Il vallo alpino occidentale è un ampio e variegato sistema di fortificazioni a difesa del settore di territorio italiano confinante con la Francia. L'edificazione di tale sistema difensivo iniziò nel 1931, per difendere i confini terrestri italiani da un eventuale attacco francese del territorio nazionale, creando una formidabile rete di sbarramenti in tutte le vallate che potevano essere attaccate da fanteria e mezzi corazzati. Le opere e i settori erano presidiati dai reparti della GaF (Guardia alla frontiera), corpo creato nel 1934.Il Regio Decreto che ne sanciva la nascita fu emanato solo nel 1937, sebbene con decorrenza retroattiva

Storia del Vallo alpino occidentale Già dalla fine del XVIII secolo alcune zone in provincia di Imperia come cima Marta, monte Saccarello, testa della Nava e cima del Bosco furono fortificate dagli austro-piemontesi per contrastare gli attacchi francesi in seguito alla rivoluzione. Così tutto il XIX secolo vide il fiorire di numerosi forti, bunker, baraccamenti, batterie, caserme, ricoveri e strade militari su tutto l'arco alpino al confine con la FranciaD.Vaschetto, p. 1. Questa serie di costruzioni quindi fu la base per la costruzione in epoca fascista, di un sistema di sbarramento e difesa del confine italiano nei confronti della Francia, che dopo i moti rivoluzionari di fine '800, diventava un vicino "scomodo" nello scacchiere di alleanze che si andavano delineando negli anni '30 del novecento. Il maggior impegno fortificatorio si ebbe quindi nelle zone sopra Ventimiglia, nella Val Roia e salendo, sul Colle della Lombarda, Vinadio, sull'Argentera, Colle dell'Agnello, Moncenisio e così salendo lungo il confine, fino alla SvizzeraD.Vaschetto, p. 2.

La costruzione delle opere fortificate del vallo alpino fu regolamentata dal 1931 quando lo Stato Maggiore del Regio Esercito emanava le prime disposizioni organiche per la creazione della nuova sistemazione difensiva che, viene chiamata globalmente vallo alpino Littorio, e che, una volta terminata deve rendere "ermetico" il confine alpino. Con la Circolare 200, che dava una serie di indicazioni sul metodo di costruzione, il posizionamento e l'armamento delle nuove opere difensive sul confine, iniziò la costruzione dei vari capisaldi, in quel periodo l'attenzione era rivolta soprattutto al confine con l'Austria, a causa della politica aggressiva della Germania, e alla conseguente costruzione del vallo alpino in Alto Adige; comunque anche quattro moderne batterie corazzate furono costruite sul confine occidentale, per sbarrare la Val di Susa con i forti Chaberton a Cesana, Pramand a Salbertrand, e Paradiso e La Court al Moncenisio, particolarmente esposti ad eventuali invasioni francesi, e difesa da pochi forti tecnicamente obsoleti costruiti in pietra.

Ad intervalli, la costruzione del Vallo continuò all'incirca fino al 1942, nonostante la Francia dal maggio 1940 non rappresentava più un pericolo per l'Italia, quando la situazione economica del paese, e la decisione dell'ormai preponderante Terzo Reich che influiva su tutte le decisioni degli alleati, decise la fine dei lavori del vallo alpino.

Metodi costruttivi

Con la suddetta "Circolare 200" ci fu un primo input da parte del Ministero della Guerra, sul metodo costruttivo delle nuove opere, per il motivo in cui, il vecchio tipo di fortificazione già presente in molti punti lungo il confine, non era più in grado di resistere ad un attacco con la moderna artiglieria. L'adozione di canne rigate e di proiettili ogivali perforanti, parallelamente all'aumento di gettata e capacità distruttiva, portarono allo sviluppo di nuovi bunker e forti casamattati. Prima di tutto le strutture obsolete vennero completamente soppiantate da nuove, oppure rinforzate in modo deciso, le artiglierie non era più possibile usarle all'aria aperta, in quanto facili bersagli delle artiglierie, capaci di un tiro sempre più preciso. Si decise quindi di installare le artiglierie in pozzi protetti da cupole corazzate rotanti fisse o a scomparsa, e di proteggere i forti con grossi spessori di calcestruzzo. Questi massicci blocchi, protetti da spesse volte in calcestruzzo, potevano ospitare da quattro a otto pozzi per le artiglierie, consentendo di concentrare un micidiale tiro contro un'unica opera. E per contro, venivano protetti da spessi volumi di calcestruzzo, adattandosi al terreno emergendo il meno possibile dal suolo sui lati esposti.

Durante la prima guerra mondiale questo nuovo tipo di opere fortificate fu messo alla prova dai nuovi grossi calibri (da 280 a 420 mm e oltre), il solo calcestruzzo non bastava più e si decise l'uso del più efficiente calcestruzzo armato, le cupole corazzate erano sottili e si rivelarono inadeguate alla cadenza e alla potenza di fuoco modernaD.Vaschetto, p. 3. Questi limiti enormi delle opere in calcestruzzo, portarono gli eserciti di tutto il mondo ad affidarsi a sistemi difensivi basati sui vantaggi che il territorio poteva offrire, come alture, valloni, o rovine di centri abitati o di ex forti, che risultavano ottimi per organizzare una buona linea difensiva. Per la guerra di montagna sul fronte italo-austriaco, vennero ricavate centinaia di fortificazioni e casematte spesso scavate nella dura roccia, con annessi ricoveri, casermette e vie di comunicazione, come oggi possiamo vedere su tutto il fronte dolomitico del primo conflitto mondiale.

Con l'esperienza di quasi cinque anni di guerra, le potenze europee capirono l'importanza di fortificazioni e capisaldi resistenti, da posizionare in punti strategici, collegati tra loro con linee telefoniche, telegrafiche e fotofoniche, in modo da coordinarne l'azione, e in tutta Europa spuntarono complesse e costose linee difensive, come appunto il vallo alpino che il Governo Fascista volle edificare a difesa dei confini nel nord ItaliaD.Vaschetto, p. 4. Già dagli anni '20 ci furono le prime realizzazioni in val Roia e in valle Stura, negli anni '30 si delineò sempre di più il vallo alpino su somiglianza con la Linea Maginot, con opere la cui costruzione vennero designate tramite una serie di circolari ministeriali. Nelle prime realizzazioni furono utilizzate installazioni in acciaio come casematte per l'artiglieria, cupole per osservatori e armi automatiche, ma la carenza di ferro portò un aumento delle masse di calcestruzzo, che determinarono lo sviluppo di gigantesche strutture con enormi muri che ricordavano antichi castelli piuttosto che moderne strutture difensive.

Negli anni '30 i molti centri medi e i pochi grandi erano ancora piuttosto isolati e spesso incapaci di proteggersi tra loro, così fu decisa l'integrazione delle opere con numerose piccole opere monoblocco, denominate "Opere 7000" dalla circolare che ne decise la costruzioneD.Vaschetto, p. 5. Queste piccole realizzazioni affidavano la loro sopravvivenza alla mimetizzazione, e avrebbero dovuto dare profondità alle linee difensive già completate, coprendo quelle zone non ancora protette, come valli secondari e valichi di minor importanza. Le ridotte dimensioni e la scadente qualità dei materiali utilizzati, rendevano impossibile una difesa articolata, ma la loro costruzione rapida e numerosa, permisero di integrare con linee di raddoppio i capisaldi fortificati. Molti di questi sbarramenti vennero affiancati da batterie corazzate di inizio secolo, integrando le artiglierie di piccolo e medio calibro presenti nel Vallo.

Le circolari "Circolare 200": Emanava le direttive per piccoli "Centri di Resistenza", possibilmente adattate alla natura, quindi scavate nella roccia, attrezzate con casematte in calcestruzzo ove la protezione del terreno non fosse sufficiente. Avevano la funzione di fiancheggiamento, effettuato con l'azione reciproca e concomitante di altre installazioni contigueD.Vaschetto, p. 29. L'azione di sbarramento frontale era comunque affidata ad artiglierie pesanti e più pesantemente protette.

"Circolare 7000": Emanata durante la fine degli anni '30, aveva lo scopo di creare una continuità sulle dorsali montane, creando collegamenti tra le opere principali e le loro spalle. Costituite in modo principale da piccoli monoblocchi in calcestruzzo per una o due armi senza ricovero per le truppe, rapidi ed economici da costruire, ma di dubbia efficacia.

"Circolare 15000": Emanata alla fine del 1939, prese atto delle mancanze delle opere precedenti, e decise una nuova serie di opere fortificate fortemente protette e pesantemente armate. Ciò significava grandi spessori di calcestruzzo, vasti ricoveri prevalentemente in caverna, e lunghi cunicoli di collegamento con le diverse casematte. Armate con mitragliatrici pesanti, e se necessario lanciafiamme, piccoli e medi calibri, mortai e postazioni anticarro, le opere furono anche munite di sistemi di collegamento, fossati diamante e malloppi d'ingresso dotati di caponiere ben armate. Questi miglioramenti furono decisivi, ma quasi ovunque non vennero terminati, sia per il difficile reperimento di materie prime, sia per via della sospensione dei lavori nel 1942 per tutte le opere del Vallo Alpino.

Le installazioni

Le "opere" o "centri di fuoco", la parte più importante del sistema, potevano essere in caverna, più raramente in calcestruzzo, (in assenza di banchi rocciosi), erano principalmente costituite da due ingressi, una serie di locali logistici (camerate, depositi, gruppi elettrogeni, ventilazione) collegati da gallerie, e da postazioni di tiro, armate solitamente con cannoni di piccolo calibro e mitragliatrici (Fiat Mod. 14/35) - presidiate da 15/20 uomini. Filo spinato proteggeva le Postazioni di Resistenza (P.R.) e proteggevano le opere attigue da eventuali assalti. Le opere e i P.R. erano generalmente protette dai colpi di grosso calibro e dalle bombe d'aereo da uno spessore notevole di calcestruzzo armato. Più precisamente, le batterie in caverna, analogamente alle opere, erano ricavate sottoterra, per sottrarle al tiro nemico, avevano uno o più ingressi, e solitamente almeno 4 casematte in caverna per altrettanti cannoni, orientati lungo la direttrice, da 75/27 mod.906, locali logistici, infermeria, depositi d'acqua e tutto il necessario per operare.Queste batterie erano chiamate "Sempre Pronte" (Btr S.P.) in quanto dovevano essere in grado di entrare in azione in brevissimo tempo. I ricoveri, adibiti ad ospitare truppe per il contrattacco, erano ricavati in caverna e formati da due ingressi, un camerone e locali di servizio, al riparo e defilati dal fuoco nemico. Gli osservatori, solitamente indirizzavano il tiro dell'artiglieria, ed erano posizionati su creste e cime con ottimo campo visivo, realizzati in caverna o in calcestruzzo, con ingresso e locali sotterranei. Le caserme, poste vicino alle opere, erano però defilate dal tiro avversario, e ospitavano in modo alternato, per due o tre giorni alla settimana i soldati della G.a.F che tornavano dai locali dell'opera. Erano presenti anche batterie scoperte, numerose che si differenziavano dalle Btr S.P. "Sempre Pronte" a seconda della loro rapidità di entrare in linea, dividendosi in "approntamento accelerato" (Btr A.A.) e "Approntamento Normale" (Btr A.N.).

Ordinamento Settoriale e Struttura

Il Vallo alpino occidentale fu diviso in dieci "Settori" principali, che andavano dal Mar Ligure al monte Dolent sul confine francese e dal Monte Dolent al Monte Rosa sul confine svizzero; ogni settore poi, era diviso in "sottosettori", di solito due o tre, che venivano indicati dalla nomenclatura "a", "b", "c" e così via, in modo tale che il I Settore "Bassa Roja", è diviso in due sottosettori 1/a "Destra Roja" e 1/b "Sinistra Roja".

L'ordinamento continua in modo tale che ogni sottosettore è ulteriormente suddiviso in più "Capisaldi", ossia una nomenclatura inerente a una più precisa dislocazione del posizionamento dello sbarramento. In ogni caposaldo infine sono dislocate le vere e proprie opere difensive e fortificazioni militari eventualmente raggruppate in "Gruppi".