Quadro generale La crisi del potere centrale, la conseguente frammentazione politica e una straordinaria ripresa di efficienza dell'Impero bizantino caratterizzarono le vicende islamiche di quell'epoca. Uomini come Niceforo Focas (912 ca.–969) e Giovanni I Zimisce (924 ca.–976), impressero una grande dinamicità alla loro azione militare e politica, che mise a dura prova le frontiere musulmane. Biografia È in questa cornice che s'impone la figura di condottiero e di uomo politico di Sayf al-Dawla, in parte anche per la sua corte e per i grandi poeti di cui seppe circondarsi, fra cui al-MutanabbiAbū al-Ṭayyib Aḥmad b. al-Ḥusayn al-Mutanabbī (915–965), fra i maggiori poeti arabi di età classica, il cui soprannome significa "colui che si spaccia per profeta", probabilmente a causa di qualche giovanile bravata. e Abū Firās,Abū Firās al-Ḥamdānī (932–968), cugino di Sayf al-Dawla, noto soprattutto per le sue Rūmiyyāt, componimenti scritti prevalentemente durante la sua prigionia a Costantinopoli, tra i Rūm, appunto. e perché fu in grado di accendere "l'ultima fiammata del ǧihād fra gli Arabi d'Oriente fino ai tempi moderni".Claude Cahen, L'Islamismo I, Milano, Feltrinelli, 1969, p. 254.

La parabola di Sayf al-Dawla si iscrive nella cornice delle vicende degli Hamdanidi, famiglia dei Banu Taghlib (tribù araba stanziata nella Jazira fin dall'epoca preislamica), pervenuta al potere nella città di Mosul all'epoca dell'anarchia "turca" di Sāmarrāʾ (865).Hugh Kennedy, The Prophet and the Age of Caliphates, London and New York, Longman, 1986, p. 268.

La crisi del califfato abbaside, infatti, segna l'avvento al potere di numerose famiglie locali, che daranno origine a staterelli pressoché indipendenti, spesso noti come “dinastie beduine”. Il caso degli Hamdanidi, tuttavia, risulta più complesso di quello dei Mirdasidi o degli ʿUqaylidi, poiché il loro movimento risulta legato alla tribù dei Taghlib solo nelle immediate fasi iniziali. Nel momento di maggiore potenza della dinastia, al contrario, gli ufficiali dell'esercito hamdanide sono in massima parte ghilmān turchi o, quand'anche di estrazione araba, appartenenti agli ʿUqayl o ai Numayr. La dinastia inoltre, specialmente nella sua branca di Mosul, mantenne ottimi rapporti con l'elemento curdo, anch'esso integrato nell'esercitoIbidem, p. 271. e, a differenza dei capi beduini mirdasidi e ʿuqaylidi che rimasero quasi estranei alla vita di città,Claude Cahen, op. cit., p. 255. la dinastia hamdanide sviluppò una notevole vita di corte.

Gli Hamdanidi

Il fondatore della dinastia, Ḥamdān b. Ḥamdān, dopo aver partecipato ai disordini scoppiati nella Jazīra negli anni 880 – 882, ebbe l'accortezza di assicurarsi il controllo di alcune roccaforti montane, fra le quali Mārdīn a ovest e Ardamusht presso Jazirat Ibn ʿUmar (l'odierna Cizre) a est, e di stringere una sorta di alleanza con le tribù curde delle colline, riuscendo quindi a fronteggiare con più efficacia la reazione abbaside. Nell'895 egli fu comunque catturato, ma il figlio al-Ḥusayn riuscì ad riacquistargli la libertà grazie a una sua spettacolare azione contro i kharigiti, in cambio della quale ottenne anche l'esenzione dalle tasse per i Taghlib e la possibilità di guidare un corpo di 500 uomini all'interno dell'esercito califfale. Da questo punto di vista, la dinastia hamdanide assume un ruolo diverso da quello delle altre dinastie beduine: non nasce nel vuoto di potere lasciato dagli Abbasidi ma funge piuttosto da intermediaria fra questi ultimi e gli uomini della propria tribù, cui offre un posto nell'esercito e un salario sicuro, oltre alla possibilità di far bottino.

L'istituzione del dominio hamdanide a Mosul

Tanto al-Ḥusayn quanto il fratello Abū al-Hayjāʾ finirono per perdere la vita negli intrighi politici di Baghdad cui avevano scelto di prendere parte, ma la sopravvivenza e la fortuna della dinastia fu assicurata dal figlio di Abū al-Hayjāʾ, al-Ḥasan, la cui signoria su Mosul e la Jazīra fu riconosciuta nel 935 dal potere centrale. Nel 942 egli avrebbe anche ricevuto il laqab onorifico di Nāṣir ad-Dawla (Colui che dà vittoria alla dinastia [abbaside]) in occasione di una campagna contro i Barīdī,Famiglia originaria del sud dell'Iraq, che acquisì una notevole potenza militare all'epoca delle lotte fra i califfi abbasidi al-Muqtadir e al-Qāhir. Vedi Hugh Kennedy, op. cit., p. 195. peraltro malamente conclusa, ma ciò che più interessa è che con questa spedizione comincia la carriera politica di Abū al-Hasan ʿAli b. ʿAbd Allāh, il futuro Sayf al-Dawla. Questi, rientrato a Mosul col fratello dopo la fine della campagna, si mise subito alla ricerca di un territorio su cui concentrare le sue ambizioni, individuandolo nell'area di Aleppo, nella quale l'Ikhshīd d'Egitto Muhammad ibn Tughj (935 – 946)Ikhshīd era un titolo sogdiano conferito a Ibn Tughj dal Califfo al-Rāḍī (934–940). Cfr. Claudio Lo Jacono, Il Vicino Oriente, Torino, Einaudi, 2003, pp. 248-249. non era per principio contrario alla creazione di uno Stato cuscinetto che lo proteggesse dall'aggressività di Costantinopoli. Gli Hamdanidi non avevano, tuttavia, alcun appoggio tribale in quell'area, non frequentata dai Taghlib, ragion per cui fu necessario stringere un'alleanza con i Banu Kilāb, tribù di grande influenza nella regione. Sayf al-Dawla riuscì quindi ad installarsi ad Aleppo, ma quando le sue mire si spostarono su Damasco, fu lo stesso Ikhshīd a porre fine al suo progetto espansionistico, fino al raggiungimento di un accordo nel 945.

Ibn al-Athīr riporta per esteso l'ultimo episodio di questa guerra, seguito alla morte di Abū Bakr Muhammad b. Tughj nel 946. La giovane età di Abū al-Qāsim Ūnūjūr portò infatti alla reggenza di Abū al-Misk Kāfūr, schiavo nubiano messosi in mostra sotto Ibn Tughj, e Sayf al-Dawla credette di avere fra le mani l'occasione propizia per impossessarsi di Damasco. La città venne effettivamente presa, ma una certa durezza di Sayf al-DawlaIbn al-Athīr scrive che Sayf al-Dawla avrebbe rivolto allo sharīf al-ʿAqīqī le seguenti parole: “Questa Ghūṭa (la zona circostante Damasco) basta per una persona sola”, sentendosi rispondere che essa, al contrario, apparteneva a molti popoli (aqwām kathīra). Al-ʿAqīqī avrebbe poi riferito la conversazione ai maggiorenti della città, che si affrettarono a sollecitare l'intervento di Kāfūr. Ibn al-Athīr, Taʾrīkh al-Kāmil, 12 tomi in 6 voll., Cairo, 1303 H., vol. VIII, p. 164, in Marius Canard, Sayf al Daula, Recueil de textes relatifs à l'émir Sayf al Daula le Hamdanide avec annotations, cartes et plans, Algeri, Editions Jules Carbonel, 1934. Vedi anche Claudio Lo Jacono, op. cit., pp. 249-250. spinse i notabili a richiedere l'intervento di Kāfūr, che lo obbligò ad abbandonare la città e spinse Ūnūjūr fino ad Aleppo, forzando Sayf al-Dawla a ritirarsi nella Jazīra.

Non era tuttavia interesse ikhshidide mantenere il possesso della Siria del nord, ragion per cui un nuovo accordo venne stipulato e gli Hamdanidi di Aleppo rinunciarono definitivamente alle loro mire su Damasco.

Tra beduini e Bizantini

Una volta stabilito il proprio potere sul nord della Siria, la politica di Sayf al-Dawla, nei suoi oltre vent'anni di governo, sarà presa da due questioni fondamentali e strettamente intrecciate: destreggiarsi fra le beghe tribali di un paese in decisa fase di ri-nomadizzazione e condurre il sacro sforzo del jihād contro i Bizantini e le loro politiche di aggressione. Come dicevamo, si trattava di due questioni strettamente interconnesse: da un lato, infatti, solo la fedeltà dei beduini poteva fornire al condottiero il nerbo delle truppe con cui egli compì le sue spettacolari azioni oltre confine; dall'altro era il prestigio guadagnato con tali azioni a conferirgli il carisma necessario ad imporre la propria autorità sulle tribù dell'area. Gli Hamdanidi di Aleppo, infatti, si trovarono a governare aree in cui i B. Taghlib non avevano la minima influenza, per cui nessun vincolo di sangue era in grado di assicurare loro la fedeltà delle tribù nomadi. Questa situazione paradossale fu mascherata per vent'anni dalla figura carismatica di Sayf al-Dawla, ma finì per esplodere sotto i suoi successori, “costretti a governare una tribù che non era la loro”, fino alla naturale presa di potere dei Mirdasidi, appartenenti ai B. Kilāb tanto influenti nell'area.

Quanto detto non deve però far credere che Sayf al-Dawla abbia sempre avuto buon gioco a trattare coi bellicosi capitribù dei Kilāb (stanziati nell'hinterland di Aleppo), Kalb, ‘Uqayl e Numayr (gravitanti attorno a Salamiyya, ad est di Homs), sebbene molti di essi avessero un ruolo nella gestione del potere. L'ostilità dei Kalb, ad esempio, può essere uno dei motivi per cui Sayf al-Dawla mantenne quasi sempre cordiali rapporti con i Carmati, loro tradizionali alleati. A tal proposito Ibn Miskawayh racconta un significativo episodio avvenuto nel 353/964, quando l'ormai vecchio Sayf al-Dawla sentiva probabilmente in misura ancora maggiore il bisogno di tener vivi i buoni rapporti coi suoi vicini sciiti:

Questo episodio, con un governatore che non esita ad indebolire le mura del più importante centro del Diyār Muḍar, aiuta a comprendere l'importanza di simili alleanze nel delicato gioco strategico della Siria del Nord a quell'epoca.

Il momento di maggior tensione, nei rapporti con le tribù, si raggiunse nel 955, quando un tale ʿĀmir b. Ṣaʿṣaʿa raccolse un gran numero di Kalb, ʿUqayl, Qushayr, ʿAjlān e Kaʿb b. Rabīʿa b. ʿĀmir nella piana di Salamiyya, oltre ad un consistente raggruppamento di Kilāb b. Rabīʿa b. ʿĀmir presso il corso d'acqua denominato ʿAyn al-Zarqāʾ, fra Khunāṣira e Sūriyya. Sayf al-Dawla si trovava di fronte praticamente tutte le tribù che nomadavano nel nord della Siria, compresi i suoi tradizionali alleati Kilāb. Il modo in cui egli riuscì a gestire la crisi segnò tuttavia l'apice del suo potere politico. I beduini, dopo aver espresso il loro disappunto nei confronti dell'amministrazione hamdanide, si impegnarono a fare causa comune contro Sayf al-Dawla, stipulando un patto secondo il quale l'intera coalizione si sarebbe mossa in caso di attacco contro una delle tribù da parte di Sayf al-Dawla. Lo stesso governatore hamdanide prese da principio la faccenda non troppo sul serio, sottostimando le velleità dei beduini, i quali, tuttavia, forti del proprio numero, cominciarono a mostrare segni di ostilità, con l'uccisione di alcuni notabili. Nonostante la gravità dell'atto, altre importanti questioni distolsero Sayf al-Dawla da una pronta risposta: l'emiro era infatti impegnato a trattare i termini di una tregua e del riscatto dei prigionieri con l'emissario del Basileus bizantino, ragion per cui non poté mettersi in marcia prima del maggio 955. Questo ritardo, del resto, non fece che accrescere la boria dei ribelli, che lo interpretarono come un segno di debolezza.

A dispetto di queste fosche premesse, tuttavia, Sayf al-Dawla riuscì a reprimere la rivolta rapidamente, applicando il sempre valido motto del divide et impera: ai vecchi alleati Kilāb, tribù dalla tradizionale attitudine guerriera, fu infatti concessa la possibilità di negoziare la pace a condizioni accettabili, spezzando quindi il fronte ribelle. Ben diversa sorte attendeva invece i guerrieri delle altre tribù, molti dei quali furono ricacciati della bādiya (steppa desertica) a morire di sete. Sayf al-Dawla fu particolarmente duro con i Kalb, che furono addirittura costretti ad abbandonare i loro territori e spingersi a sud, nell'area delle alture del Golan, mentre i loro territori furono lasciati ai riconciliati Kilāb.Hugh Kennedy, op. cit., p. 276. Con il contemporaneo spostamento dei Numayr nella Jazira, l'esito di questa campagna contribuì a una generale ridefinizione della geografia tribale della regione, che aveva già visto l'abbandono di una consistente frazione dei Taghlib, passati in territorio bizantino nel 935.Ibidem, pp. 270-71.