltà alla Repubblica e dichiarava sciolte la città e la Legazione (di cui faceva parte Lugo) dalla sudditanza al pontefice.

Il 23 giugno le truppe francesi, entrate a Ferrara, intimarono la consegna da parte della popolazione di tutte le armi (da fuoco, da taglio e da puntaOvvero le spade.) entro le 24 ore; vuotarono le casse pubbliche ricavandone lire e all'intera Legazione di Ferrara imposero una contribuzione di 4 milioni di lire tornesi, pari a scudi romaniLo scudo pontificio valeva più di 5 lire.. Termine di pagamento, quindici giorni. Successivamente i francesi presero possesso del monte di Pietà, che svaligiarono completamente.

L'ordine di consegna delle armi arrivò a Lugo il 26 giugno, ma quando la popolazione l'aveva già eseguito in parte, il 28 venne revocato e si dispose la restituzione delle armi ai legittimi proprietari. Il giorno stesso giunse da Ferrara l'ordine di raccogliere nell'intera Legazione 4 milioni di lire da consegnare all'esercito repubblicano. Si spiegava che il capitale serviva solo come prestito e si prometteva che la somma sarebbe stata restituita. A Lugo, come luogo assegnato per i depositi della contribuzione fu scelto il collegio Trisi.

30 giugno, giovedì In mattinata due commissari repubblicani (il commendator Cremona e il dottor Scutelari) si recarono da Ferrara a Lugo con l'incarico di ordinare ai Comuni della Romagna estense di raccogliere le somme. Nei giorni tra il 28 e il 30 i lughesi avevano raccolto, tra denaro e valori, già scudi. I due commissari pretesero di effettuare immediatamente il prelievo, nonostante non ne avessero il mandato e la scadenza dei quindici giorni fosse ancora lontana. Le magistrature della città opposero un rifiuto. I due commissari, interessati al valore venale dell'argento, diedero ordine ai soldati di sequestrare il busto argenteo di Sant'Illaro, patrono cittadinoNel 1526, su richiesta del Comune di Lugo, l'Abate di Galeata aveva donato alla città alcune reliquie del Santo: un osso del braccio e una parte del cranio. Nel 1689 questa parte del cranio era stata racchiusa in una teca d'argento. Nel 1708 i Carmelitani, custodi del culto del santo, fecero realizzare un busto di argento massiccio raffigurante Sant'Ilaro, sulla cui parte anteriore venne collocata la reliquia. Nel 1793 il Comune di Lugo fece costruire un tronetto in legno dorato (stile impero) su cui fu posto il busto.. Il busto fu portato al Collegio Trisi. Per i lughesi fu un'offesa intollerabile.

Intanto nel pomeriggio i commissari si erano recati a Bagnacavallo; quando in serata tornarono a Lugo e rinnovarono la loro pretesa di consegnare tutto, scoppiò la sommossa. La consegna dei beni fu impedita; la sera stessa gli insorti si impossessarono delle armi requisite il 26 e non ancora restituite ai proprietari e presero il controllo della città. Il Monte di Pietà fu posto sotto stretta sorveglianza, così come il Collegio Trisi. Il Governatore cittadino fu costretto a rifugiarsi in un conventoIl 2 luglio fu lasciato libero di ritornare nella natia Imola.. Nulla si seppe invece dei due commissari di Ferrara, che avevano fatto perdere le loro tracce. Nella notte una cinquantina di insorti si recarono a Castel Bolognese, ove vi era una fabbrica di polvere da sparo e ritornarono indietro con un carretto pieno della stessa.

1º luglio, venerdì A Lugo era stato costituito il Municipio repubblicano, le cui insegne avevano sostituito quelle pontificie. I rivoltosi, dal canto loro, decisero di andare di casa in casa per diffondere l'appello contro i francesi e raccogliere adesioni. Tra i principali promotori della sommossa vi fu la famiglia dei conti Manzoni, una delle famiglie più importanti di Lugo e della Romagna estense, la quale fornì agli insorti altre armi e mise a disposizione molti cavalli. Nella tarda mattinata gli insorti entrarono nel palazzo pubblico, si impossessarono dello stendardo comunale e, percorrendo le strade a suon di tamburo, lo portarono al Collegio Trisi.

Qui, davanti alla folla, vennero rialzati gli stemmi del pontefice e del cardinal legato. Tutta la popolazione venne chiamata ad unirsi agli insorti. I contadini vennero avvisati suonando le campane a stormo. Si riunirono circa 600 persone e a capo dei rivoltosi venne eletto il conte Giambattista Manzoni, 34 anni. L'edificio del Collegio Trisi divenne il quartier generale degli insorti. Verso mezzogiorno fu affissa ai muri della città una Notificazione. In essa si leggeva:

La notificazione fu diffusa in tutta la Romagna estense e nelle vicine Legazioni di Ravenna e Bologna. Nello stesso tempo furono inviati quattro cittadini nei paesi limitrofi per esortarli a scendere in campo al fianco dei lughesi. Risposero favorevolmente Cotignola, Barbiano, Massa Lombarda e Sant'Agata. Si chiamarono fuori invece Bagnacavallo, da sempre rivale di Lugo, e Fusignano. Successivamente aderirono alla rivolta anche Bagnara, Solarolo e Mordano. Furono poste sentinelle su tutte le strade di accesso a Lugo e presso le Porte cittadine, con l'ordine di bloccare i mezzi di trasporto e perquisire i forestieri.

2 luglio, sabato Il cardinale Gregorio ChiaramontiFuturo papa Pio VII., vescovo di Imola, avuto notizia dello scoppio della rivolta a Lugo, fece pervenire alla Pubblica Rappresentanza una lettera in cui sconsigliava gli insorti dal continuare: «Qualunque mossa nel tempo in cui pende un armistizio e un trattato di Pace colla S. Sede sarebbe intempestiva, dannosa e contraria a quello spirito di sommissione che ogni Principato è in diritto di attendere dai sudditi». La lettera era allegata a una Notificazione. In essa si ricordava che tentativi simili, in passato, erano finiti in tragedia; i lughesi non avevano «né soldati agguerriti, né buone armi, né fortezza di luoghi, né vettovaglia, né concordia di animi». Si chiedeva pertanto di raccogliere la contribuzione di guerra e deporre le armi.

La Pubblica Rappresentanza, dopo averle ricevute, inoltrò missiva e Notificazione al quartier generale dei rivoltosi. Per tutta risposta, questi si presentarono a Palazzo pubblico e proibirono al Magistrato la pubblicazione dell'editto. Pretesero poi la restituzione del busto di Sant'Illaro venerato dalla popolazione. Per rispetto dell'immagine sacra, gli insorti non lo presero con le loro mani, ma chiamarono il parroco della Chiesa del Carmine. Il busto fu riportato in chiesa e venne deciso di tenere un triduo di preghiere: durante i tre giorni il busto sarebbe rimasto esposto sull'altare maggiore alla venerazione dei fedeli. Nello stesso giorno Napoleone Bonaparte, di passaggio a Bologna, venne informato della sommossa in corso a Lugo.

3 luglio, domenica Il conte Giambattista Manzoni si dimise dal comando della rivolta per lasciare il posto a Francesco Mongardini, di professione fabbro, che assunse il nome di battaglia Buonapace, in modo che il popolo avesse uno dei suoi a capo dell'insorgenza. Il vescovo Chiaramonti tentò la mediazione tramite Giuseppe Capelletti, incaricato d'affari del Regno di Spagna e residente a Bologna. Don Capelletti arrivò a Lugo nel pomeriggio. Illustrò ai capi della rivolta i termini della sua proposta: i francesi si sarebbero astenuti da ogni ostilità e sarebbero entrati amichevolmente in Lugo; gli insorti avrebbero deposto le armi e non si sarebbero opposti al pagamento della contribuzione. La sua visita fu infruttuosa e Capelletti ripartì in serata.

Subito dopo si diffuse la voce che i francesi erano arrivati al passo di Traversara, località sul fiume Lamone, pochi km ad est di Bagnacavallo. La notizia si sparse in un baleno in tutto il paese; tutte le campane suonarono a stormo; la gente scese per le strade. Nella notte, una schiera di uomini armati si diresse verso il nemico, ma il nemico non apparve: la voce si rivelò infondata.

4 luglio, lunedì Nuovo ulteriore tentativo del vescovo di Imola: l'invio di una lettera al dottor Luigi Zaccari, consulente legale della Comunità di Lugo. In essa il cardinal Chiaramonti richiedeva la liberazione di cinque carcerati, come gesto di buona volontà nei confronti dei condannati per delitti politici. Le istanze del vescovo di Imola non ebbero alcun effetto.

Il 2 luglio Napoleone inviò a Roma queste istruzioni:

Successivamente diede ordine alle forze di stanza a Ferrara e Ravenna di lasciare le Legazioni per raggiungere gli altri effettivi dell'esercito posti a nord del Po. Napoleone si preparava allo scontro cruciale con l'esercito austriaco. Rimanevano a Ferrara solo le truppe del colonnello Pourally. La giornata del 4 passò a Lugo senza scosse e incidenti di rilievo. Molti contadini erano tornati ai lavori nei campi, ma in paese ormai imperava la plebe armata, che riconosceva come proprio unico comandante il Mongardini.

In serata giunse a Lugo la notizia che i francesi avevano lasciato Ravenna e Ferrara. A molti insorti sembrò una prima vittoria, altri invece avevano fiutato il pericolo. Infatti molte delle famiglie che contavano in Lugo avevano lasciato il paese. Solo i conti Manzoni e i nobili Dal Buono rimasero al fianco degli insorgenti.

5 luglio, martedì Verso le 11, mentre iniziava la messa solenne del terzo giorno del triduo, un messaggero portò la notizia che un distaccamento francese stava marciando da Faenza diretto a Lugo. Sessanta uomini erano partiti da Forlì con l'ordine di arrestare il tipografo Giovanni Melandri, il cui nome figurava in calce alla Notificazione. I militari francesi procedevano senza particolari precauzioni, non avendo ricevuto nessuna notizia precisa sui rivoltosi. I quali, all'altezza di casino BolisL'odierna Villa Bolis, tuttora esistente, a pochi km dal centro abitato., tesero loro un'imboscata: i francesi lasciarono sul terreno parecchi morti, mentre i lughesi rimasero tutti incolumi.

Inebriati dalla clamorosa e inaspettata vittoria, gli insorti si incrudelirono sui cadaveri di due ufficiali, tagliando loro le teste e ponendole in cima a due lunghi pali. Poi entrarono trionfalmente in paese tra due ali di folla, quindi portarono le due teste al Quartier generale e le collocarono sul balcone del Collegio Trisi.

A mezzanotte giunsero in città due lettere: una del Capelletti, con la quale l'Incaricato spagnolo si offriva per una mediazione in extremis; l'altra del vescovo di Imola, cardinale Chiaramonti, che dava ai rivoltosi un'ultima possibilità per uscire incolumi dalla situazione ormai compromessa in cui si erano cacciati. Quattro cittadini (due amministratori e due “Anziani”) avrebbero incontrato il generale Beyrand (capo delle truppe francesi di stanza a Forlì), giunto in giornata a Imola. Le due parti avrebbero avviato trattative di pace. I capi degli insorti accettarono immediatamente la proposta e nominarono i loro quattro rappresentanti: il conte Angelo Manzoni, l'avvocato Giovanni Foschini, il dottor Giacomo Ascanio Matteucci e Vincenzo Zanotti, esponenti delle famiglie più in vista di Lugo.

6 luglio, mercoledì