L'inizio dell'attività letteraria di Alessandro Manzoni viene fatto risalire agli inizi del XIX secolo.
Del corpus letterario di Manzoni si dà qui di seguito conto singolarmente, opera per opera.
Opere giovanili Autoritratto (1801) Il sonetto autobiografico è ispirato dall'analogo testo alfieriano, Sublime specchio di veraci detti. Il componimento di Alfieri fu scritto nel 1786, ma proprio nel 1801 veniva pubblicato a Parigi presso Molini (nel terzo tomo delle Opere varie) e a Milano per i tipi di Pirotta e Maspero alla fine dell'anno. Con Solcata ho fronte (sempre del 1801) di Foscolo e con la poesia manzoniana costituisce un celebre trittico di sonetti-autoritratto. Il testo del Nostro fu pubblicato molto più tardi: uscì nel 1878 sulla Gazzetta Letteraria torinese, per opera di Raffaello BarbieraG. Tellini, Manzoni, Roma, Salerno, 2007, pp. 52-53. Ad una fronte dedicata alla descrizione fisica e morale fa seguito la sirima, quadro già piuttosto preciso delle ambizioni e delle peculiarità dell'autore, petrarchescamente attratto dalla gloria letteraria, ma anche schivo e immune dall'odio («Spregio, non odio mai»).
A Francesco Lomonaco (1802) Dedicato all'esule lucano Francesco Lomonaco.
Alla Musa (1802) Sonetto nel quale Manzoni invoca l'aiuto di Clio, musa della storia, affinché possa indicargli la via per una gloria imperitura.
Alla sua donna (1802) Il sonetto, noto anche come Se pien d'alto disdegno e in me securo, è dedicato, secondo la maggior parte dei critici, a Luigina Visconti dei marchesi di San Vito, infatuazione giovanile del Manzoni. L'innamoramento per Luigina Visconti è alla base dell'ode Qual su le cinzie cime, richiamo evidente, nello stile e nei contenuti, allAmica risanata foscoliana, il cui primo verso, «Qual dagli antri marini», è chiaramente riecheggiato in una composizione mossa da un sentimento ancora vivo e commosso per la giovane, che da ingenua e ignara diventa, nel sonetto A donna amata - se, come sembra, anche questa poesia sia dedicata a Luigina -, una donna vagheggiata con più distacco, come se il tempo avesse ricondotto il sentimento entro i confini della razionalitàL. Tonelli, cit., pp. 25-26.
In morte di Carlo Imbonati (1805-1806) Giunto da poco a Parigi, Manzoni stese i 242 endecasillabi sciolti del carme In morte di Carlo Imbonati. L'opera riprende l'espediente della visione, caro a Varano e Monti, ma manifesta una propria Weltanschauung (concezione del mondo). Imbonati compare al poeta in sogno, dando a quest'ultimo la possibilità di lodarlo per le sue virtù, ingiustamente ignote ai più. All'interno della cornice encomiastica c'è spazio per l'omaggio ad Alfieri e Parini, cui il carme deve ancora molto. L'assenza di riferimenti mitologici, «la curiosità pietosa» per il trapasso dalla vita alla morte e l'aderenza alla realtà costituiscono tuttavia un ulteriore passo verso la formazione di uno stile manzoniano, la cui specificità andrà determinandosi in modo più netto nelle composizioni matureL. Tonelli, cit., pp. 50-55. Se si eccettua l'appendice alle Vite del Lomonaco, In morte di Carlo Imbonati è la prima opera manzoniana ad essere pubblicata. All'inizio del 1806 l'editore Didot ne stampò cento copie a Parigi, mentre qualche mese più tardi Destefanis ne produsse a Milano un numero maggiore di esemplari, accompagnati da una dedica al Monti arbitrariamente aggiunta da Pagani, che fu per questo motivo rimproverato dall'autore, il quale cominciava così a dimostrare di aver avviato il percorso di affrancamento dall'imitazione montiana. In ogni caso, assieme alla pubblicazione arrivarono i primi consensi: il carme fu lodato dalle Effemeridi letterarie e dal Cuoco sul Giornale ItalianoLa recensione di Vincenzo Cuoco, del 3 aprile, può leggersi in V. Cuoco, Scritti vari, Bari 1924, I, pp. 265-266. Il carme In morte di Carlo Imbonati è un importante documento di Poetica. Celebri sono i versi «il santo Vero / mai non tradir: né proferir mai verbo, / che plauda al vizio, o la virtù derida» (vv. 212-214), con cui il fantasma del conte segna al poeta la via attraverso la quale possa «toccar la cima / ... o far, che s'io cadrò su l'erta, / dicasi almen: su l'orma propria ei giace» (vv. 203-205). Qui il Vero è la verità della Ragione e della Filosofia di matrice illuminista; non è ancora il Vero della Fede, ma l'aggettivo sacro gli conferisce un carattere solenneA. Giudice, G. Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, Paravia, 1978 vol. III, tomo primo, p. 263, Paravia. Particolare importanza riveste anche l'intento di «giacer su l'orma propria», di raggiungere cioè un'identità stilistica e poetica.
I sermoni (1802-1804)
I Sermoni - la cui successione cronologica è incertaI critici hanno proposto nel tempo ogni tipo di successione cronologica, ma la questione non ha grande importanza, essendo i componimenti del tutto simili nello spirito e nello stile - mantengono l'impronta satirica cara a questo Manzoni, come emerge già dal titolo del primo, il Panegirico a Trimalcione, modulato sui versi del Giorno pariniano e ispirato, nel contenuto, a due satire dell'Alfieri, I grandi e La plebe. Di Trimalcione, sotto le cui vesti si celano i nuovi ricchi, coloro che hanno sfruttato la Rivoluzione per raggiungere senza scrupoli il benessere economico, si celebrano ironicamente gli avi "illustri" - truffatori, assassini, lenoni, cantastorie -, con uno stile che, rispetto al modello pariniano, è molto più vicino alla prosa e si vena di un forte realismo, facendo pensare ai Sermoni di Gasparo Gozzi.
D'altra parte, il secondo Sermone, Contro verseggiatori d'occasione (o Della poesia), non fa che rafforzare l'impressione di un riferimento gozziano, se è vero che questi scrisse tre componimenti in cui tracciava la figura del poeta, che non cerca l'approvazione del pubblico, e si scagliava contro coloro che pensano di poter pubblicare un libro di poesie solo per aver messo assieme due versi, o quelli che credono poter giudicare il valore di un componimento senza averne le competenze. Questi temi, presenti in Ad A. F. Seghezzi, Ad un amico e All'abate A. Martinelli, ritornano nel testo manzonianoL. Tonelli, cit., pp. 41 e ss..
A Giovan Battista Pagani mantiene l'impronta realistica degli altri due Sermoni: ai versi 68-70 troviamo una vera e propria dichiarazione di poetica volta ad affermare il primato della dimensione concreta e civile dell'arte manzoniana, lontana da ogni forma di astrattezza: «Fatti e costumi / altri da quel ch'io veggio a me ritrosa / nega esprimer Talia».
Amore a Delia, infine, è il parallelo tra la vita libertina della madre di Delia, costretta a un matrimonio coatto e poi sposa infedele, e i medesimi atteggiamenti della figlia, in un contesto più ampio in cui si vogliono condannare l'abuso di versi amorosi e gli atteggiamenti che logorano i rapporti di coppia.
Poemetti Del trionfo della libertà (1801) Il poemetto Del trionfo della libertà, composto di quattro canti, fu ispirato dalla Pace di Lunéville, e rivela le simpatie filorivoluzionarie dell'autore, che si mostra ostile alla tirannia, passando in rassegna una lunga serie di eroi antichi e contemporanei - paladini della libertà e dell'amor patrio -, attaccando i sovrani e il Pontefice, e tradendo le influenze stilistiche di cui si è parlato, in particolare quelle del Monti, elogiato negli ultimi versi dell'opera:
Al di là di peculiarità stilistiche che già si possono intravedere in filigrana, pare importante un appunto coevo con il quale Manzoni commentava il poemetto: «Io protesto che qui e dovunque parlo degli abusi. Diffatti ognun vede che qui non si tocca principi di sorta alcuna. Altronde il Vangelo istima la mansuetudine, il dispregio delle ricchezze e del comando: e qui s'attacca la crudeltà, l'avidità delle ricchezze e del comando». L'affermazione mette quindi in luce l'adesione del giovane ai valori evangelici, contestandone la realizzazione concreta negli uomini di potere, laici ed ecclesiastici. Il terreno per la conversione era dunque preparato sin dal principio, per quanto negli anni giovanili prevalesse la ribellione contro i modelli educativi ricevuti e contro il divario esistente tra morale cristiana e condotta effettiva di chi la doveva rappresentare.
Adda (1803) Idillio in 83 endecasillabi sciolti dedicato a Vincenzo Monti, che aveva conosciuto recentemente a Milano. Manzoni lo inviò all'amico con una lettera; nonostante l'ottimo giudizio ricevuto dal Monti, l'autore non pubblicò l'opera, che vide la luce solo nel 1875 grazie a G. Gallia.
Nell'idillio il poeta dà voce al fiume Adda, affluente del Po, che invita il Monti a trascorrere del tempo nella quiete della sua valle e a trarne ispirazione poetica. Ricorda che presso il lago di Pusiano si levò la voce poetica di Giuseppe Parini, accostato ad Orazio per l'alto valore morale della sua opera.
Urania (1809)
Poemetto composto da 358 endecasillabi sciolti. Il titolo allude ad una delle Muse, protettrice dell'astronomia e già ispiratrice del poeta greco Pindaro. Sviluppa un tema tipico del mondo neoclassico, ovvero il passaggio degli uomini dalle barbarie alla civiltà per opera delle Muse (v. la Musogonia di Vincenzo Monti e, qualche anno più tardi, il poemetto incompiuto Le Grazie di Ugo Foscolo).
La vaccina (1809)
Frammento di otto ottonari e due versi sulla vaccinazione, rimasto incompiuto. Teresa Manzoni, avendo trovato i frammenti, attribuì il titolo Visioni poetiche.
A Parteneide (1808-1809) Manzoni aveva portato a compimento nel 1809 un poema idillico cominciato l'anno precedente, A Parteneide, in risposta alla richiesta del poeta danese Jens Baggesen, conosciuto a Parigi, di tradurre in italiano il suo Parthenais, dopo che Fauriel ne aveva curato la versione francese. Nel poema idillico del Baggesen, ispirato da un mito alpino, predomina lescamotage poetico della visione. La composizione manzoniana, in cui garbatamente l'autore motiva il proprio rifiuto perché ispirato da un'altra visione poetica apparsagli nelle valli Orobie, è un testo d'occasione, ma il suo valore letterario non è trascurabile: particolare rilievo assumono inoltre, a livello concettuale, i versi 80-83, che si possono intendere come spia del coevo approdo alla pratica religiosaA. Giordano, cit., pp. 75-77:
Dopo la conversione (1810) Letteratura Inni sacri (1812–1822)
Frutto della conversione del Manzoni, gli Inni sacri sono composizioni dedicate alle principali feste dell'anno liturgico. Il progetto prevedeva dodici Inni; in realtà Manzoni ne compose quattro, pubblicati nel 1815: La Resurrezione, Il Natale, La Passione, Il nome di Maria. Il quinto, La Pentecoste, dopo varie elaborazioni fu pubblicato nel 1822. Pur non compreso nel programma dell'autore, in genere viene fatto rientrare fra gli Inni sacri anche il frammento Il Natale del 1833 (giorno in cui morì la prima moglie, Enrichetta Blondel), abbozzato in due riprese e poi abbandonato definitivamente nel 1835 (Manzoni annotò in calce: cecidere manus, caddero le mani).
Odi civili Aprile 1814 (1814-1821)
Canzone incompiuta, composta dopo la caduta di Napoleone dopo la battaglia di Lipsia e il ritorno degli austriaci in Italia.
Il proclama di Rimini (1815)
Canzone incompiuta, che esprime appoggio per l'appello di Murat alla lotta di tutti gli italiani per l'indipendenza.
Marzo 1821 (1821)
Ode ispirata da entusiasmo patriottico al profilarsi di un intervento armato di Carlo Alberto di Savoia. Questo poi non avvenne e l'ode fu pubblicata solo nel 1848. Contiene una famosa definizione del concetto di nazione: una d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue, di cor (vv.31-32).
Il cinque maggio (1821)
L'ode fu scritta da Alessandro Manzoni nel 1821 subito dopo la morte di Napoleone; nell'opera lo scrittore mette in risalto le battaglie e le imprese dell'imperatore nonché la fragilità umana e la speranza in Dio.
Epigrammi, scherzi e complimenti L'ira di Apollo (1816)