Odisseo (pronuncia o ; ), più comunemente noto come Ulisse (pronuncia ; ), è un personaggio della mitologia greca, re di Itaca e protagonista dell'Odissea, poema omerico che gli dà il nome. Appare anche nell'Iliade e in altri testi del ciclo troiano.
Noto per la sua grande astuzia, impiegata per vincere i propri nemici o scampare da grandi pericoli, è un personaggio centrale della cultura occidentale che incarna il desiderio di scoperta e ricerca dell'ignoto, unitamente all'affermazione dell'ingegno e della ragione umana contro le forze ineluttabili del fato e degli dèi.
Etimologia
Il nome greco La forma (Odysseús), con la variante (Odyséus), è propria della lingua epica e della tradizione che vi si rifà. Accanto a essa è documentata una serie di forme con laterale, (Olysseús), (Olyseús), (Olytteús), (Olyteús) e (Oliséus), note soprattutto da iscrizioni vascolari, mentre il grammatico Elio Erodiano riporta (Oulixeús); allo stesso gruppo appartiene il latino Ulixēs. La forma con dentale, osserva Robert S. P. Beekes, è assicurata soltanto dalla letteratura epica. Alla medesima base rimanda il derivato (Olisseîdai), nome di una fratria attestato a Tebe e ad Argo..
Già i poeti epici collegarono il nome al verbo (odýssomai), «adirarsi, essere in collera con qualcuno»: nel XIX libro dellOdissea è il nonno materno Autolico a imporlo al nipote.
Il valore da attribuire al participio (odys(s)ámenos) del verso 407, riferito ad Autolico, è discusso, e con esso il senso del nome che ne deriva.Soggetto del participio è Autolico, e negli altri passi in cui il verbo ricorre il soggetto è di norma una divinità irritata contro qualcuno: per questa via il senso sarebbe attivo, «colui che si adira», ed è così che intendono la traduzione qui riportata e il commento che l'accompagna. Eustazio intendeva invece che il nome fosse stato imposto perché molti odiavano il bambino, e in senso passivo, «colui contro cui ci si adira», lo intese anche William B. Stanford; Esichio glossa il participio con (orgistheís), «adirato». Sono state proposte anche rese neutre, che lasciano aperti entrambi i sensi...
Che si trattasse di un gioco etimologico e non di una vera derivazione era chiaro già nell'antichità: la Vita di Sofocle osserva che il tragico, sulla scia di Omero, paretimologizza il nome dell'eroe. Sofocle lo riprende infatti in un frammento da dramma ignoto in cui Odisseo dichiara di portare a buon diritto un nome che viene dai mali, perché molti nemici si adirarono contro di lui: rispetto al modello omerico l'azione dell'odiare passa dal nonno ai nemici, e l'eroe diventa oggetto e non soggetto dell'avversione.. L'imposizione del nome non è del resto un episodio isolato: il verbo (odýssomai) torna in altri luoghi del poema riferito all'ira degli dèi contro l'eroe, e a un gioco analogo si presta il verbo (odýromai), «lamentarsi».. Sul piano linguistico si tratta comunque di accostamenti paretimologici e non di derivazioni..
L'etimologia del nome resta ignota. Fra Ottocento e Novecento sono state proposte un'origine illirico-epirota, una continentale e una microasiatica, quest'ultima sostenuta soprattutto da Paul Kretschmer, che faceva di Odisseo un eroe anatolico; sono stati inoltre tentati un accostamento al nome del nonno materno (Autólykos) e, più tardi, uno a (olígos). Beekes giudica dubbio il primo di questi due accostamenti ed errato il secondo, e conclude che il nome è di tipo pregreco proprio in ragione dell'alto numero di varianti.
Secondo un'impostazione ripresa da Daniele F. Maras, la forma con laterale sarebbe la più antica, e quella con dentale un adattamento paretimologico, secondario e recenziore, prodotto dai poeti epici per accostare il nome a (odýssomai) e farne un nome parlante; la forma con laterale sarebbe sopravvissuta nelle iscrizioni dialettali. I confronti migliori per la base onomastica sono stati cercati nei toponimi pregreci (Ólympos) e (Ólynthos), mentre l'oscillazione fra dentale e laterale è stata ricondotta a un'incertezza di fondo del sostrato mediterraneo.
Il nome latino Il latino Ulixēs, la cui prima attestazione letteraria è nellOdusia di Livio Andronico, non deriva dalla forma epica con dentale ma da una forma greca con laterale, ricostruita come *Olixes: è modellato cioè sul nome quale circolava nella tradizione non omerica, forse per il tramite del teatro. La grafia Ulyssēs, rifatta sul greco , è più tarda e meno frequente in età classica.
Il nome in Etruria In Etruria il nome dell'eroe è documentato in una serie di varianti: utuse, utuśe, utuze, utzte, uθste, uθuste, uθuze. Nella documentazione figurata esse compaiono come didascalie accanto a rappresentazioni di Odisseo su scarabei, specchi e urnette, fra il V e il II secolo a.C..
L'ingresso del nome nella lingua etrusca è però assai più antico. Su un aryballos di bucchero dalla necropoli di Volusia, in territorio veiente, databile alla fine del VII secolo a.C., è stata riconosciuta la sequenza uθuzteθs, interpretata come derivato genealogico corrispondente a un greco *, cioè «discendente di Odisseo»; accanto a essa compare vuvze, nome di origine umbra, e all'influenza dell'umbro è ricondotta anche l'uscita anomala della prima parola.. Secondo Daniele F. Maras si tratta di un soprannome, o di una vanteria dell'artigiano che incise il vaso, forse in senso ironico: l'impiego di un termine genealogico del mito greco in un contesto di onomastica personale di condizione modesta non può essere messo in relazione con rapporti di discendenza reali o creduti tali, e va inteso come una nobilitazione scherzosa. Il valore dell'attestazione sta altrove, cioè nel documentare che alla fine del VII secolo le vicende dell'eroe erano già note in ambiente etrusco-umbro, nella media valle del Tevere.. Sulla base di questa attestazione si ammettono due prestiti distinti: uno più antico, all'origine delle forme in -ste, risalente alla fine del VII secolo e probabilmente mutuato da un dialetto greco ionico, e uno successivo, documentato dal V secolo, all'origine della forma utuse, che non soppianta mai del tutto la precedente.La ricostruzione precedente, dovuta a Carlo de Simone, faceva derivare le forme in -ste da quelle in -se per assimilazione interna all'etrusco, argomentando dal fatto che le prime comparivano solo dal IV secolo e le seconde dal V. L'attestazione veiente di fine VII secolo, se accolta, rende non più praticabile quell'argomento cronologico..
A differenza del latino, il nome etrusco fu dunque mutuato dalla forma con dentale, cioè da quella propria della tradizione epica omerica.
Genealogia Figlio di Laerte e Anticlea, dunque nipote di Arcesio e Autolico e di conseguenza pronipote del dio Ermes, nonostante nellOdissea non se ne faccia mai accenno. Sposò Penelope, da cui ebbe il figlio Telemaco e, secondo fonti non omeriche, anche Poliporte e Arcesilao. Secondo il poema perduto Telegonia, da Circe ebbe il figlio Telegono.
Secondo altre versioni era figlio di Sisifo, che lo generò con Anticlea prima che quest'ultima si unisse a Laerte.
Mitologia
Prima della guerra di Troia Odisseo aveva consultato un oracolo dal quale era stato ammonito che, se fosse partito per la città di Troia, sarebbe tornato in patria solo dopo vent'anni e in condizioni di miseria. In seguito, quando Agamennone, accompagnato da Menelao e Palamede, fece visita all'eroe per convocarlo in onore del solenne giuramento che aveva pronunciato sulle carni di cavallo, Odisseo architettò di giustificare la sua riluttanza alla guerra fingendosi pazzo. Fu sorpreso, infatti, con un cappello da contadino a forma di mezzo uovo mentre arava un campo, pungolando un asino e un bue aggiogati insieme e lanciandosi alle spalle manciate di sale. Palamede, per verificare la sanità dell'uomo, strappò suo figlio Telemaco dalle braccia della madre e lo posò per terra, davanti alle zampe delle bestie aggiogate all'aratro; Odisseo subito arretrò tirando le redini per risparmiare il figlio, smascherando così la sua macchinazione, e cedette ad arruolarsi nella spedizione.Canti Ciprii (Proclo, Crestomanzia in M. Davies, The Cypria, Washington, Center for hellenic studies, 2019) e Apollodoro, Epitome 3.6-7; Filostrato, Eroico.
Lo stratagemma del cavallo
Il mito narra che è Ulisse a escogitare l'idea del cavallo di Troia per fare breccia nelle mura ed entrare in città, tuttavia esistono diverse versioni di tale racconto: secondo Apollodoro, Ulisse concepisce il progetto del cavallo di Troia, ma è Epeo, figlio di Panopeo e famoso artista, a costruirlo prendendo il legno dal sacro monte IdaPseudo-Apollodoro, Epitome, 5,14; secondo Igino, è lo stesso Epeo, con l'aiuto di Atena, che riuscì a realizzare l'intera opera senza l'aiuto di UlisseIgino, Favola, 108; secondo Tzetze, Prilide, guidato da Atena, propose l'idea del cavallo di legno ed Epeo fu ben lieto di costruire tale opera. Ulisse ne prese tutto il meritoTzetze, Scoli a Licofrone, 219 e seguenti; secondo Pausania, il cavallo di legno era semplicemente una macchina bellica con la quale i Greci attaccarono le mura e le distrusseroPausania, Libro I, 23,10; secondo Virgilio, i Troiani ritennero che il cavallo fosse un dono di Atena, dato che Odisseo e Diomede avevano derubato il tempio della dea,Virgilio, Eneide, II, 13-249 Ulisse avrebbe perciò consacrato il cavallo ad Atena per evitare la sua colleraPseudo-Apollodoro, Epitome, 5,15.
Ritorno a Itaca
Odisseo, affezionato alla sua terra, vorrebbe ritornare agli affetti familiari e alla nativa Itaca dopo i dieci anni passati a Troia a causa della guerra, ma l'odio di un dio avverso, Poseidone, glielo impedisce. Costretto da continui incidenti e incredibili peripezie, dopo altri dieci anni, grazie anche all'aiuto della dea Atena, riesce a portare a compimento il proprio ritorno a casa.
Le tappe Le tappe del ritorno (in greco νόστος nòstos) sono dodici, numero degli insiemi perfetti. Si alternano tappe in cui l'insidia è manifesta (mostruosità, aggressione, morte) a tappe in cui l'insidia è solo latente: un'ospitalità che nasconde un pericolo, un divieto da non infrangere. Ulisse continua a non riuscire a tornare a Itaca perché il dio Poseidone, adirato con lui, gli scatena contro venti furiosi, continui naufragi e pericolosi approdi in altre terre.
I Ciconi Dopo la partenza da Troia, Ulisse fa tappa a Ismaro, nella terra dei Ciconi (in greco, Kìkones), e li attacca per fare bottino. Qui risparmia Marone, sacerdote di Apollo, che gli dona del vino forte e dolcissimo che gli tornerà utile nella grotta di Polifemo.
I Lotofagi Seconda tappa nella terra dei Lotofagi, cioè mangiatori di loto. Essi sono ospitali ma insidiosi: offrono infatti ai compagni di Ulisse il loto, un frutto che fa dimenticare il ritorno, costringendo l'eroe a legarli e a trascinarli a forza sulle navi.
Il ciclope Polifemo Ulisse, insieme ai suoi compagni, approda su un'isola abitata dalle ninfe. Ulisse vuole andare a chiedere ospitalità in un'isola vicina e porta con sé una nave e alcuni suoi compagni. Giungono nella grotta di Polifemo, che nel frattempo è uscito a pascolare le pecore, e la trovano con i graticci pieni di formaggi enormi e il latte appena munto. I compagni pregano Ulisse di prendere i formaggi, rimettersi in mare e scappare, ma l'eroe vuole ricevere i doni dell'ospitalità. Polifemo ritorna: è orrendo, un gigante con un solo occhio in mezzo alla fronte. Quando li vede sta preparando la sua cena, e allora prende due compagni di Odisseo e li divora. Poi si mette a dormire, così Ulisse medita come scappare da quella disavventura.