Linsurrezione lucana è una serie di episodi del Risorgimento avvenuti in Basilicata nel mese di agosto dell'anno 1860. In questo periodo la provincia fu la prima, della parte continentale del Regno delle Due Sicilie, a dichiarare decaduto il re Francesco II di Borbone e a proclamare la sua annessione al futuro Regno d'ItaliaTommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano (1700-1870), Potenza, 1962, p. 109.
I preparativi
Un notevole impulso alla rinascita della rete associazionistica lucana dopo le repressioni post-1848 fu dato dalla «Grande società dell'unità italiana» che, come specificato nella sua Costituzione, era erede della Carboneria e della Giovine Italia allo scopo di «liberare l’Italia dalla tirannide interna de’ principi e da ogni potenza straniera».
Nel 1854 si costituì a Napoli un comitato composto da Luigi Dragone e Giuseppe Fanelli, affiancati da Giovanni Matina e Giacinto Albini; il direttivo Fanelli-Dragone aveva sede operativa nella casa della moglie di quest'ultimo ed operò, di fatto, nel biennio 1856-1857, lavorando attivamente per ricostruire una rete associazionistica tra Cilento, Basilicata e Terra d'Otranto, grazie all'azione di Giacinto Albini, che aveva organizzato vari “sub-comitati”, soprattutto ad Altamura e Bitonto, intavolando stretti legami con il Comitato provinciale di Bari, nelle persone di De Laurentis, Francesco Terranova, Candido Turco.
Albini, in Basilicata, aveva istituito un “sub-comitato” a Corleto Perticara, con la collaborazione di Domenico Ruggiero, padre Alessandro da Tricarico, Carmine Senise, Domenico Dipietro, Giuseppe Defranchi, i potentini Camillo Motta e Orazio Petruccelli, il laurenzanese Domenico Asselta.
La ramificazione del Comitato di Fanelli e Dragone sul territorio provinciale di Basilicata è evidenziata dal ritrovamento, da parte della polizia borbonica, di «carte sediziose» che avevano lo scopo di promuovere gli ideali mazziniani, in special modo una fitta corrispondenza tra Napoli e Giacinto Albini, nominato commissario promotore della provincia di BasilicataArchivio di Stato di Potenza, Carte Albini, fasc. 1, “Governo Borbonico (1848-1857)”.. Da queste lettere si evidenzia come, alla fine del 1856, la Basilicata fosse considerata dal Comitato di Napoli una delle province più pronte ad insorgere ed uno snodo fondamentale, data la sua caratteristica di “cerniera” tra province campane, pugliesi e calabresi.
Intanto, il Comitato di Napoli (rinominatosi, nell'aprile del 1860, «Comitato Napoletano della Società Nazionale Italiana») continuava ad insistere sul ruolo della Basilicata come motore dell’insurrezione "preventiva". La «Società Nazionale», facente capo a Giuseppe La Farina a Torino e ad Agostino Bertani a Genova, si unì ben presto al Comitato di Napoli, chiamato, infine, «Comitato dell’Ordine». La preparazione dell’insurrezione, accuratamente organizzata, confluì, infine, nel giugno del 1860, nella costituzione di un Comitato a Corleto Perticara, che corrispondeva direttamente col Comitato Centrale di Napoli da una parte e dall'altra con i centri della provincia. Il Comitato si strutturò immediatamente in modo ben preciso, con un direttivo di nove componenti e diversi delegati che avrebbero avuto il compito di girare nei comuni della provincia per organizzare i comitati locali e raccogliere fondi ed armi per marciare sul capoluogo, Potenza, in modo da costituire un governo provvisorio di appoggio ai volontari di Garibaldi, in modo da prevenire la raccolta dei militari borbonici nelle aree di passaggio verso NapoliA. D'Andria, Tra le seconde file. Cultura e azione politica dei Commissari del Governo Prodittatoriale del 1860, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVII (2011), n. 27, pp. 44-45..
Vennero, infatti, organizzati, partendo dal coordinamento centrale dell’intera provincia, 12 sottocentri, con importanti modifiche territorialiPer quanto segue, cfr. A. D'Andria, Dall'insurrezione del 1860 alla Prodittatura: cultura e azione politica, in La Basilicata per l’Unità d’Italia. Cultura e pratica politico-istituzionale (1848-1876), a cura di A. Lerra, Milano, Guerini e Associati, 2014, pp. 148 ss..
Corleto Perticara era il capoluogo del primo, comprendente 18 comuni, vale a dire che ai 14 originariamente previsti (Calvello, Laurenzana, Accettura, Stigliano, Cirigliano, Gorgoglione, Aliano, Missanello, Gallicchio, Guardia, Armento, Castelmezzano, Pietrapertosa) si aggiunsero Anzi, Trivigno, Brindisi di Montagna e Vaglio, "abbandonati" da Potenza.
L’area del Vulture-Melfese fu suddivisa tra Avigliano (intorno al quale gravitavano Ruoti, Rapone, Ruvo, Atella, Rionero, Barile, Rapolla, Ginestra, Ripacandida e Melfi) e Genzano (comprendente Maschito, Palazzo, Montemilone, Venosa, Lavello, Forenza e Banzi). Nell’area nord-orientale della Basilicata, il sottocentro di Miglionico, che prima raggruppava 11 comuni, si ripartì in due sub-centri minori, ossia Miglionico - con Matera, Montescaglioso, Pomarico, Grottole - e il sottocentro di Ferrandina, costituito da Pisticci, Bernalda, Montalbano, Craco, Salandra. Tricarico era il centro intorno al quale gravitavano i comuni di Montepeloso, Grassano, San Mauro Forte, Oliveto, Garaguso, Calciano, Albano, Campomaggiore, Tolve e San Chirico Nuovo.
Per quanto riguarda il sud della provincia, l’alta Val d’Agri gravitava su Tramutola, a capo del sottocentro comprendente Sant'Angelo Le Fratte, Pietrafesa, Sasso, Brienza, Marsico Nuovo, Marsicovetere, Viggiano, Saponara, Sarconi, Moliterno, Spinoso e Montemurro. Rotonda era a capo di un sottocentro comprendente Lagonegro, Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Lauria, Castelluccio Superiore e Inferiore, Viggianello e San Severino Lucano, dunque controllando l’area strategica a cavaliere del Pollino e verso il Cilento. Il sottocentro di Castelsaraceno si trovava ad essere cerniera verso la Val Sarmento e il Serrapotamo, comprendendo Latronico, Episcopia, Carbone, San Chirico Raparo, San Martino d'Agri e Calvera, mentre l’area del Senisese era organizzata in un sottocentro piuttosto ampio, comprendente, oltre Senise, Chiaromonte, Teana, Fardella, Noepoli, San Giorgio, Terranova, Cersosimo, Casalnuovo, Rotondella, Tursi, Favale, Colobraro, Sant'Arcangelo, Castronuovo, Roccanova, Francavilla e Bollita. In tal modo, questi tre sottocentri si intrecciavano territorialmente, in modo da controllare l’area più strategica della provincia, in diretta comunicazione con il passo cruciale della Calabria cosentina.
Il sottocentro di Potenza (con Pignola, Abriola, Cancellara, Oppido, Acerenza, Pietragalla, Picerno, Tito e Vietri) restava autonomo, vale a dire che, mentre era in corrispondenza col Comitato lucano risiedente in Corleto, nel tempo stesso corrispondeva direttamente col Comitato Centrale di Napoli. A parte, in un secondo momento, venne istituito il sottocentro strategico di Bella, che avrebbe assicurato il controllo sul Marmo e sul cruciale passo delle Crocelle: esso comprendeva Muro, Castelgrande, Baragiano, Pescopagano, Balvano, San Fele.
Nel frattempo a Matera tra il 7 e l'8 agosto avvenne un episodio contro-insurrezionale, precursore del brigantaggio postunitario: l'eccidio Gattini. L'evento maturò durante la preparazione all'insurrezione della Basilicata, che non aveva affatto persuaso i contadini materani. I notabili, naturalmente, come nel resto del Mezzogiorno, erano già pronti al cambiamento, per conservare i propri privilegi e magari accrescerliBrigantaggio treccani.it.
L'avvio dell'insurrezione
In questo contesto in piena evoluzione, Giacinto Albini,Camillo Boldoni e Nicola Mignogna si riunirono a Corleto Perticara, la sera del 13 agosto, per organizzare l'insurrezione della provincia. Al colonnello Boldoni fu dato il comando delle azioni militari, così come stabilito da un telegramma pervenuto dal comitato di Napoli del 10 agosto precedente; i poteri civili furono invece avocati dall'Albini e da Mignogna.
Il 14 agosto furono inviati messi agli altri comitati basilicatesi ed anche nel Barese, nel Cosentino e nel Cilento, per diffondere le notizie e l'intenzione di marciare su Potenza. Il Boldoni informò il comitato centrale napoletano delle sue intenzioni con il seguente telegramma:
Il giorno 16 agosto nella cittadina di Corleto Perticara, alle cinque del pomeriggio, Albini e i suoi uomini proclamarono ufficialmente l'Unità d'Italia in una manifestazione popolare e religiosa tenuta in piazza Del Fosso, poi ridenominata piazza del Plebiscito.
Furono deposti gli stemmi e le insegne borboniche e al loro posto innalzati immagini di Vittorio Emanuele II re d'Italia e bandiere del regno sabaudo. La cerimonia fu accompagnata da musiche, sfilate militari e fuochi d'artificio.
Michele Lacava, presente all'evento, lo descrisse così:
Nella serata dello stesso giorno giunsero nella cittadina i drappelli dei comitati insurrezionali dei paesi vicini: da Pietrapertosa giunsero 45 armati agli ordini di F. Saverio Garaguso, da Aliano arrivarono 14 uomini comandati da Giambattista Leo, da Ferrandina una colonna, di numero imprecisato, comandata da Carmine Sivilla e Giacomo Leonardis, da Miglionico un drappello comandato da Giambattista Matera, da Missanello giunsero gli uomini capitanati da Rocco de Petrocellis, da Gallicchio arrivarono 82 uomini comandati da Giambattista Robilotta, da Gorgoglione e Cirigliano furono riuniti gli uomini della colonna di Giuseppe Bruno, da Montemurro gli uomini di Pietro Bonari, da Spinoso quelli di Nicola Albini. Il comitato di Corleto fornì armi, vettovaglie e munizioni e furono raccolti anche 4.000 ducati.
Il giorno seguente, nella cittadina di Rionero in Vulture, il sindaco Giuseppe Michele Giannattasio scese in piazza con il quadro di Garibaldi tra le mani, urlando «Viva Garibaldi!». Successivamente, insieme con Emanuele Brienza, Canlo Musio, Nicola Mennella, Achille D'Andrea, Achille Pierro, Francesco Pennella e Costantino Vitelli, marciò alla testa di un drappello di 54 uomini alla volta di Potenza.
All'alba del 18 agosto gli uomini riuniti a Corleto, circa 500, partirono verso Potenza. Dopo una sosta nella cittadina di Laurenzana, furono raccolti altri uomini, con a capo Basilio Asselta; mentre da Accettura provenivano gli uomini di Leonardo Belmonte; giunti ad Anzi, oltre agli uomini della stessa città comandati da Francesco Pomarici, si unirono al contingente insorti provenienti da Viggiano, comandati da Marrano, Tramutola, comandati da Carlo Caputo, Saponara, comandati da Camillo Schiavone Calvello, comandati dal signor Guerrieri, Pietrafesa (l'odierna Satriano di Lucania), comandati da Vincenzo Arnone, Vietri di Potenza e Picerno, comandati da Nicola Capece.
Al comando di Boldoni erano quindi 800 uomini.
18 agosto 1860 Già durante la notte del 17 agosto, le truppe insurrezionali, giunte da Melfi e da Genzano di Lucania, erano alle porte di Potenza.
Il 18 agosto, a mezzogiorno, avvistati i primi due drappelli insurrezionali, le truppe borboniche - circa 400 soldati comandati dal capitano Salvatore Castagna - rientrarono precipitosamente in città da sud, concentrandosi in piazza del Sedile, sede del Comune e delle milizie cittadine e unico spazio disponibile all'adunanza, dato che la centrale piazza dell’Intendenza era occupata dalle baracche ivi installate dopo il terremoto del 1857.
Il contrasto con la popolazione, accorsa ad osservare l’entrata della guarnigione, era inevitabile e, secondo i cronisti, voluto dal capitano Castagna per soffocare sul nascere qualsiasi movimento popolare: