È stato venerato dai florensi, dai cistercensi, dai francescani spirituali e i gesuiti bollandisti lo hanno inserito nell'elenco dei beati. Nel 2001 sono stati avviati studi (fase preliminare) per una eventuale causa di beatificazione, di conferma di culto o del titolo di beato (ab immemorabili) da parte della Chiesa cattolica, proprio dall'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, che ha nominato don Enzo Gabrieli postulatore della causa di canonizzazione, e delle apposite commissioni (storica, teologica e medica per lo studio dei resti mortali). La fama sanctitatis, che già lo accompagna in vita, proseguirà dopo la morte.
Il 27 giugno 2024, Papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale del creato, ha citato Gioacchino da Fiore affermando che "seppe indicare l'ideale di un nuovo spirito"; tale dichiarazione segna una svolta nella storia, la prima simile in oltre otto secoli dalla morte del monaco florense.
Biografia Origini e formazione Le condizioni economiche della famiglia di Gioacchino erano agiate; il padre Mauro, infatti, era tabulario o notaio. In passato si era ritenuto che la famiglia avesse origini ebraiche, forse per spiegare l'atteggiamento benevolo di Gioacchino nei confronti dell'Ebraismo.
Gioacchino nacque a Celico, un paesino silano rientrante nel Ducato di Puglia e Calabria (attualmente in provincia di Cosenza), intorno al 1130. Storicamente si ritiene che la chiesa dell'Assunta, edificata sicuramente prima del 1421, sia stata costruita sul perimetro della casa natale dell'abate Gioacchino. Egli ricevette le prime nozioni di educazione scolastica nella vicina Cosenza. Ben presto fu mandato dal padre a lavorare, sempre a Cosenza, presso l'ufficio del Giustiziere della Calabria. A causa di contrasti insorti sul posto di lavoro, andò a lavorare presso i Tribunali di Cosenza. In seguito il padre riuscì a fargli ottenere un posto presso la corte normanna a Palermo, dove lavorò prima a diretto contatto con il capo della zecca, poi presso il Cancelliere di Palermo, arcivescovo Stefano di Perche. Entrato in contrasto pure con questi, fu accomodato con i notai del re: prima con Pellegrino, partecipando a una ambasceria ad Amona della Morea, e in seguito con il notaio Santoro con cui fece un viaggio in Puglia. Entrato in crisi si allontanò definitivamente dalla corte reale di Palermo per compiere un viaggio in Terrasanta.
Gli inizi Forse nel corso di questo viaggio maturò un profondo distacco dal mondo e il desiderio di dedicarsi allo studio delle Sacre Scritture. Al ritorno in patria Gioacchino si ritirò dapprima in una grotta nei pressi di un monastero posto sulle falde del monte Etna, poi tornò con un suo compagno a Guarassano, nei pressi di Cosenza. Qui fu riconosciuto e costretto ad incontrare il padre, che lo aveva dato per disperso. Al padre confessò di aver smesso di lavorare per il re normanno per servire il Re dei Re (cioè "il Signore Dio nostro")
Visse per circa un anno presso l'abbazia di Santa Maria della Sambucina, da cui si allontanò per andare a predicare dall'altra parte della valle, vivendo nei pressi del guado Gaudianelli del torrente Surdo, vicino a Rende.
Poiché a quei tempi la predicazione di un laico non era ben accetta, Gioacchino compì un viaggio fino a Catanzaro, dove il vescovo locale lo ordinò sacerdote. Durante il tragitto da Rende a Catanzaro si fermò nel monastero di Santa Maria di Corazzo, dove incontrò il monaco Greco che lo fece riflettere sulla parabola dei talenti, rimproverandolo di non mettere a frutto le sue doti. Tornò a predicare nuovamente a Rende, con l'abito di sacerdote. Poco tempo dopo vestì l'abito monastico, entrando nel monastero di Santa Maria di Corazzo. Questa abbazia benedettina, guidata dal beato Colombano, aspirava a seguire la regola cistercense.
Elezione ad abate Secondo le fonti più accreditate, nel 1177 Giovanni Bonasso, eletto abate di Santa Maria di Corazzo, rinunciò alla carica, scappando dapprima nel monastero della Sambucina, poi nel Monastero del Legno della Croce di Acri. Gioacchino, che ambiva più a studiare le Sacre Scritture che alla carica di abate di quel monastero, all'epoca poverissimo, venne convinto ad accettarla da amministratori laici, riunitisi con lui a Sambucina. A Corazzo l'abate Gioacchino cominciò a scrivere la prima delle sue opere, La Genealogia, impiegando come suoi scribi frate Giovanni e frate Nicola.
Teologo e scrittore In qualità di abate compì un viaggio all'abbazia di Casamari tra il 1182 e il 1184. Durante questo periodo incontrò papa Lucio III, che gli concesse la licentia scribendi. Con l'aiuto degli scribi Giovanni, Nicola e Luca, iniziò già a Casamari la stesura delle sue opere principali: la Concordia tra il vecchio e il nuovo testamento e lEsposizione dell'Apocalisse. In quello stesso periodo Gioacchino interpretò innanzi al papa una profezia ignota, trovata tra le carte del defunto cardinale Matteo d'Angers. Da qui scaturì l'incoraggiamento del pontefice Lucio III a scrivere le sue opere.
Nel 1186-1187 si recò a Verona, dove incontrò papa Urbano III. Al ritorno si ritirò a Pietralata, una località sconosciuta, abbandonando definitivamente la guida dell'abbazia di Corazzo. I suoi monaci non tolleravano il suo girovagare e lo stare sempre distante dall'abbazia e pertanto, per risolvere la questione, inoltrarono una petizione presso la Curia romana. A seguito di ciò, nel 1188 l'abbazia di Corazzo venne affiliata all'abbazia di Fossanova e papa Clemente III prosciolse Gioacchino dai doveri abbaziali, autorizzandolo a continuare a scrivere.
Pietralata e protomonastero di Fiore Vetere
A Pietralata, da lui ribattezzata Petra Olei, luogo ancora non inconfutabilmente localizzato (secondo alcuni storici si tratterebbe di una contrada nei pressi di Marzi-Rogliano, mentre secondo altri si tratterebbe dell'odierno Monte Petrara, nei pressi della cistercense abbazia di Sant'Angelo de Frigillo a Mesoraca, attualmente in provincia di Crotone, per la presenza in loco di secolari ulivi) l'abate di Corazzo si ritirò per continuare le sue scritture. In questo ameno luogo cominciarono a pervenire molti seguaci, il primo fu Raniero da Ponza, che in seguito fu legato apostolico in Francia e Spagna sotto papa Innocenzo III. Pietralata divenne presto un luogo incapace di ospitare la moltitudine di gente che accorreva a sentire Gioacchino; pertanto nell'autunno del 1188 Gioacchino salì in Sila alla ricerca di un territorio che si potesse abitare. Dopo varie perlustrazioni, si fermò nel luogo oggi denominato Jure Vetere Sottano, attualmente nel comune di San Giovanni in Fiore.. A sei mesi di distanza dalla perlustrazione, abbandonò Pietralata e si trasferì con i suoi discepoli in Sila sul luogo prescelto. Pietralata è un luogo avvolto nel mistero e ancora oggi non identificato con sufficiente certezza.
A sei mesi dal trasferimento, il re Guglielmo il Buono morì e gli subentrò sul trono il normanno Tancredi, già conte di Lecce. I funzionari di Tancredi contestarono a Gioacchino l'insediamento in Sila e l'abate dovette quindi recarsi a Palermo (primavera 1191) per discutere con il nuovo re. Dopo un complesso confronto tra i due, durante il quale Tancredi propose all'abate di trasferirsi presso l'abbazia della Matina, «allora in stato di grave declino» (proposta rifiutata in maniera decisa da Gioacchino), a Gioacchino fu concesso di restare in Sila., nel luogo prescelto, facendogli dono di un vasto tenimento posto nelle adiacenze, aggiungendo 300 pecore e 30 some di grano per il sostentamento della comunità religiosa. Da qui in avanti si incominciò a costruire il protomonastero di Fiore Vetere.
Nel 1194, dopo la morte di Tancredi, subentrò nel regno Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, il quale concesse a Gioacchino un vasto tenimento in Sila e privilegi sovrani su tutta la Calabria.
La Congregazione florense
In questo periodo, dopo il diploma concesso da Enrico VI, Gioacchino fondò i monasteri di Bonoligno e Tassitano e acquisì altri monasteri già italo-greci. Forte del patrimonio terriero ed ecclesiale acquisito, Gioacchino si recò a Roma ricevendo da papa Celestino III l'approvazione della Congregazione florense e dei suoi istituti il 25 agosto del 1196.
I florensi continuarono a occupare il territorio assegnato e, affinché "Fiore", come lo stesso Gioacchino aveva chiamato il luogo prescelto, venisse articolato secondo lo schema della Tav. XII e, facendosi aiutare molto probabilmente da gruppi di laici che condividevano il progetto del novus ordo, misero a coltura i territori di Bonolegno e di Faradomus, irrigandoli con le acque del fiume Garga, attraverso il canale cosiddetto badiale. Per questo motivo nacquero delle liti con i monaci greci del Monastero dei Tre Fanciulli, ubicato in prossimità di Caccuri, che contestarono ai florensi l'occupazione di territori dei quali, secondo loro, erano loro i proprietari da tempi immemorabili. I poveri florensi furono bastonati e malmenati e gli edifici in costruzione vennero distrutti. Tuttavia l'azione di costruzione dell'insediamento non si fermò, fintanto che l'abate rimase in vita.
Gioacchino morì il 30 marzo 1202 presso Canale di Pietrafitta. e fu seppellito nel monastero florense della Chiesa di San Martino di Ioue (Tour) in Canale. I suoi resti furono traslati nell'Abbazia Florense verso il 1226, quando la grande chiesa era ancora in costruzione. L'abate Matteo Vitari, successore di Gioacchino, continuò l'opera ampliando le fondazioni florensi; nel periodo del suo abbaziato (1202-1234), l'ordine florense vantava oltre cento filiazioni, tra abbazie, monasteri e chiese, ognuna dotata di ampi tenimenti-tenute e possedimenti vari, sparsi in Calabria, Puglia, Campania, Lazio, Toscana e rendite che provenivano anche dalle lontane terre di Inghilterra, Galles e Irlanda.
I grandi benefattori dell'abate Gioacchino e dell'Ordine florense La Congregazione florense prima e l'Ordine florense poi (1184-1266) ebbero molti benefattori; fra i tanti vale la pena ricordare: Signore di Oliveti: diede a Gioacchino (1184-1190) la possibilità di vivere nel ritiro di Pietralata. Tancredi il Normanno: concesse a Gioacchino (1190) il Locum Floris, il Tenimentum Silae, 300 pecore e 112,5 quintali di grano annui. Enrico VI di Svevia: concesse a Gioacchino (1194) il Tenimentum Floris e tanti privilegi imperiali. Gilberto, vescovo di Cerenzia: concesse (1195) il tenimento Montemarco con la relativa abbazia e filiazioni dipendenti. Celestino III: riconobbe nel 1196 la Congregazione florense e i suoi istituti religiosi. Costanza d'Altavilla: ratificò a Gioacchino (1198) tutti i beni posseduti dal Monasterio Sancti Johanni de Flore. Umfredo Colino e Simone de Mamistra, Giustiziere Regio della Calabria: concessero a Gioacchino (1200) la tenuta di Caput Album (capo Arvo). Ugolino, cardinale prete di S. Lorenzo in Lucina, Legato Apostolico in Sicilia: concesse a Gioacchino (1200) la tenuta Albetum in Caput Gratium (Albeto di Capo Crati). Federico II di Svevia: concesse a Gioacchino (1200) le tenute Caput Album e Caput Gratis. Andrea, arcivescovo di Cosenza: concesse (1201) a Gioacchino la chiesa di San Martino di Jove in Canale (Pietrafitta). Stefano, vescovo di Tropea, Gattegrima e Simone de Mamistra (Giustiziere Regio della Calabria), signori di Fiumefreddo: concessero a Giacchino (1201) la chiesa di Santa Domenica, con tutte le sue dipendenze, compreso i tenimenti Flumen Frigidum e Barbaro.
Culto