Le Cronache aquilane costituiscono un cospicuo filone storiografico e letterario, in prevalenza medievale, che si concentrò sulla narrazione delle vicende della storia civica dell'Aquila, utilizzando il latino o il volgare, a seconda dei casi, ed esprimendosi sia in poesia sia in prosa. Questa tradizione, solo in parte tramandataci, esibisce tali caratteri di originalità e specificità da distinguersi nettamente nel panorama civico e letterario del Regno di Napoli.

Il corpus cronachistico sopravvissuto riguarda sostanzialmente l'epoca tardo medievale della storia cittadina, dalla fondazione nel XIII secolo fino al XV. In un solo caso viene lambita l'età moderna, con una cronaca che si spinge fino ai primi decenni del XVI secolo. Nella sopravvivenza del corpus ha avuto un ruolo importante il lavoro di recupero svolto, nell'ambito delle Antiquitates Italicae Medii Aevi di Ludovico Antonio Muratori, dall'erudito settecentesco Anton Ludovico Antinori, religioso oratoriano e vescovo.

Precursore del genere fu il cronista medievale Buccio di Ranallo da Poppleto, fiorito nel XIV secolo, ma il corpus documentario delle antiche Cronache aquilane fu incrementato e reso copioso dall'opera di numerosi epigoni. Tra le cronache successive a quella di Buccio, sono state tramandate quelle di Niccolò da Borbona (XV secolo), a copertura del periodo 1362-1424, di Francesco di Angeluccio di Bazzano, che scrisse del periodo 1436-1485, dell'Anonimo dell'Ardinghelli e di Bernardino da Fossa, entrambi cronisti per gli anni 1254-1423, e quella di Alessandro de Ritiis (XV secolo), che scrisse sul periodo dal 1347 al 1497.

A chiudere questo filone è la cosiddetta Cronaca basiliana, così chiamata dal nome del suo estensore, Vincenzo di Basilii di Collebrincione: si tratta della più recente compilazione tra quelle conosciute, che prende sinteticamente in carico il periodo dal 1476 al 1529. Si tratta, peraltro, di anni cruciali nella storia della città, posti a cavallo di quel crinale storico che segnala convenzionalmente il passaggio dal Medioevo all'età moderna, anni particolarmente significativi per l'Italia e per L'Aquila, segnati, come furono, dalle guerre di conquista dell'egemonia sulla penisola.

La fioritura di questo genere pone L'Aquila in una posizione peculiare rispetto alle tradizioni civiche del resto del Regno di Napoli e accompagna un periodo che può essere considerato come l'età aurea della storia aquilana, per la prosperità economica e per lo status di autonomia di cui la città poteva allora godere.

È significativo notare infatti come l'ultima opera conosciuta, la Cronaca basiliana, sia anche quella che, con la sua narrazione, accompagna la storia dell'Aquila verso gli anni che avrebbero segnato l'epilogo di quello statuto di autonomia, con la conclusione delle Guerre d'Italia e l'assorbimento della città nell'orbita della dominazione spagnola.

Il corpus delle cronache aquilane

Caratteri distintivi La consuetudine cronachistica si presenta come un tratto distintivo della tradizione culturale aquilana, in grado di porre la città in posizione eccezionale e quasi unica nella capacità di costruire la propria identità civicaMaria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, pp. 32-33, rispetto alle altre città del Regno di Napoli le quali - come è stato opportunamente notato - non furono generalmente in grado di esprimere «una storiografia cittadina paragonabile per quantità e qualità a quella del resto d'Italia». Nel Regno di Napoli, infatti, sarà solo L'Aquila a sapersi dotare, dalla metà del Trecento, di «una vera e propria cronaca cittadina [...] a opera di Buccio di Ranallo e dei suoi continuatori»Giovanni Vitolo, Tra Napoli e Salerno: la costruzione dell'identità cittadina nel Mezzogiorno medievale, p. 73.

Opere principali La mole originaria dei documenti doveva essere molto più vasta di quella del corpus tramandato. Lo testimonia l'enorme ampiezza di riferimenti nei 54 volumi degli Annali e della Corografia di Anton Ludovico Antinori.

Il repertorio delle cronache sopravvissute copre soprattutto il periodo tardo medievale compreso tra il XIV e il XV secolo, solo in un caso arrivando a toccare il primo trentennio del XVI secolo. Di questo arco di tempo, nella storia della città dell'Aquila, si occupano le seguenti opere:

1. La Cronaca di Buccio di Ranallo da Poplito La Cronaca di Buccio di Ranallo da Popplito parte all'incirca dalla fondazione della città (intorno al 1253) e giunge fino al 1362. Si tratta di un poema in versi scritto in quartine di 1256 versi alessandrini monorìmi. Vi si trovano intercalati 21 «vigorosi sonetti politici» finalizzati alla pacificazione dei contrasti intestini tra le fazioni cittadine. Nella sua cronaca, Buccio di Ranallo tratta molti degli eventi salienti dei suoi tempi, quali la prima e seconda fondazione della città e il succedersi delle dinastie reali nel meridione. La cronaca è di notevole importanza sia per la veridicità dei fatti raccontati sia per la qualità della sua vivace e appassionata narrazione.Voce «Buccio di Ranallo» del Grande dizionario enciclopedico UTET, 1967

Per queste sue caratteristiche, infatti, Buccio (dietro la cui figura, secondo un'ipotesi di Vincenzo De Bartholomaeis, si nasconderebbe la figura di un giullare) è stato definito come La lingua di Buccio "[...] nella sua rozzezza, attingeva ai serbatoi più genuini della dialettalità municipale, del resto alimentata da una città che non aveva ancora inaugurato in modo permanente i contatti con la cultura contemporanea". La sua opera non rimase isolata ma fu proseguita da una folta schiera di epigoni, continuatori e imitatori. E fu proprio in mano ai suoi seguaci che lo strumento linguistico locale conobbe una significativa evoluzione, divenendo una risorsa « [...] più agile e disinvolta, ormai intonata alle gentilezze del toscano»Gianni Oliva, Carlo De Matteis, Letteratura delle regioni d'Italia: Abruzzo, 1986, p. 25.

Il poema, composto di 1256 strofe tetrastiche di alessandrini (il verso ufficiale della didascalia settentrionale) gli avvenimenti della storia Aquilana, partendo dalle vicende che precedettero la prima fondazione nel 1254 dai famosi 99 castelli circostanti, e terminando con i fatti del maggio del 1362. In questi termini si svolge il filo di una ricostruzione storica, che ha per tema la lotta delle forze del nascente Comune contro i feudatari di stabilimento imperiale (dapprima di Federico II di Svevia, poi di Carlo I d'Angiò); intorno a questo nucleo di interesse prevalente trova poi modo di innestarsi il complesso di vicende che dalla seconda metà del XIII secolo, alla prima del XIV caratterizzarono la storia del sud Italia. Dai primi tentativi di edificazione della città dagli abitanti di Amiternum (l'antica città romana sabina presso San Vittorino), verificatisi nel momento critico della lotta imperiale e papale tra papa Gregorio IX e Federico II di Svevia, si passa agli sforzi più consapevoli degli Aquilani, tesi al raggiungimento di una costituzione comunale, nell'ambito di quel generale risveglio delle autonomie locali, che s'avverte nel Regno di Napoli, all'indomani della morte di Federico (1250), e si conclude con la costituzione dell'originario Comune rustico, presso la località di Acculi (l'area attuale del Borgo Rivera con la fontana delle 99 cannelle), che divenne Municipio riconosciuto dal Privilegium concesso da Corrado IV di Svevia, figlio di Federico, nel 1254.

La città inizia a svilupparsi dall'attuale Quarto di San Giovanni di Lucoli, e nella parte nord-est, in località La Torre, il cuore dell'attuale Quarto di Santa Giusta. Nel 1256 la diocesi viene trasferita dalla vicina Forcona nella nuova cattedrale in Piazza del Mercato, durante il regno di Manfredi di Svevia nel 1258-59, che rivendica nel Mezzogiorno la tradizionale politica accentratrice dei Normanni e degli Svevi, L'Aquila, per la sua stessa natura di tradizione municipalista con un collegio comunale, si oppone fieramente a questa politica, e pertanto viene attaccata e distrutta nel 1259. La città verrà ricostruita nel 1265-67 per volere del nuovo sovrano Carlo I d'Angiò, che insieme agli Aquilani sconfisse Corradino di Svevia nella battaglia di Tagliacozzo. La politica di lealismo che la monarchia intese restaurare nei confronti del clero e dei nobili, il fiscalismo gravoso, l'arbitrio degli ufficiali, dovettero essere avvertiti in Aquila, il cui notevole sviluppo economico e sociale avrebbe richiesto un'adeguata evoluzione delle forme costituzionali, nei confronti della monarchia.

Buccio avverte il nesso storico di questi elementi, svelando in forma polemica e spregiudicata gli interessi mondani celati all'ombra della politica della Chiesa, denunciando i soprusi dei burocrati angioini, gli intrighi degli appaltatori che assicurano la continuità della politica finanziaria statale, nei confronti delle collettività produttrici, ma soprattutto additando nella potenza delle consorterie nobiliari, il maggior pericolo per la libertà del Comune. Infatti, il tema centrale della Cronica è la lotta delle fazioni, poiché ogni elemento nuovo dei mercanti e degli arrivisti è visto da Buccio come fonte del sovvertimento del vecchio ordine sociale; questo sovvertimento può mostrarsi con tentativi di restaurazione degli antichi privilegi, oppure cercando di monopolizzare con la politica demagogica le nascenti risorse dell'attività commerciale e artigianale, dato che in quel tempo nacque il Collegio delle Arti Nobili, con sede nell'ancora esistente palazzetto dei Nobili.Sotto re Roberto d'Angiò, definito "re Mercante" da Buccio, i nobili minacciarono la collettività, e il dissidio tra politica oligarchica e necessità del Comune, che si individuano nello sviluppo artigiano nella regolamentazione dei rapporti col ceto rurale, si acuisce al punto da rendere precaria la stabilità della forma istituzionale vigente di governo.In questo contesto Buccio traccia uno spietato ritratto di ser Lalle I Camponeschi (da non confondere col nipote Pietro Lalle Camponeschi), il quale con il suo potere ha occupato il Comune, gestendo la cosa pubblica. Tuttavia, non mancano chiari riferimenti storici, come la congiura contro il tribuno della plebe Niccolò dell'Isola, l'incoronazione papale del 28 agosto 1294 di frate Pietro da Morrone presso la basilica di Santa Maria di Collemaggio, e la tremenda pestilenza del 1348, seguita da un forte terremoto del 1349, che distrusse gran parte della città.

2 e 3. Cronaca delle cose dell'Aquila di Antonio di Boetio Con la sua Cronaca delle cose dell'Aquila, Antonio di Boethio (o di Boezio, detto anche Antonio di Buccio di San Vittorino) copre il periodo 1363-1381, esprimendosi nella stessa forma metrica utilizzata da Buccio di Ranallo. Questa cronaca va ad aggiungersi al poema, in ottava rima e cinque canti, che lo stesso Antonio di Buccio scrisse sulla Venuta di Re Carlo di Durazzo nel Regno (1378-1382).

Entrambe le cronache di Antonio di Boezio furono pubblicate dall'erudito settecentesco Anton Ludovico Antinori, incorporate nel VI volume della Antiquitates Italicae Medii Aevi di Ludovico Antonio Muratori.

4. Catalogus pontificum Aquilanorum Il Catalogus pontificum Aquilanorum ab anno 1254 ad annum usque 1472 copre l'intervallo di tempo dal 1254-1472. La sua compilazione è frutto dell'opera di due autori rimasti anonimi. Anche il Catalogus fu incorporato nel VI volume delle muratoriane Antiquitates Italicae Medii Aevi, per opera dell'Antinori, che ne rinvenne una copia nell'Archivio capitolare di San Massimo. Un'altra copia è conservata alla Biblioteca VaticanaMaria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 44.

5. Diaria di Iacopo Donadei