La trattativa Stato-mafia è stata una negoziazione svolta a più riprese tra esponenti delle istituzioni italiane e rappresentanti dell'associazione mafiosa Cosa nostra durante le stragi del 1992-1993. con l'intenzione di porre fine alle stragi in cambio di favori concessi all'associazione mafiosa da parte delle istituzioni.. Secondo alcune fonti, si sarebbe anche potuto parlare, al plurale, di "trattative Stato-mafia". L'inizio della trattativa sarebbe riconducibile all'omicidio di Salvo Lima (12 marzo 1992), referente politico di Cosa nostra, assassinato dall'organizzazione per non averne difeso gli interessi nel corso del maxiprocesso di Palermo, conclusosi il 30 gennaio 1992 con la condanna definitiva di centinaia di mafiosi.
In seguito alle testimonianze raccolte dai numerosi collaboratori di giustizia fu istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia nel 2012 che, con la sentenza di primo grado del 2018, ha confermato gli avvenimenti condannando oltre agli esponenti mafiosi anche quelli istituzionali. Nel 2021, la Corte d'Appello di Palermo ha assolto gli esponenti istituzionali dalle accuse di "minaccia a Corpo politico dello Stato", condannando quelli mafiosi per la minaccia perpetrata allo Stato. La sentenza è stata poi confermata dalla Corte di cassazione nel 2023, che ha confermato l'assoluzione degli esponenti istituzionali e dichiarato l'avvenuta prescrizione dei boss mafiosi imputati.
In sintesi, secondo la sentenza definitiva della Cassazione, la trattativa Stato-mafia è storicamente accertata ma non è stata considerata penalmente rilevante in sede giudiziaria, perché mancava l’intenzione dolosa e la prova che gli ufficiali del ROS coinvolti nella trattativa volessero davvero favorire il ricatto mafioso. Questa sentenza ha suscitato molte controversie. Tra i critici più autorevoli vi è Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia e membro del pool che ha condotto le indagini, il quale ha parlato di un “colpo di spugna per cancellare verità troppo scabrose per il Paese".
Origini della trattativa
Il maxiprocesso
L'estrema violenza con cui avvenne la seconda guerra di mafia pose fine alla tradizionale convivenza tra Cosa nostra e lo Stato. Con il miglioramento delle metodologie investigative e la creazione del pool antimafia da parte del magistrato Rocco Chinnici (ucciso dalla mafia il 29 luglio 1983 e succeduto da Antonino Caponnetto) fu possibile dare inizio a una serie di indagini contro il fenomeno mafioso siciliano. Grazie all'acquisizione delle testimonianze dei boss mafiosi Salvatore Contorno e Tommaso Buscetta e al continuo lavoro di diversi magistrati tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino le indagini portarono all'istruzione e allo svolgimento del maxiprocesso di Palermo. Il processo di primo grado cominciò il 10 febbraio 1986 nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone per poi proseguire con l'appello il 22 febbraio 1989 e infine in Cassazione dove, in seguito alla sostituzione del giudice Corrado Carnevale detto "l'ammazza sentenze", il processo fu concluso il 30 gennaio 1992. La sentenza fu molto severa e vide la condanna della maggior parte degli oltre quattrocento imputati a pesanti pene detentive, mentre i boss furono condannati all'ergastolo.
La reazione di Riina al maxiprocesso Secondo la testimonianza del capomandamento Giovanni Brusca già a partire dal 1990 il capo di Cosa nostra, Salvatore Riina, organizzò numerose riunioni della Commissione regionale e provinciale per discutere dello sviluppo del maxiprocesso e del suo possibile esito che fino a quel momento sembrava essere favorevole a Cosa nostra.. Nel corso del maxiprocesso si ebbe un periodo di "sommersione" dell'attività stragista mafiosa che terminò il 9 agosto 1991 con l'omicidio del magistrato Antonino Scopelliti avvenuto in Calabria per depistare gli inquirenti.. La volontà del magistrato Giovanni Falcone di sostituire il giudice Carnevale nell'ambito del maxiprocesso però iniziò a destare serie preoccupazioni all'interno dell'organizzazione criminale..
Secondo la testimonianza di Filippo Malvagna, nipote del boss catanese Giuseppe Pulvirenti, alla fine del 1991, quando ormai era a tutti chiaro l'esito che avrebbe avuto il maxiprocesso, si tenne nei pressi di Enna una riunione della Commissione regionale in cui fu deciso di dare inizio a una serie di azioni terroristiche contro lo Stato e le istituzioni che sarebbero state rivendicate dalla sigla "Falange Armata", in modo da evitare almeno inizialmente il diretto collegamento con Cosa nostra.Con la sigla "Falange armata" furono rivendicati numerosi omicidi e stragi a partire dal 27 ottobre 1990 con l’assassinio dell'educatore carcerario Umberto Mormile. In seguito la "Falange armata" ha rivendicato gli omicidi di Salvo Lima e Giuliano Guazzelli, la strage di Capaci e quella di via d'Amelio e le stragi di Roma, Firenze e Milano. Secondo quanto raccontato da Malvagna in quella riunione Riina pronunciò la frase: «Qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace»..
Secondo i boss Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè nel dicembre del 1991 il "capo dei capi" Salvatore Riina organizzò una riunione della Commissione provinciale di Palermo per ribadire la decisione di iniziare una guerra contro lo Stato già comunicata precedentemente alla commissione regionale. Nel corso della riunione Riina decretò, con il silenzio-assenso di tutti i capimandamento, l'uccisione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e del parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana Salvo Lima, reo di non aver difeso gli interessi di cosa nostra nel corso del maxiprocesso..
L'omicidio Lima
Secondo la testimonianza di Francesco di Carlo, Salvo Lima, membro democristiano della corrente andreottiana, costituì fin dagli anni sessanta il punto di contatto tra la mafia e le istituzioni.. Stando alle dichiarazioni di Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè, Salvo Lima era tramite i cugini Salvo il diretto referente politico di Salvatore Riina e più in generale di tutti i massimi esponenti di Cosa nostra, come Michele Greco e Stefano Bontate, quest'ultimo ucciso per volere di Riina nel corso della seconda guerra di mafia ed era per lo più incaricato della gestione degli appalti da assegnare a Cosa nostra..
Sul finire degli anni ottanta il disinteresse di Lima verso il maxiprocesso provocò l'ira di Riina e dell'intera commissione che, come già citato, in una riunione del dicembre del 1991 dichiarò la sua volontà di eliminare alcuni uomini delle istituzioni particolarmente avversi alla mafia e tutti quei politici vicini a Cosa nostra che non erano riusciti a difenderla nel corso del maxiprocesso.. Per l'affiliato Francesco di Carlo oltre a Lima, Falcone e Borsellino furono inclusi anche numerosi politici democristiani e socialisti tra questi l'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti, il ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno Calogero Mannino, il ministro delle poste e delle telecomunicazioni Carlo Vizzini, il ministro della difesa Salvo Andò, il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli e il politico imprenditore democristiano Ignazio Salvo...
Nel febbraio del 1992, a un paio di settimane dalla sentenza del maxiprocesso Salvo Lima fu convocato per avere un incontro con Salvatore Biondino, stretto collaboratore di Riina, senza presentarsi.. In seguito al mancato incontro, anche se ormai la decisione era già stata presa,. Salvatore Biondino incaricò Francesco Onorato e Giovanni d'Angelo di organizzare rispettivamente l'omicidio di Lima e del figlio. Dopo circa un mese di pedinamento il 12 marzo 1992 Salvo Lima fu ucciso da Francesco Onorato, mentre per questioni organizzative il figlio fu risparmiato..
La concezione della trattativa
I timori del ministro Mannino
Il giorno stesso dell'omicidio e poi il 16 marzo 1992 il capo della polizia Vincenzo Parisi e il ministro degli interni Vincenzo Scotti diramarono degli allarmi in cui si faceva riferimento a possibili attentati ai danni del presidente del consiglio Giulio Andreotti, del ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno Calogero Mannino e del ministro delle poste e delle telecomunicazioni Carlo Vizzini.. Secondo quanto dichiarato da Susanna Lima l'omicidio di suo padre fu per molti versi inaspettato e colpì notevolmente la classe politica di allora.. Particolarmente colpito e intimorito dall'omicidio Lima fu Calogero Mannino, preminente esponente democristiano in Sicilia e all'epoca dei fatti ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, anche lui convocato da Cosa nostra in seguito all'esito del maxiprocesso..
La ricostruzione dei fatti che hanno condotto l'allora ministro Calogero Mannino a sollecitare l'apertura di una trattativa con la mafia è dovuta principalmente alla testimonianza del generale di divisione dei carabinieri Giuseppe Tavormina (all'epoca direttore della Direzione Investigativa Antimafia e conoscente dell'onorevole Mannino) e alla pubblicazione di un'intervista fatta a Mannino da Antonio Padellaro (all'epoca vice direttore de L'Espresso e successivamente fondatore de Il Fatto Quotidiano) subito dopo l'omicidio Lima..
Il ministro Mannino, conscio di non essere riuscito a intervenire nel maxiprocesso in difesa di Cosa nostra e quindi preoccupato per la sua incolumità in seguito all'omicidio Lima, si rivolse anziché alla polizia, in cui riponeva scarsa fiducia, a un suo stretto conoscente, Antonio Subranni, all'epoca generale di corpo d'armata dei carabinieri e comandante del raggruppamento operativo speciale (ROS).. Non potendo intervenire direttamente sulla sicurezza dell'onorevole il generale Antonio Subranni si adoperò per acquisire nuove informazioni e iniziò ad elaborare una strategia che mutasse il corso degli eventi, in quel momento sfavorevole a Mannino e a tutto il governo.. Anche se la richiesta di aiuto di Mannino non può essere imputata come unica causa dell'inizio della trattativa è chiaro come questa sia strettamente collegata alla concezione di quella che sarebbe stata poi definita come "trattativa Stato-mafia"..
L'omicidio Guazzelli e la strage di Capaci
Il 4 aprile 1992, a meno di un mese dall'omicidio Lima, il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli fu ucciso da Cosa nostra lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle. Secondo quanto dichiarato dal figlio di Guazzelli il padre era un conoscente del ministro Calogero Mannino e intratteneva un rapporto di amicizia con il generale Antonio Subranni con cui si era incontrato qualche giorno prima di essere ucciso.. Nonostante il movente dell'assassinio sia incerto, l'omicidio Guazzelli avvenne in coincidenza con i numerosi incontri tenuti tra i generali Antonio Subranni e Giuseppe Tavormina con il ministro Calogero Mannino e l'evento aumentò la sensibilità di Subranni riguardo alla sicurezza propria e dei propri collaboratori..
Il 23 maggio 1992 a circa sei mesi dalla riunione in cui Salvatore Riina dichiarava alla commissione provinciale l'inizio della guerra contro lo Stato avvenne la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.. In seguito alla strage di Capaci il Consiglio dei ministri nella seduta dell'8 giugno 1992 approvò il decreto-legge "Scotti-Martelli" (detto anche "decreto Falcone"), che introdusse l'articolo 41-bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia.. Il giorno successivo giunse una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" in cui si minacciava che il carcere non si doveva toccare.. La Repubblica. Archivio. 10 giugno 1992.
Svolgimento della trattativa
L'inizio della trattativa
I primi contatti tra Ciancimino e il capitano dei carabinieri