Saline Joniche è la frazione costiera del comune di Montebello Jonico, in provincia di Reggio Calabria che si estende parallelamente a un lungo tratto della strada statale 106 Jonica, attraverso cui è facilmente raggiungibile. Origine del nome Saline prende il nome dalle antiche saline di Reggio che fin dall'antichità hanno avuto una grande rilevanza economica e facevano parte del territorio di Sant'Aniceto. Storia La località di Saline fu abitata fin dal Paleolitico.

Poi nel periodo classico e romano fu sotto la giurisdizione di Leucopetra. I primi a sfruttare le saline furono i Normanni, seguiti dagli Svevi e infine dagli Angioini.

Fin dal XI sec. appartenevano al monastero di Santa Maria di Terreti e San Nicola di Calamizzi, tramite una concessione del 1090 da parte di Ruggero I di Sicilia di libertà di pascolo e pesca nelle sue terre. Ciò venne confermato poi da Ruggero II di Sicilia nel 1115. Nel 1129 Ruggero II concesse all'archimandrita Nicodemo di Santa Maria di Terreti la metà dei proventi dalle saline e della pesca con la rete sulla spiaggia di San Niceto, tramite la concessione di "mezza salina e pesca". Sempre per volontà di Ruggero II si concesse, nel 1145, una quota di sale al monastero di San Bartolomeo di Trigona. Nel febbraio del 1209, Federico II di Svevia confermò all'archimandrita Joannicio di Santa Maria di Terreti gli antichi privilegi di avvalersi delle saline da cui traeva beneficio anche la città di Reggio. Federico II concesse i metochia che il monastero possedeva nei territori di Reggio, Mesa, Sant'Agata, Sant'Aniceto e Tuccio. L'1 e il 2 luglio 1224 Federico II concesse due conferme in favore di Nicodemo archimandrita di Santa Maria del Terreto. Il 9 agosto 1268 venne reintegrato il diritto di sale proveniente dalle saline al monastero di Sant'Aniceto. Le saline compaiono poi nel codice angioino del 1268 e nel documento del 19 agosto 1414 del re Ladislao, come in quello di Giovanna II di Napoli del 15 gennaio 1418. Il 10 agosto 1414 re Ladislao, il 5 settembre 1418 Giovanna II di Napoli e l'11 agosto 1465 Francesco I d'Aragona concessero privilegi per il sale delle saline situate vicino al pantano della terra di Sancto Niceto alla città di Reggio. Dopo gli Angiò, e già sotto gli Aragonesi, escludendo il privilegio a Reggio del 1414, i documenti non forniscono più notizie sulle saline, nonostante siano state attive per tutto il XVI secolo. Abbandonata la produzione di sale, questi luoghi divennero molto acquitrinosi.

Ciò è confermato da un documento del 12 luglio 1845 inviato al ministro di Grazia e Giustizia dell'epoca, Niccolò Pariso, da parte del Procuratore Generale del Re per la Provincia di Calabria Giulio Cesare Libetta. La bonifica di questi luoghi avvenne sotto il governo borbonico in Monteleone, che inviò una relazione al Prefetto di Reggio Calabria, l'11 luglio 1860, in cui si proponeva di prosciugare completamente il Lago Saline. Tutto ciò fu favorevole alla prosperità dell'agricoltura e alla salubrità dell'aria. L'iniziativa attirò alcuni proprietari terrieri, tra cui il feudatario di Montebello, Paolo Barone, che aveva comprato il 5 ottobre 1727 da Nicolò Lavagna, con Regio Assenso, per atti del notaio Vincenzo Siclari, la Baronia di Montebello. Egli fece costruire una casa di campagna sulle sponde del torrente Molaro con annessa una chiesetta intitolata a San Francesco Saverio. Entrambe furono travolte dalla piena del torrente, ma la chiesa fu ricostruita più grande in Borgata Sant'Elia dal conte Giacomo Maria Piromallo dei Duchi di Capracotta e barone di Montebello. La stessa sorte toccò alla chiesetta costruita nel 1866 per volere del latifondista e primo presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria Salvatore Rognetta, che possedeva diverse terre nel territo di Saline. La presenza della chiesa suggerisce che già in quel periodo si fosse formato un nucleo abitativo. Oltre a Rognetta molti latifondisti, come Alati, Patamia e Vilardi, diedero il via alle colture di bergamotto, gelsomino e grano.

Nel 1816 Saline Joniche fu annessa insieme a Fossato Jonico al comune di Montebello Jonico.

Negli anni '70 e '80, l'area di Saline Joniche fu al centro di un importante processo di sviluppo industriale e infrastrutturale che portò alla realizzazione del complesso industriale della Liquichimica Biosintesi, di un porto industriale e dell'Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato.

L'esperienza industriale di Saline Joniche però ebbe una durata breve e molto limitata: la Liquichimica fu chiusa pochi mesi dopo l'inaugurazione a causa della pericolosità dei mangimi prodotti, l'Officina Grandi Riparazioni fu chiusa all'inizio degli anni 2000 e il porto, di fatto mai veramente entrato in attività, è stato danneggiato da una violenta mareggiata ed è attualmente ostruito da un imponente banco di sabbia.

Nei pressi dell'area della Liquichimica sono presenti due laghetti che costituiscono un'oasi naturale utilizzata per la sosta da molti uccelli migratori (principalmente folaghe, anatre, aironi cenerini e cavalieri d’Italia, e talvolta anche fenicotteri rosa). A causa della sua importanza in quanto habitat naturale che garantisce il mantenimento della biodiversità, tale oasi è stata inserita dall’Unione europea tra i siti di interesse comunitario.

Nel 2012 la provincia di Reggio Calabria ha indetto un concorso volto alla riqualificazione del frontemare di Saline Joniche e la realizzazione di un parco naturale: il progetto vincitore prevede un intervento su un'area di oltre 170 ettari posta lungo 8 km di costa, con la realizzazione di un parco scientifico, di un incubatore per imprese dedicate alla green economy e di un grande vivaio.

Infine, nei fondali marini di Saline è stato individuato il relitto della Laura C, nave mercantile adibita a scopi militari durante la Seconda guerra mondiale. Impianti d'estrazione del sale

il primo nucleo abitativo di Saline nasce con gli impianti d'estrazione. Attorno ad essi infatti si sviluppano strutture per ospitare la manovalanza.

Un'importante testimonianza di quest'attività proviene dal Codice Romano Carratelli, preziosa raccolta di disegni acquarellati, realizzati alla fine del XVI secolo, contenente immagini di torri e castelli della costa calabra, e con il quale il governo spagnolo sperava di difendersi dalle scorrerie dei Turchi.

Ritrovamenti archeologici Saline Joniche è conosciuta fin dal Medioevo grazie alla biografia di Elia di Enna, scritta dal suo discepolo 30 anni dopo la sua morte avvenuta nel 903. I reperti archeologici indicano che Saline fosse abitata già nel Paleolitico.

Uno dei più importanti ritrovamenti è avvenuto in Contrada Prastarà presso il geosito delle Rocche di Prastarà. Lo scavo fu coordinato dal direttore archeologico della Soprintendenza ai beni archeologici, dott.ssa Emilia Andronico con gli archeologi volontari Stefano Ferrante, Giuseppe Praticò e Giovanni Mallamaci. I reperti ritrovati risalgono all'età del bronzo, in un periodo compreso tra 2200 e 900 a.C. Si tratta di frammenti di cotti decorati ad unghia con incisioni dette a "dente di cane" e frammenti di punta di lancia in ossidiana. L'ossidiana proviene da Lipari, nelle Isole Eolie. Ciò testimonia che Saline commerciasse con gli uomini di quell'isola.

Altro importante periodo per Saline fu il periodo classico, precisamente dall'età arcaica a quella ellenistica e romana. In questo periodo Saline, insieme a Capo Riace, faceva parte di un centro agreste, in cui si venerava la dea Kore. Ciò è confermato dall'opera di Gabriele Barrio, De antiquitate et situ Calabrie del XVI secolo.

I ritrovamenti di questo periodo sono diversi come quello di Contrada Cucumelli vicino alla frazione di Riace di Montebello. Qui sono state ritrovate, nella proprietà di un certo Vollaro, monete imperiali del IV secolo a.C. Lo stesso è successo in Contrada Ficarelli con un tesoretto di monete dello stesso secolo di quelle rivenute in Contrada Cucumelli. Oggi il tesoretto è conservato nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. Altre monete, stavolta risalenti ad un periodo che va dal 203-289 a.C. al II-I secolo a.C., furono rinvenute in Contrada Pietrerosse, all'interno di un vasetto in terracotta, e in una località imprecisata, con molto probabilità in Contrada Rungi. Ciò vale anche con Contrada Ambrò dove, oltre a una moneta bronzea di Traiano, furono ritrovati una stele arcaica, una colonnina dorica in arenaria e una statuetta di tipo tanagreo, che regge, seduta sulla propria spalla sinistra, una divinità acefala con chitone.

Sono presenti anche ritrovamenti di architetture come quello in Contrada Vasì, posta al confine tra la località Lazzaro e quella di Saline. La sua denominazione sembrerebbe derivare proprio dal greco e rimanderebbe all'esistenza di un luogo di culto. Ciò è sostenuto dalle testimonianze dello studioso reggino Domenico Carbone Grio che riferì, nel 1904, di aver visitato la contrada accompagnato dal parroco di Saline, don Pontari. Essi attestano l'esistenza di un temenos, ovvero un recinto sacro dedicato proprio, con molta probabilità, al culto di Demetra o della figlia Kore. Nello stesso scavo fu trovata una stele di pietra sulla cui parte superiore è possibile vedere un incavo che molto probabilmente serviva a sostenere un oggetto in bronzo. Tale stele portava anche incisa, nella parte sommitale, un'epigrafe che recitava «Alla dea Kleìnetos, figlia di Nikomakos, vota la decima parte di qualcosa di suo». Demetra nella mitologia greca era la dea del grano e dell'agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, principio del ciclo delle stagioni, come la stessa Kore, che era una divinità associata al simbolo della fertilità. Risulta dunque evidente che si tratti di un luogo votivo. Insieme alla stele facevano parte del corredo delle offerte votive due statuette in terracotta di notevole bellezza stilistica. La prima portava nella mano sinistra uno scettro, caratteristico di Demetra, secondo l'iconografia magnogreca. La seconda stringeva invece un porcellino, che secondo i rituali del simbolismo religioso rimanda a Kore. Nella stessa area di culto furono trovati anche alcuni vasetti, quasi tutti a vernice nera con disegni geometrici, due ariballoi, raffiguranti una la testa di Hermes col pileo, l'altro un pesce identificabile come un pesce spada. Inoltre furono ritrovati una serie di testine femminili in terracotta con varie acconciature, raffiguranti nella maggior parte dei casi Kore, e una statua raffigurante Hermes. Altre offerte in terracotta raffigurano animali domestici, pesci, come anguille, grappoli d'uva e altri prodotti dell'agricoltura, tra cui spicca una zucca a forma allungata molto simile alla tipologia di quelle presenti nel santuario della Mannella di Locri.

Nella Contrada Rungi sono stati ritrovati i resti di nove plinti di colonne in arenaria che delimitavano un piccolo atrio semicircolare. Nelle vicinanze, invece, furono ritrovate tombe ascrivibili del periodo ellenistico e romano costituite da grandi tegoloni e tetti a cappuccina, con un arredo funerario scarso costituito da vasetti, patere e tronchi di piramide. Sempre nelle immediate vicinanze ritovati un'ansa greca, una colonnina votiva in stile dorico e un cippo in calcare con iscrizione votiva risalente alla fine del V secolo a.C.

Ai primi del XX secolo a.C. risale invece un edificio a pianta rettangolare in pietra scistosa con numerosi frammenti di vasi e mura ritrovati in Contrada La Cittadella. Uno dei ritrovamenti più recenti è datato 1987 ed è avvenuto durante la realizzazione del porto. In questo luogo furono ritrovate tre tombe in muratura con resti ossei in connessione organica insieme a tratti di strutture murarie in ciottoli e frammenti di anfore che fanno datare l'insediamento all'età tardoantica. Monachesimo bizantino e toponomastica greca