La storia dei popoli romanì riguarda la storia delle popolazioni parlanti la lingua romanes (o romanì), o varianti dialettali della stessa, e che si riconoscono nella diaspora dei popoli romanì.

Origini L'assenza di antichi documenti scritti ha comportato che per lungo tempo le origini e la storia dei rom fossero un enigma, fino a che, due secoli fa, alcuni filologi ipotizzarono un'origine indiana sulla base di prove legate alla lingua parlata dai rom.

Secondo una cronaca viennese del 1776 (la Anzeigen aus sämmtlich-kaiserlich-königlichen Erbländern), attribuita all'illuminista slovacco Samuel Augustin ab Hortis, il primo ad accostare le parlate dei rom alle lingue indiane fu un pastore protestante ungherese, Etienne Vali da Almáš (distretto di Komárno), che si trovava a Leida, nei Paesi Bassi, per motivi di studio. Etienne Vali, ascoltando per caso le conversazioni di un gruppo di studenti indiani del Malabar, si rese conto che molti vocaboli da loro utilizzati erano simili a quelli usati dagli czigany del suo paese. Secondo molti studiosi, gli studenti conosciuti da Etienne Vali, probabilmente appartenenti a una casta nobile, dovevano in realtà aver usato delle frasi in sanscrito, l'antica lingua dei testi religiosi induisti, in quanto l'idioma del Malabar è il Malayalam, una lingua dravidica che non ha nulla a che vedere con le lingue indoeuropee.

Questa intuizione venne poi ripresa e approfondita da alcuni filologi e, nel 1777, il tedesco Johann Christoph Christian Rüdiger espose pubblicamente la nuova teoria col suo Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner (Della lingua e dell'origine degli Zingari), che venne poi pubblicato nel 1782.

Nei secoli successivi lo studio della storia del popolo rom, attraverso i contributi della linguistica e della filologia, è diventato una vera e propria scienza, spesso però ammantata di orientalismo, scadendo a volte nel mito e prestandosi, a seconda delle epoche, anche a pericolose teorie eugenetiche e razziste. I maggiori contributi vanno dagli studi del tedesco August Friedrich Pott (nel 1844), dello sloveno Franc Miklošič, del greco Alexandr Paspati, dell'italiano Graziadio Isaia Ascoli, agli importanti studi di Angus Fraser, Ian Hancock, John Sampson, Ralph L. Turner, Yaron Matras, Peter Bakker e Marcel Courthiade.

La presenza dei rom fino all'epoca moderna Uno dei misteri più complessi che avvolge l'intera vicenda dell'esodo dei rom, aspetto a cui gli studiosi delle varie discipline hanno tentato vanamente di dare una risposta, riguarda la domanda su come sia stato possibile che, nel corso di pochi secoli, essi abbiano dimenticato la loro origine, dando così luogo ai vari eteronimi che ancora contraddistinguono le popolazioni di lingua e cultura romanì.

Tra le tante spiegazioni, una delle più plausibili potrebbe trovare riscontro nella mancata conoscenza effettiva dell'India da parte dei contemporanei dell'esodo dei rom: basti pensare a questo proposito al termine "indiani" attribuito dagli scopritori delle Americhe ai nativi delle Antille, nel XV secolo.

La confusione rispetto alle loro origini potrebbe quindi essere stata causata dall'incrociarsi di alcune drammatiche circostanze: la conoscenza etnocentrica del mondo da parte dei bizantini, dei greci, dei veneziani, e via dicendo fino agli spagnoli, inglesi, italiani, tedeschi, ecc.; l'assenza di comunicazione da parte dei rom con gli autoctoni e, non ultimo, la perdita della memoria del racconto orale, nell'arco di alcune generazioni, a causa delle persecuzioni subite nel corso dei secoli.

Dall'India alla Persia Secondo la maggior parte degli storiografi, i Rom, come le altre etnie di lingua romanes/romani, avrebbero lasciato l'India all'inizio dell'XI secolo per giungere in Asia Minore, passando per la Persia e l'Armenia, nel corso dei secoli successivi. Ricerche genetiche più recenti, basandosi su alcuni marcatori del DNA, hanno retrodatato l'origine dell'esodo a circa 1500 anni fa. Il cosiddetto "gruppo fondatore" sarebbe partito dall'India nord occidentale, corrispondente pressappoco all'odierno Pakistan, per spingersi gradualmente a occidente, attraversando il Medio Oriente e l'Anatolia, per giungere infine in Europa. Nei successivi 500 anni i popoli nomadi si sarebbero quindi ibridati con popolazioni mediorientali, anatoliche e, infine, in seguito al loro ingresso nell'Europa orientale, con popolazioni balcaniche. Da qui, nel 1100, si sarebbero diffusi in tutta Europa.

Le ragioni della diaspora non sono state ancora chiarite dagli storici, tuttavia sono state formulate diverse ipotesi, alcune delle quali daterebbero a un periodo precedente l'XI secolo l'inizio dell'esodo dei rom.

Quasi tutti i testi di storia sulle popolazioni rom riportano una leggenda trascritta dal poeta persiano Firdowsi (soprannome di Abu l-Qasim Mansur, Tus, Khorasan 940 ca. - 1020 ca.), lo Shahnameh (Il libro dei Re, 1011). Secondo questa leggenda lo Scià Bahram V (420-438) chiese a un sovrano indiano 10.000 Luri (suonatori di liuto), uomini e donne, per divertire il suo popolo. Al loro arrivo lo Scià diede ai musicisti buoi, asini e semi di grano da piantare, perché voleva insediarli nelle terre incolte del suo regno. Ma i Luri, che non avevano mai fatto i contadini, mangiarono i semi e ritornarono dallo Scià un anno dopo per averne altri. Il sovrano si adirò molto e ordinò loro di caricare gli asini dei loro beni e strumenti musicali e di andare via per il mondo e di non ritornare finché non avessero voglia di lavorare la terra.

L'appellativo Luri (in persiano Lori لری, in arabo Lúlí,Lúrí), deriverebbe da Alor o Aror, il nome medievale di Rohri, antica capitale della Ror, nel Sindh, distrutta dal conquistatore arabo omayyade Muhammad ibn al-Qasim al-Thaqafi (695–715) nel 714, il quale, al termine della conquista della città, fece mettere a morte tutti gli appartenenti della casta dei militari e i loro parenti.Denzil Ibbetson, E. MacLagan, H.A. Rose, A Glossary of The Tribes and Casts of The Punjab and North West Frontier Province, 1911, pp. 17, Vol. II Nelle cronache degli storiografi arabi la città è menzionata anche con le parole Alor, al-rur, al-ruhr e al-Ror. I lúrí sono spesso menzionati dai poeti persiani che ne decantavano l'eleganza nel vestire, l'abilità nel suonare il flauto e il loro colore “nero come la notte”. I lúrí quindi andrebbero distinti dal gruppo etnico (con lo stesso nome) che vive nel sud-ovest dell'Iran, le cui caratteristiche etniche sono completamente diverse, parlano il farsi e sono di carnagione chiara.

Una leggenda analoga a quella di Ferdowsi è riportata dal geografo e storiografo musulmano Abu al-Faraj al-Isfahani (m. 967) negli Annali e da un cronista arabo Ibn al-Thahabi (m. 1020). In queste cronache il numero dei musicisti varia considerevolmente, in confronto al racconto di Firdawsi, e invece dell'appellativo Luri vengono chiamati Zott, che potrebbe essere il termine arabo equivalente alla parola sanscrita Jat.

I Jat sono un'antica etnia, tuttora presente nell'India nord-occidentale, con una forte concentrazione nello stato di Haryana, nel Punjab, Rajasthan, Uttar Pradesh, in 400 villaggi dello stato di Delhi e nel Pakistan. Tradizionalmente i jat erano allevatori di bufale, contadini e militari e durante la dinastia sasanide migrarono nelle regioni di confine di India e Persia.

Gli Arabi, che probabilmente incontrarono i Jat durante le invasioni in oriente, usarono in seguito l'eteronimo zott per definire tutte le popolazioni di origine indiana.

Durante il regno di Bahram V i jat appartenevano alle popolazioni Sindhi, dedite all'allevamento dei bufali e alla pesca, servendo la corte dello Scià di Persia fino al VII secolo d.C.

Durante l'espansione araba in Oriente si convertirono all'Islam e s'insediarono a Bassora. In seguito alla conquista della regione dell'Indo, da parte di Muhammad ibn al-Qasim al-Thaqafi, gli Arabi deportarono migliaia di Zott nella regione della foce del Tigri, con l'intento di proteggere il confine. In seguito però gli Zott, divennero così potenti che incominciarono a imporre pedaggi ai mercanti, ribellandosi apertamente al califfato di Baghdad. La conseguenza fu che nell'820 il califfo al-Muʿtasim inviò dei soldati nella regione per sedare i ribelli. L'opposizione degli Zott fu sconfitta 14 anni dopo.

Lo storico persiano Ṭabarī riporta nelle sue cronache (Storia dei Profeti e dei Re, 915) che circa 27.000 Zott furono portati a Baghdad in seguito alla loro resa, dove furono mostrati alla popolazione nei loro vestiti tradizionali e con i loro strumenti musicali. In seguito un piccolo numero fu deportato a Khanikin, a Nord di Baghdad, mentre la gran parte fu deportata ad ʿAyn Zarba, al confine con l'Impero bizantino.

Dalla Persia all'Armenia L'evidenza di parole di origine armena nella lingua lingua romaní costituisce a oggi l'unico elemento che proverebbe il passaggio dei rom in Armenia durante il loro esodo. Pertanto, in assenza di prove documentali, gli studi filologici e linguistici costituiscono al momento l'unica fonte per questa ipotesi.

Le principali ricerche sull'origine armena di alcune espressioni di lingua romanì sono state condotte da John SampsonJohn Sampson, The Dialect of the Gypsies of Wales. Being the Older Form of British Romani Preserved in the Speech of the Clan of Abram Wood, Oxford (1926) e Ralph Turner. Ralph L.Turner, The Position of Romani in Indo-Aryan, Journal of the Gypsy Lore Society, Third Series 5 pag. 145-189 (1926)

La ricerca di John Sampson si basa sullo studio delle differenze di pronuncia, tra i vari dialetti romanì, della parola "sorella" (in sanscrito bhen), distinguendo due gruppi fondamentali, in base alle principali differenze fonetiche: il gruppo ben e il gruppo phen. L'assunto su cui si basa Sampson è che popolazioni proto-rom siano migrate dal Nord Ovest dell'India e siano arrivati in Persia simultaneamente, formando così un gruppo linguistico omogeneo. In seguito al contatto con la lingua armena e con l'arabo la parola di origine sanscrita ben avrebbe preso le caratteristiche fonetiche dell'armeno e sarebbe in seguito diventata phen. I gruppi ben e phen successivamente si sarebbero divisi proseguendo la loro migrazione in due direzioni diverse, dando luogo così a distinte caratteristiche in base ai diversi prestiti linguistici dalle lingue con cui entrarono in contatto nel corso dei secoli successivi. Un gruppo dalla Persia andò in Siria e verso il Mediterraneo, i Dom/Nawar (ancora presenti in Medio Oriente, in Palestina, Siria e Giordania), i Kurbat (che vivono nel Nord della Siria), gli Halebi (in Egitto e in Libia) e i Karachi (in Asia Minore e Giordania), sarebbero loro discendenti.

Lo studio di Ralph Turner propone una simile distinzione tra i gruppi linguistici, fondando la sua ricerca sulle differenti varietà della parola domba. Turner chiamò Dombari la lingua degli antichi gruppi rom, i dialetti dei gruppi Domari (i gruppi ben di Sampson), che vivono in Medio Oriente. Nelle sue ricerche inoltre differenzia tra i gruppi Lomavren, che sarebbero stati in Armenia, e i Rom, che invece migrarono più tardi in Europa, passando per l'impero bizantino.

Recenti ricerche hanno però messo in discussione la teoria secondo la quale i due o tre dialetti menzionati da Turner abbiano mai formato una unità linguistica in passato. I gruppi linguistici ben (i Domari) mostrerebbero tracce di un perduto terzo genere grammaticale (il neutro) che i gruppi phen non hanno. Ciò vorrebbe dire che i predecessori dei Lomavren/Romani abbiano lasciato l'India più tardi, quando questo genere era già scomparso interamente. Sembrerebbe inoltre che nel gruppo ben di Sampson siano assenti prestiti linguistici proveniente dal persiano. Angus Fraser, The Gypsies, Oxford,(1992); Ian Hancock, The Pariah Syndrome. An Account of Gypsy Slavery and Persecution, Ann Arbor (1987); vedi anche