La censura in Italia è vietata, in ragione della tutela costituzionale che, per la libertà di espressione, è sancita dall'art. 21 della Costituzione.

Quanto allo stato di fatto, nel 2015 Freedom House ha tuttavia classificato la stampa italiana come Partly Free ("parzialmente libera"), mentre nel rapporto dello stesso anno Reporter senza frontiere pone l'Italia al 73º posto per la libertà di stampa.

Storia Censura negli Stati preunitari

Nel periodo che segue il Congresso di Vienna (1814-1815), in territorio italiano era in atto un incisivo controllo sulla stampa. Nelle capitali dei vari stati, e nei centri urbani più importanti, in genere usciva solo un foglio ufficiale, generalmente intitolato Gazzetta, che serviva per la pubblicazione delle leggiFra le "Gazzette Ufficiali" del periodo, prima della Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, si ricordano la Gazzetta Privilegiata di Milano (quotidiano ufficiale unico della Lombardia asburgica), la Gazzetta di Parma (giornale ufficiale del Ducato di Parma e Piacenza), la Gazzetta di Firenze (giornale ufficiale del Granducato di Toscana). e di una cronaca attentamente selezionata. Oltre a questi tuttavia erano presenti dei periodici letterari e culturali, dove potevano essere espresse nuove idee. Nel 1816, su iniziativa degli austriaci, a Milano fu fondato un mensile letterario intitolato Biblioteca Italiana, cui vennero invitati a collaborare (non sempre con successo) oltre 400 fra intellettuali e letterati di tutta Italia. A questa rivista fece da contraltare Il Conciliatore, periodico statistico-letterario vicino alle idee romantiche di Madame de Staël, che continuò ad uscire fino al 1819, quando venne costretto alla chiusura.

La situazione del giornalismo italiano cominciò a cambiare con la nascita di numerosi fogli clandestini, stampati dai nuclei carbonari e dai movimenti rivoluzionari sotterranei, che porteranno ai moti del 1820-1821. Tra i giornali più noti di questo periodo vanno citati: L'Illuminismo, pubblicato nelle Legazioni pontificie nel 1820; La Minerva di Napoli e La Sentinella subalpina di Torino. Nello stesso periodo, anche negli ambienti liberali italiani ci fu un certo attivismo giornalistico. Risalgono a quegli anni infatti Antologia, giornale di scienze, lettere e arti, nato a Firenze nel 1821, i genovesi Corriere Mercantile del 1824 e L'Indicatore genovese, cui collaborò anche il giovane Giuseppe Mazzini.

Nel 1847 e nel 1848 furono promulgati gli editti di Pio IX e di Carlo Alberto, relativi alla libertà di stampa.

Censura nel Regno d'Italia

Metodi indiretti di controllo prefettizio sulle gerenze dei giornali, preesistenti allo stesso conflitto bellico, erano esercitati dal Ministero dell'interno già in epoca giolittianaPadulo, Appunti sulla fascistizzazione della stampa, in Archivio Storico Italiano, 1982, n. 511, pp. 83-115..

La prima legge che introduceva un vero e proprio intervento censorio è quella relativa alle proiezioni cinematografiche e risale al 1913.Legge 785 del 25 giugno 1913. Con questa legge si impediva la rappresentazione di spettacoli osceni o impressionanti o contrari alla decenza, al decoro, all'ordine pubblico, al prestigio delle istituzioni e delle autorità. Il successivo regolamento,Regio Decreto 532 del 31 maggio 1914. emanato nel 1914, elencava una lunga serie di divieti e trasferiva il potere di intervento dalle autorità locali di pubblica sicurezza al Ministero dell'Interno. Nel 1920 con un Regio DecretoRegio Decreto 531 del 22 aprile 1920. fu istituita una commissione, che fra le altre cose aveva il compito di visionare preventivamente il copione del film prima dell'inizio delle riprese.

Il 23 maggio 1915, all'inizio della partecipazione italiana alla Grande Guerra, con i decreti nn. 674, 675 e 689, fu istituita la censura sulla stampa e sulla posta. I giornali non potevano fornire informazioni sul numero di feriti, prigionieri e caduti, né su nomine e cambiamenti nei vertici militari, se non quelle contenute nei comunicati ufficiali. Furono introdotte alcune modifiche alla legge di pubblica sicurezza: i prefetti avevano il potere di ordinare il sequestro di un giornale e la sua sospensione dopo due sequestri successivi. Per tutta la durata della guerra, le autorità incaricate del controllo della stampa, desiderose di presentare al pubblico un quadro ottimistico della situazione, suggerivano ai giornali come selezionare le notizie. La pressione delle autorità, unita alle aspettative del pubblico — che voleva leggere soltanto notizie positive — indusse la stampa italiana all’autocensura.

I giornali, pur ricevendo dai loro corrispondenti di guerra notizie dettagliate dal fronte, non pubblicavano tutto. Occultavano volontariamente parte delle informazioni al pubblico dei lettori, pubblicando articoli che nascondevano e, in alcuni casi, falsificavano gran parte della verità. Il 19 novembre 1918, dopo la fine della guerra, le cause di sequestro delle pubblicazioni periodiche furono limitate alle informazioni di natura militare e alle notizie false che potessero suscitare allarme nell’opinione pubblica o turbare le relazioni internazionali. Con il decreto del 29 giugno 1919 furono abrogate le norme restrittive entrate in vigore nella primavera del 1915; nello stesso tempo, il direttore generale della pubblica sicurezza, Vincenzo Quaranta, ridusse la sorveglianza sui mezzi di informazione.

Censura durante l'epoca fascista

La censura, durante il regime fascista, consistette nella limitazione della libertà di stampa, radiodiffusione, assemblea e libertà di espressione. Essa registrò un primo tentativo con il regio decreto-legge 15 luglio 1923, n. 3288, contenente norme sulla gerenza e vigilanza dei giornali e delle pubblicazioni periodiche, e con le “Norme di attuazione del R.D. legge 23 luglio 1923, sulla gerenza e vigilanza dei giornali”, anch'esse pubblicate solo nel luglio 1924.

La resistenza dei giornali, anche in sede legale, fu sormontata dalla circolare ai prefetti che il ministro Luigi Federzoni emanò a ridosso del discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini.

In data 31 dicembre 1925 entrò in vigore la legge n. 2307 sulla stampa, che disponeva che i giornali potessero essere diretti, scritti e stampati solo se avessero avuto un responsabile riconosciuto dal prefetto, vale a dire dal governo. Con l'approvazione del R.D. 26 febbraio 1928, n. 384 poteva essere iscritto all'ordine dei giornalisti solo chi non avesse svolto attività in contrasto con gli interessi della nazione.

Il 6 novembre 1926 fu poi emanato il Testo unico di Pubblica sicurezza. Infine la circolare del 3 aprile 1934 firmata da Benito Mussolini (Circ. 442/9532) che conferì il potere di censurare una pubblicazione all'Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, che si affiancò pertanto ai prefetti (e naturalmente li poté condizionare). Inoltre annunciò l'introduzione del sequestro preventivo delle pubblicazioni.

I principali scopi della censura erano: Controllo sull'immagine pubblica del regime. Controllo costante dell'opinione pubblica come strumento di misurazione del consenso. Creazione di archivi nazionali e locali (schedatura) nei quali ogni cittadino veniva catalogato e classificato a seconda delle sue idee, le sue abitudini, le sue relazioni d'amicizia e sessuali, costituendo così di fatto uno stato di polizia. La censura fascista combatteva ogni contenuto ideologico in contrapposizione al fascismo o lesiva del prestigio della nazione.

La censura nel settore dei media veniva posta in atto dal Ministero della cultura popolare (Min.Cul.Pop.), che aveva competenza su tutti i contenuti che potessero apparire in giornali, radio, letteratura, teatro, cinema, ed in genere qualsiasi altra forma di comunicazione o arte.

Nel 1930 fu proibita la distribuzione di libri con contenuti di ideologia marxista. Questi libri erano segregati in sezioni speciali delle biblioteche pubbliche, non aperte al pubblico. Per avere accesso a questi testi bisognava ottenere una autorizzazione governativa, che veniva concessa dietro la presentazione scritta di chiari propositi scientifici o culturali. Grandi falò di libri si verificarono sin dal 1938:Cfr.Jonathan Rose, Il libro nella Shoah, ed. Sylvestre Bonnard, Milano 2003. le opere contenenti temi sulla cultura ebraica, la massoneria, l'ideologia comunista, vennero rimosse dagli occulti scaffali di biblioteche e librerie. Per poter evitare i sequestri e le conseguenze delle ispezioni fatte dalla polizia fascista, molti bibliotecari nascosero le opere incriminate, ed in effetti in molti casi queste vennero ritrovate alla fine della guerra.

Dal dopoguerra ad oggi

In particolare l'epoca dopo la fine della IIª guerra mondiale, coincidente anche con i primi anni della neonata Repubblica Italiana nata dopo il referendum fu pervasa da una vena di "sessuofobia" che avrebbe, per situazioni e provvedimenti, preso una piega verosimilmente demenziale che ha riguardato molte arti, quindi, oltre la stampa in genere, il cinema e la censura televisiva, nuovissimo mezzo di comunicazione e spettacolo arrivato, prima, nei locali pubblici (bar, circoli privati) per via del prezzo troppo elevato dell'apparecchio per le famiglie, in seguito maggiormente diffuso nelle case anche per l'abbassamento del prezzo causato dalla più larga diffusione. Questo clima fu anche favorito dall'atteggiamento avuto durante gli ultimi anni del pontificato di Papa Pacelli, come, realmente, accadde per uno show televisivo annullato per la visione di "gambe femminili scoperte".

La rigida applicazione del codice di Filiberto Guala, primo direttore generale della neonata Rai, obbligò a seguire le linee direttive nelle quali erano state tassativamente vietate persino la pronuncia di parole descriventi dettagli anatomici e semplici parti del corpo divenute "irriferibili" quali: "membro", "seno", "cosce", "piedi". E l'elenco potrebbe proseguire se si pensa al clima di quell'epoca, arrivato ad usare, per le forze dell'ordine, addirittura un "metro", qualche anno prima (1948), dal ministro dell'interno Mario Scelba per misurare nelle spiagge la "lunghezza" dei costumi da bagno femminili.

La situazione attuale nei vari campi Musica

Nella musica italiana la censura viene attuata, a seconda dei periodi storici, per differenti motivi. Durante il fascismo, vengono censurate critiche al regime e satire nei confronti dei suoi esponenti. Persino le cosiddette "canzoni della fronda", apparentemente innocue, vengono fatte oggetto di censura..

Nell'immediato Dopoguerra, con l'ascesa al potere della Democrazia Cristiana, viene rinnovata la censura nei confronti della musica, dove si censurano maggiormente riferimenti che possano provocare turbamento. Oggetto di censura sono così la religione, caso particolarmente clamoroso Dio è morto cantata da I Nomadi, che viene censurata dalla Rai ma regolarmente trasmessa da Radio Vaticana. Altro argomento scabroso è il sesso, oggetto di una censura particolarmente feroce, come avviene ad esempio nel caso di Je t'aime... moi non plus, cantata da Serge Gainsbourg e Jane Birkin nel 1969, disco che viene sequestrato e la sua vendita proibita permanentemente.

La "morsa censoria" cattolica comincia ad allentarsi a partire dalla seconda metà degli anni settanta, tuttavia numerose censure continuano a essere praticate anche nei decenni successivi.

Cinema

Televisione Nel novembre 2003 il presentatore Pippo Baudo tagliò le battute più spinose dette da Daniele Luttazzi, ospite del programma Rai "Cinquanta", nella puntata dedicata proprio alla censura televisiva.

Un altro episodio fu la cancellazione, nell'ottobre 2006, di una puntata del programma Le Iene, che avrebbe dovuto mandare in onda un test antidroga all'interno del Parlamento Italiano.