Appartenente all'organizzazione criminale di stampo mafioso denominata Cosa nostra, è generalmente ritenuto il più potente, pericoloso e sanguinario boss mafioso di sempre, venendo etichettato con i soprannomi u curtu ("il basso"), per via della sua bassa statura (), e la belva, per indicare la sua brutalità sanguinaria.

È diventato noto anche come il capo dei capi in quanto considerato il comandante assoluto di Cosa nostra dal 1982 fino al suo arresto (avvenuto il 15 gennaio 1993); a volte si ritiene che lo sia stato pure fino alla morte e questo nonostante il fatto che, dopo il suo arresto, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella siano diventati i "reggenti" del clan dei Corleonesi.

È stato detenuto presso il carcere di Opera e in seguito a Parma, dove doveva scontare ventisei ergastoli.

Biografia Le origini e l'ingresso in Cosa nostra

Nacque a Corleone in una famiglia di contadini il 16 novembre 1930; secondo di sei figli, prima di lui nacque la sorella Caterina (1928-2008) e dopo di lui nacquero Gaetano (1933-2024), Francesco (1936-1943), Arcangela (1939-2019) e Giovanna Francesca (1943). Il padre Giovanni lavorava nella tenuta del barone Guglielmo Inglese e, nel tempo libero, si dedicava alla cura dell'appezzamento che la moglie aveva ereditato dal padre. Salvatore, che prese il nome dal nonno, l'11 settembre 1943, all'età di 13 anni, perse il padre Giovanni e il fratello minore Francesco (di 7 anni): i tre, insieme al fratello Gaetano, stavano cercando di estrarre della polvere da sparo da un proiettile di un cannone statunitense lungo una quarantina di centimetri, rinvenuto in un terreno a Venere del Poggio, per rivenderla insieme al metallo. Gaetano rimase ferito dalle schegge al volto e a una gamba, mentre Totò rimase illeso perché era rimasto seduto in un angolo lontano dalla bomba.Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli, 1993, pag. 158. Il 13 settembre si svolsero i funerali del padre, nella chiesa di Santa Rosalia, a Corleone: dai racconti dell'epoca fu l'unica volta in cui Totò Riina venne visto piangere in pubblico.

Da sola la madre, Maria Concetta Rizzo, non riusciva a mantenere i figli, così Riina iniziò a recarsi ogni mattina all'alba nella piazza principale di Corleone, nella speranza che qualcuno potesse offrirgli un lavoro da bracciante. La necessità di trovare un'occupazione più redditizia e l'indole violenta lo spinsero ad aggregarsi alla banda di Luciano Liggio, con il quale intraprese il furto di covoni di grano e bestiame venendo affiliato, insieme a Bernardo Provenzano, nella cosca mafiosa locale, di cui faceva parte anche lo zio paterno di Riina, Giacomo. Infatti Riina venne ritualmente "punciutu" da Luciano Liggio con un ramo di arancio amaro. La banda di Liggio era quindi entrata nell'orbita del boss di Corleone, il dottor Michele Navarra. Il 10 marzo 1948, Riina si rese indirettamente responsabile assieme a Luciano Liggio della morte del sindacalista Placido Rizzotto, membro del Partito Socialista Italiano.

Il 13 maggio 1949, durante una partita di bocce nel campo di via Giovanbattista Sgarlata, nel corso di una rissa sparò e uccise un suo coetaneo, Domenico Di Matteo, detto Menicu, per poi darsi alla fuga. Dieci giorni prima si scontrarono nei vicoli sopra piazza Garibaldi con bastoni e noccoliere, poi il 13 maggio si rincontrarono nel luogo della sparatoria: durante la sparatoria Riina ferì Di Matteo a una gamba lacerandogli l'arteria femorale e Di Matteo incitò un suo cugino a sparare contro Totò, ferendogli entrambe le gambe. Dopo la sparatoria Riina si rifugiò da suo zio Francesco Di Frisco, che cercò di curarlo al meglio ma lo trasportò di peso, legandolo prima ad una sedia, all'ospedale dei Bianchi. Dopo l'intervento Riina venne interrogato tre volte, durante i primi due interrogatori (in ospedale) giurò il falso, poi al terzo (all'Ucciardone) disse di aver sparato un solo colpo, ma i testimoni smentirono.

A limitare i danni ci pensò Navarra, che gli suggerì di consegnarsi alle forze dell'ordine e di farsi processare per omicidio aggravato, tentato omicidio e porto abusivo di armi. A 19 anni Riina fu quindi condannato a una pena di 16 anni e 5 mesi.Da Blu notte - La Mattanza, Rai3 Dal carcere dell'Ucciardone fu trasferito prima a Milazzo e poi a Casale Monferrato in Piemonte. All'inizio della detenzione la sua personalità cambiò in peggio, arrivando ad azzuffarsi con altri galeotti e a litigare con le guardie carcerarie, ma poi, nel penitenziario di Turi in Puglia, risultò un detenuto modello iscrivendosi, all'età di 22 anni, alla terza elementare (aveva già frequentato la prima e la seconda alla "Camillo Finocchiaro Aprile" di Corleone, ma poi il padre lo portò con sé a zappare la terra), ma non riuscì a terminare la quarta, solo perché fu trasferito a Termini Imerese, in attesa del processo di secondo grado che si chiuderà con una condanna a 12 anni e 4 mesi e all'interdizione perenne dai pubblici uffici. Quindi Totò Riina possedeva la terza elementare, anche se durante l'udienza del 1º marzo 1993 dichiarò di avere la quinta elementare.

Il 13 settembre 1955, dopo poco più di 6 anni di carcere, gli fu concessa la libertà vigilata. Una volta tornato a Corleone, Riina tornò subito alle dipendenze di Liggio, la cui banda nel frattempo era diventata molto forte sul piano militare e una eccellente fonte di reddito sul piano economico. Per conto di Liggio fece da ragioniere nell'"azienda" che si occupava della macellazione clandestina di bestiame, rubato nei terreni della società armentizia di contrada Piano di Scala, che poi veniva consegnato alle macellerie di Palermo, utilizzando camion anch'essi rubati. Potendo contare sulla coppia Riina-Provenzano, Liggio cominciò ad accarezzare l'idea di mettersi in proprio scavalcando Navarra. Dopo essere scampato a un agguato all'alba del 23 giugno 1958, Liggio reagì eliminando il suo capo il 2 agosto e, nei mesi successivi, insieme alla sua banda, scatenò un conflitto contro gli ex uomini di Navarra, che furono in gran parte assassinati fino al 1963 in quella che divenne nota come guerra di mafia di Corleone. Lo scontro provocò 140 morti e Riina era sospettato di aver recitato un ruolo di primo piano nella mattanza.

Riina venne però arrestato il 15 dicembre 1963, alle 21:15, lungo la statale Palermo-Agrigento, in località San Michele Arcangelo da una pattuglia di agenti di polizia di cui faceva parte anche il commissario Angelo Mangano il quale, nel 1964, parteciperà, sotto la direzione del tenente colonnello dei Carabinieri Ignazio Milillo, alla cattura di Luciano Liggio. Riina, che aveva una carta d'identità rubata (dalla quale risultava essere "Giovanni Grande" da San Giuseppe Jato) e una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare, ma venne catturato dalle forze dell'ordine. Fu riconosciuto dall'agente Biagio Melita.

Il 12 gennaio 1966 il mafioso Luciano Raia decise di pentirsi e rivelare al nuovo vicequestore Angelo Mangano e al giudice Cesare Terranova tutto quello che sapeva sugli omicidi di Corleone, accusando esplicitamente Liggio, Provenzano, Riina e gli altri. Terranova verificò una ad una le dichiarazioni del pentito ed era pronto a interrogare Riina, ma quando il 24 marzo 1966 il futuro Capo dei Capi vide nella sala colloqui il vicequestore Mangano con il giudice, si rifiutò di parlare, affermando di essere perseguitato come un ebreo.

Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione nel carcere dell'Ucciardone (dove prese sotto la sua ala Gaspare Mutolo), fu assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari nel 1969. Dopo l'assoluzione, Riina si trasferì con Liggio a Bitonto, in provincia di Bari, all'Hotel Nuovo (albergo non più esistente oggi), ma il Tribunale di Palermo, su proposta del Procuratore capo Pietro Scaglione, emise un'ordinanza di custodia precauzionale nei loro confronti. Mentre Liggio si fece ricoverare in una clinica prima a Taranto, accompagnato dall'avvocato Donato Mitolo, poi a Roma dal professor Ulrico Bracci, Riina tornò da solo a Corleone, dove il 20 giugno venne arrestato e il 5 luglio gli venne applicata la misura del soggiorno obbligato per 4 anni nella cittadina di San Giovanni in Persiceto (BO); scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio, Riina non raggiunse mai il luogo di soggiorno obbligato perché prima di salire sul treno per l'Emilia-Romagna chiese tre giorni di permesso e si rese irreperibile, dando inizio alla sua latitanza durata quasi 24 anni.

I sequestri di persona e i delitti "eccellenti"

Il 10 dicembre 1969, Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta strage di Viale Lazio che doveva punire il boss Michele Cavataio; in quell'occasione perse la vita Calogero Bagarella, il fidanzato della sorella. Cavataio fu ucciso perché durante il sacco di Palermo volle accaparrarsi della fetta di appalti più alta (a quel tempo Salvo Lima era il sindaco di Palermo e Vito Ciancimino era l'assessore dei lavori pubblici), riuscendo a mettere tutti contro tutti e venendo ritenuto responsabile della prima guerra di mafia e della strage di Ciaculli. Allora tutti i capi mafia si riunirono e decisero di punirlo.John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Bari-Roma, Laterza, 2004.

Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel "triumvirato" provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti e che aveva il compito di dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo. Il 5 maggio 1971, Riina fu esecutore materiale dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione, un'azione presa in autonomia che infastidì non poco Bontate e Badalamenti. Nello stesso anno partecipò ai due sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio: il 24 febbraio a Palermo venne rapito Antonino Caruso, figlio dell'industriale del marmo Giacomo (che era imparentato con il boss Pietro Torretta ed era molto amico dell'allora ministro Bernardo Mattarella, il quale aveva fatto da "padrino" proprio ad Antonino ed era morto di crepacuore pochi giorni dopo tale rapimento), mentre l'8 giugno, sempre a Palermo, fu la volta del figlio del costruttore Francesco Vassallo, Pino.

Il 16 agosto 1972 Riina stesso ordinò il sequestro dell'imprenditore Luciano Cassina, operazione avvenuta nella via Principe Belmonte di Palermo e nella quale furono implicati uomini della cosca di Giuseppe "Pippo" Calò, con il coinvolgimento di don Agostino Coppola, parroco di Carini e nipote del boss italo-americano Frank "Tre Dita" Coppola. In questo caso l'obiettivo principale di Riina non era solo quello di incassare il denaro del riscatto, ma anche quello di colpire Badalamenti e Bontate, che erano legati ad Arturo Cassina (il padre dell'ostaggio), il quale aveva il monopolio della manutenzione della rete stradale, dell'illuminazione pubblica e della rete fognaria a Palermo. Il sequestro di Luciano Cassina durò 175 giorni, ossia fino al 7 febbraio 1973, e terminò solo dopo il pagamento di un riscatto di circa 1 miliardo e 300 milioni di lire, mentre per il sequestro di Antonino Caruso il riscatto fu di 300 milioni di lire.