Pregiudicato, agli arresti domiciliari, teste in vari processi di mafia, a sua volta egli stesso indagato per calunnia, concorso in associazione mafiosa, condannato in via definitiva per riciclaggio di denaro e per detenzione di esplosivi.
Biografia Figlio del politico democristiano Vito Ciancimino, legato alla cosca mafiosa di Salvatore Riina, e di Epifania Silvia Scardinopag. 256 del pdf: (morta nel 2016), si è proposto come testimone di giustizia con un ruolo chiave nel panorama delle indagini avviate da Sergio Lari, Francesco Messineo e Giuseppe Quattrocchi, rispettivamente capi delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze, che indagano sulla stagione stragista condotta da Cosa nostra tra il 1992 e il 1993. È sposato con Carlotta Messerotti e ha un figlio, Vito Andreapag. 236 del pdf: , nato nel 2004. Nell'aprile 2010 esce il libro, dal titolo Don Vito., scritto insieme al giornalista Francesco La Licata, già autore di libri su mafia e politica. La pubblicazione ha fatto molto discutere, suscitando anche le attenzioni delle Procure di Palermo e Caltanissetta che ne hanno acquisito copia nelle inchieste sull'ipotesi investigativa della cosiddetta trattativa Stato-mafia.
Il mistero del papello
Nel febbraio del 2005, mentre era a Parigi, i carabinieri perquisirono la sua casa sul lungomare dell'Addaura. In quell'occasione, a detta di Ciancimino, non furono trovati il famoso papello con le richieste di Totò Riina allo Stato al tempo delle stragi del ’92 e altri documenti del padre da lui conservati. L'ufficiale dei Carabinieri che guidò l'operazione, il capitano Antonello Angeli, è indagato per favoreggiamento dalla Procura di Palermo. Secondo Ciancimino, sul papello c'era un post-it giallo sul quale suo padre Vito aveva annotato di averlo consegnato personalmente al generale Mario Mori, oggi imputato di favoreggiamento e indagato per concorso in associazione mafiosa. Mori ha sempre negato di averlo mai visto. Ciancimino, nel luglio del 2009, ha detto che il papello era conservato in una cassaforte. Nel verbale di perquisizione non si fa alcun riferimento ad una cassaforte, mentre nel 2009 altri investigatori spediti nella stessa casa l'hanno vista e fotografata.
Angeli avrebbe chiamato il maresciallo Masi e gli avrebbe detto "di avere proceduto comunque a fare una fotocopia di detta documentazione, a mezzo di un suo fidato collaboratore, e di averli poi riposti nel luogo ove erano stati rinvenuti". Masi ha dichiarato ai PM che i militari avrebbero avuto l'ordine dal colonnello Sottili di lasciare il documento lì perché "si trattava di documenti già acquisiti". Nell'ottobre del 2009 inaspettatamente Ciancimino consegna ai PM di Palermo il papello contenente 40 documenti sulle richieste di Riina allo Stato e una lettera scritta dal padre dopo la strage di via d'Amelio nella quale paragona la propria posizione a quella di Paolo Borsellino: entrambi vittime di traditori.
Il 20 ottobre, l'ex colonnello dei ROS, Mario Mori, imputato per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, ha dichiarato al tribunale di Palermo che non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato, e, in una intervista successiva, Mori ha smentito di aver mai ricevuto dalle mani di Massimo Ciancimino o di altri il presunto "papello", preannunciando azioni legali in merito. Anche il capitano "Ultimo" ha ritenuto non attendibili le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla collaborazione tra Stato e mafia nella cattura di Provenzano, indicando nel figlio dell'ex sindaco di Palermo un "servo di Totò Riina". La Polizia Scientifica ha infine confermato l'autenticità del Papello, e di altri documenti, 55 in tutto, dichiarando la non autenticità di un altro documento, per il quale Ciancimino è ora indagato.
Presunte minacce e intimidazioni Ha vissuto sotto scorta, lontano da Palermo, a causa di diverse minacce, a suo dire subite, tra le quali, sempre a suo dire, un rudimentale pacco bomba che sarebbe stato recapitato nella sua abitazione palermitana, da due presunti finti uomini della Polizia di Stato. Nell'aprile 2010 denuncia di essere stato vittima di una intimidazione attraverso una busta contenente una lettera di minacce e cinque proiettili di kalashnikov, recapitata nella sua residenza di Bologna. Sostiene che il 12 novembre 2010 sarebbe stato nuovamente vittima di una intimidazione: sarebbe stata trovata una pistola nell'androne della sua abitazione in via Torrearsa a Palermo. Tuttavia, varie perplessità sussistono circa la veridicità di tali denunce e dichiarazioni. È stato infatti condannato per calunnia dal Tribunale Civile di Palermo per aver accusato ingiustamente un agente dei servizi segreti, la cui innocenza è stata dimostrata dalla Procura di Bologna e dalla Procura di Palermo. Peraltro, le differenti versioni fornite in vari procedimenti penali in ordine a vicende che lo hanno riguardato personalmente (tra cui le modalità con cui sarebbe venuto in possesso dell'esplosivo a causa del quale è stato in seguito condannato), e le intercettazioni telefoniche dalle quali emerge la sua volontà di usare la scorta che gli è stata assegnata come un lasciapassare per trasportare denaro per conto di esponenti della 'Ndrangheta ne hanno compromesso l'attendibilità.
Il tribunale di Bologna il 30 gennaio 2017 lo ha condannato in primo grado a tre anni e 6 mesi di reclusione per calunnia.
Testimonianze contro Berlusconi e Dell'Utri I PM di Palermo stanno facendo degli accertamenti che servirebbero a riscontrare le sue rivelazioni e la documentazione da lui consegnata ai magistrati circa presunti investimenti del padre nel complesso edilizio Milano 2, realizzato da Silvio Berlusconi. Ciancimino senior avrebbe riferito al figlio che nella realizzazione di Milano 2 sarebbero stati investiti soldi anche dagli imprenditori mafiosi Buscemi e Bonura. A fare da tramite tra Berlusconi, i costruttori palermitani e l'ex sindaco potrebbe essere stato Marcello Dell'Utri, senatore del PdL.
Accuse di tangenti a politici Nel 2009 accusa alcuni politici importanti di aver intascato tangenti: Totò Cuffaro (ex presidente della Regione Siciliana), Saverio Romano (deputato dell'UDC e ministro nel 2011) per euro, Salvatore Cintola (ex Assessore Regionale e senatore dell'UDC) e Carlo Vizzini (ex ministro e ora senatore del PdL e membro della Commissione Parlamentare Antimafia) per euro. Per questo risultano indagati della DDA di Palermo per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa nostra. Le accuse, tuttavia, non hanno mai trovato riscontri.
Processo Mori Ritenuto attendibile dalla procura di Palermo, è chiamato a testimoniare per conto dell'accusa, al processo dove sono imputati il Generale Mario Mori ed il Colonnello Mauro Obinu. Nel gennaio 2010 sono stati depositati 23 verbali degli interrogatori a cui viene sottoposto Ciancimino tra il 4 aprile 2007 ed il 23 gennaio 2009 dove vengono descritti rapporti di forte connessione tra uomini dei servizi segreti e Cosa nostra. Tuttavia, la credibilità di Massimo Ciancimino è stata successivamente messa fortemente in discussione, per ben due volte ed in differenti momenti (il 17 settembre 2009 ed il 5 marzo 2010), dalla Seconda Sezione Penale della Corte d'Appello di Palermo che ha giudicato le sue dichiarazioni su Marcello Dell'Utri “non connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza, emerge anzi una notevole contraddittorietà di Ciancimino su tutti i profili della vicenda”. Mori è stato comunque assolto.
Secondo l'ipotesi accusatoria della Procura di Palermo, il colonnello Mori avrebbe instaurato una trattativa con Provenzano attraverso l'ex sindaco Vito Ciancimino garantendogli la latitanza in cambio di giungere alla cattura di Totò Riina e quindi ad una sospensione della strategia stragista attuata all'epoca da Cosa nostra. Secondo Mori non ci sarebbe stata nessuna trattativa e nessuna promessa di ammorbidire il trattamento riservato ai mafiosi (cancellazione del carcere duro, revisione dei processi, riforma della legge sui collaboratori) ma solo un tentativo di attivare delle fonti confidenziali per arrivare ad arrestare i latitanti, in particolare Riina e Provenzano. A fare da cerniera tra gli ufficiali del ROS e Cosa nostra sarebbe stato proprio Vito Ciancimino e secondo suo figlio Massimo uno degli interlocutori del padre sarebbe stato Provenzano poiché riteneva che le stragi si sarebbero potute fermare solamente rendendo inoffensivo Riina. Provenzano, secondo Ciancimino jr, avrebbe poi contribuito alla cattura di Riina in cambio di una sostanziale impunità. Sempre Massimo Ciancimino raccontò di aver ricevuto personalmente da Provenzano una busta contenente alcune mappe con indicato il covo del boss e di averla consegnata al padre. Successivamente il capitano De Donno (ex ufficiale del ROS imputato al processo) lo avrebbe chiamato dal carcere e avrebbe passato suo padre che gli avrebbe detto di consegnargli le buste. Tuttavia questo impianto accusatorio non venne ritenuto verosimile ed infatti Mori (divenuto generale) e il colonnello Obinu, suo collaboratore, sono stati assolti in tutti e tre i gradi di giudizio dall'accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano "perché il fatto non costituisce reato".
Processo De Mauro e Scaglione Il 22 ottobre 2010 al processo per la morte del giornalista Mauro De Mauro, avvenuta nel 1970, Ciancimino depone un verbale di sue dichiarazioni e un memoriale dattiloscritto del padre Vito, sui rapporti dello stesso ex sindaco mafioso con il Procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, assieme ad altri documenti riguardanti la strage di piazza Fontana e il golpe Borghese. Ciancimino afferma di avere appreso dal padre che De Mauro sarebbe stato ucciso su "input istituzionali", di apparati dello Stato. L'unico imputato del processo è il detenuto Totò Riina. All'udienza del 19 novembre depone un manoscritto del padre e dichiara che "Totò Riina venne più volte a casa mia in via Sciuti 85/R a Palermo" e che si trovò ad accompagnare il padre agli incontri di mafia. Il padre gli spiegò che "era rimasto molto sorpreso per l'omicidio Scaglione (datato 1971)".
Secondo Ciancimino jr. Bernardo Provenzano avrebbe detto al padre: ""Chiedi ai tuoi amici romani, noi abbiamo solo eseguito degli ordini". Sempre secondo lui, il padre gli avrebbe raccontato che "Scaglione era stato ucciso perché aveva preso in mano l'indagine sull'omicidio De Mauro" e che "De Mauro aveva fatto inchieste su situazioni molto più grandi di lui". Con riferimento alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino su Scaglione nell'ambito del processo De Mauro, i familiari hanno precisato che il Procuratore Pietro Scaglione fu magistrato “dotato di eccezionale capacità professionale e di assoluta onestà morale”, “di indiscusse doti morali e professionali”, “estraneo all'ambiente della mafia ed anzi persecutore spietato di essa” e che “tutta la rigorosa verità è emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso” sia per quanto concerne la sua attività istituzionale, sia in relazione alla sua vita privata, compresi tutti i rapporti di conoscenza e di frequentazione, così come si legge testualmente nella motivazione della sentenza n. 319 del 1º luglio 1975 emessa dalla Corte di appello di Genova, sezione I penale passata in giudicato a seguito di conferma della Cassazione. Inoltre, i familiari hanno ricordato i procedimenti contro Vito Ciancimino intentati dal procuratore Scaglione prima di essere ucciso.
Dichiarazioni sull'avvocato Amato