Il secondo caso di Sciacca, talvolta citato anche come terzoDa alcuni autori, come Isidoro La Lumia e Giuseppe Licata, il conflitto venne denominato "terzo caso di Sciacca"; i primi due corrisponderebbero a quello che dalla maggior parte degli autori viene considerato il "primo caso di Sciacca"..., fu la parte conclusiva del violento conflitto combattuto tra le famiglie nobili di Sicilia dei de Luna e dei Perollo tra il 1455 ed il 1529, denominato "caso di Sciacca".. Le principali fasi del conflitto vennero combattute nei territori della città feudale di Bivona. e della città demaniale di Sciacca., entrambi attuali comuni italiani della provincia di Agrigento in Sicilia, nei mesi estivi del 1529....

Oltre a Sigismondo II de Luna e Giacomo Perollo, veri protagonisti del conflitto, il secondo caso di Sciacca vide coinvolte diverse personalità, dai parenti dei due nemici al corsaro Sericono Bassà, da papa Clemente VII all'imperatore Carlo V.

Il caso si concluse definitivamente, alla fine del febbraio 1530, con la morte di Sigismondo de Luna, sopravvenuta dopo più di sette mesi da quella del nemico Giacomo Perollo..

Contesto storico

Il XVI secolo, in Sicilia, fu caratterizzato dalle continue discordie tra i signori feudali dell'Isola.. Essendo abitate da parecchi signori, molte città demaniali venivano insanguinate dalle lotte causate dalla brama di predominio di ciascun signore che, approfittando soprattutto della debolezza del governo, voleva imporsi nelle città, sfoggiando lusso e potenza.

Sciacca, città portuale della Sicilia sud-occidentale, era la dimora di numerose e potenti famiglie nobili del tempo: su tutte, predominavano la famiglia Perollo (famiglia di origine francese, che aveva acquistato un ruolo preminente già dal XIII secolo) e la famiglia aragonese dei De Luna, che aveva possedimenti anche in altre zone della Sicilia (Bivona, Caltabellotta, Caltavuturo, Castellammare del Golfo).

Nei primi decenni del Cinquecento la famiglia Perollo era diventata ancora più potente grazie ai buoni uffici di Giacomo Perollo, signore di Pandolfina, che vantava una grande amicizia con Ettore Pignatelli, viceré di Sicilia (insieme a lui, durante la fanciullezza, paggio alla corte del Re di Spagna).

Essendo stato più volte deputato di Sciacca al Parlamento siciliano, godeva di un gran seguito, sia fra il popolo, sia fra numerose famiglie patrizie.

Altre famiglie, tuttavia, non sopportando gli atteggiamenti e le ricchezze dei Perollo, tramando contro di loro, gli contrapponevano i de Luna, in particolar modo Sigismondo de Luna, "il più potente dei Signori della zona", figlio di Giovanni Vincenzo de Luna. (barone di Bivona., conte di Caltabellotta e di Sclafani, stratigoto di Messina, presidente del Regno e signore del porto di Castellammare del Golfo.) e marito di Luisa Salviati., figlia di Jacopo Salviati e di Lucrezia de' Medici..

Il casus belli

Il primo scontro tra le due fazioni avverse avvenne quando una trentina di bravacci del conte Luna, recandosi da Bivona a Sciacca, furono oggetto di un agguato ordito da una schiera di armigeri del Perollo..

I bravi dei de Luna, nonostante i feriti (tra cui il bivonese Calogero Unda, "molto dal conte Luna stimato".), riuscirono a raggiungere Sciacca per rinforzare il numero degli armati della famiglia aragonese; il loro numero elevato fece sì che i Perollo chiedessero la mediazione tra i due signori, Giacomo Perollo e Sigismondo de Luna, dell'arciprete di Sciacca don Gabriele Salvo.

La pace venne promessa, ma tale patto fu vano, poiché, non molto tempo dopo, un episodio scatenò una vera e propria guerra tra i due: dopo che un tentativo di Sigismondo andò a vuoto, Giacomo Perollo riuscì a liberare, senza riscatto, il barone di Solunto, rapito in precedenza dal pirata barbaresco Sinam Bassà (detto Sericono o anche "il Giudeo".), ed altri dieci cristiani.

Lo scacco subito da Sigismondo peggiorò ulteriormente il rapporto tra i due signori; ad aumentare il rancore di Sigismondo, inoltre, erano soprattutto le continue dimostrazioni di forza e gli atteggiamenti sprezzanti ("fino a beffeggiarlo e a definirlo pazzo") di Giacomo Perollo nei suoi confronti.

Fasi del conflitto Le prime fasi Le prime fasi del conflitto furono caratterizzate da continui omicidi ed intimidazioni: Giovanni Vincenzo de Luna tentò invano di uccidere Giacomo Perollo; Girolamo Ferraro, nobiluomo che aveva pronunciato parole di pace dinanzi a Sigismondo de Luna, venne ucciso; alcuni servi del conte de Luna vennero bastonati; un bravo del Perollo, Cola Stornello, venne trovato morto (ucciso perché "aveva detto dinanzi alla casa de Luna che la sua spada tagliava oro e seta"); un bivonese, di cui si conosce solo il nome (Matteo) ferì l'arciprete di Sciacca don Salvo in quanto ritenuto partigiano di Giacomo Perollo; Francesco Sanetta, capitano di giustizia di Sciacca, fece irruzione nella casa di Sigismondo, insieme ad alcuni bravi dei Perollo, per cercare armigeri del nemico.

Una riunione tenuta in Caltabellotta il 18 giugno 1529 (a cui, verosimilmente, partecipò anche Giovanni Vincenzo de Luna) decretò la svolta del conflitto: Sigismondo, infatti, "decise di abbreviare i tempi per lo scontro risolutivo" e dispose che tutti i suoi sostenitori si radunassero a Bivona per raggiungerlo, in seguito, proprio a Caltabellotta.

Il primo scontro a Sciacca La notte del 19 giugno 1529 si introdussero furtivamente a Sciacca cento armati dei de Luna, "pronti ad agire al momento più opportuno". Alcuni giorni dopo avvenne uno scontro tra i due schieramenti opposti: nell'occasione persero la vita due armigeri del Perollo, e ciò rivelò la presenza di un elevato numero di seguaci di Sigismondo de Luna.

Pertanto il Perollo fece intervenire direttamente l'amico Ettore Pignatelli, viceré di Sicilia: quest'ultimo inviò a Sciacca Geronimo Statella, barone di Mongerbino, scortato da una compagnia di fanti..

Il comandante Statella, in qualità di capitano di giustizia, qualche tempo prima aveva catturato a Bivona tale Bastiano Napoli, bravo di Giovanni Vincenzo de Luna, e nonostante le proteste del conte (che in seguito a questo episodio "riteneva lesi i suoi diritti di mero e misto impero") lo fece impiccare in paese, causando le proteste e le minacce del popolo che lo costrinsero a scappare via da Bivona.

Lo Statella giunse a Sciacca il 14 luglio: bandì dalla città alcuni esponenti delle famiglie Amato, Fontanetta e Lucchesi, amici dei de Luna, condannò a morte altri uomini nemici dei Perollo; infine, ordinò a Sigismondo de Luna di allontanarsi da Sciacca e di sciogliere le sue truppe (che assommavano a circa 400 fanti e 300 cavalieri).

Girolamo Statella a Bivona Durante il viaggio di ritorno verso Messina, Girolamo Statella passò a Bivona il 16 luglio 1529: qui fece impiccare venti bravi del conte de Luna, tra cui Giorgio Grasta. All'impiccagione fece seguito l'insurrezione dei bivonesi, ed ancora una volta lo Statella fu costretto a fuggire dal paese montano e a dirigersi nuovamente verso Sciacca. Di seguito viene riportata una descrizione dell'episodio tratta dall'opera Cenno storico-politico-etnografico di Bivona di Giovan Battista Sedita, datata 1909.:

La strage di Sciacca

Allontanatosi da Sciacca, Sigismondo si stanziò con il suo piccolo esercito nel feudo Verdura, presso la foce dell'omonimo fiume, a circa dieci miglia ad est della città portuale. Lo Statella gli ordinò nuovamente di sciogliere le truppe, entro domenica 22 luglio 1529: in caso contrario, Sigismondo sarebbe incorso nel delitto di lesa maestà. Temendo l'attacco nemico, Giacomo Perollo inviò il figlio Federico a Messina, presso il viceré Pignatelli; Federico Perollo partì con sessanta cavalieri per chiedere altri rinforzi, ma il de Luna attaccò prima del previsto..

La sera del 19 luglio Sigismondo ed i suoi uomini entrarono furtivamente a Sciacca; all'alba, una volta circondate le abitazioni del Perollo e dello Statella, il de Luna ordinò l'attacco. Girolamo Statella venne ucciso dall'albanese Giorgio Comito, capo di una squadriglia al servizio di Sigismondo: il Comito, "capo de' greci". (gli arbëreshë di SiciliaComuni arbëreshë in Sicilia: Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, tutti in provincia di Palermo; faceva parte dell'Arberia anche Biancavilla, in provincia di Catania.), compì una personale vendetta.:

Giacomo Perollo si rinchiuse tra le mura del suo castello (il cosiddetto "castello vecchio", oggi praticamente scomparso), insieme con i suoi uomini: Sigismondo, pertanto, ordinò l'assalto al castello. Il 20 luglio la costruzione venne assalita ben quattro volte, ma tutti i tentativi risultarono vani. Le salme dei guerrieri "più valorosi" e quelle dei nobili vennero portate a Bivona, come ordinato dal de Luna.

Il Perollo seppe difendersi anche il giorno seguente, 21 luglio, in cui persero la vita numerosi assalitori, tra cui il bivonese Antonio Di Noto, "giovane molto valoroso e tenuto in gran conto dal De Luna", ed il trapanese Giovanni Lipari, "uomo d'incredibile valore"..

Il 22 luglio 1529 Sigismondo de Luna ordinò l'abbattimento delle porte del castello: nell'occasione fece adoperare otto pezzi di artiglieria, facenti parte del sistema difensivo della città di Sciacca.:

Sigismondo de Luna avrebbe accettato la proposta di pace avanzata dal nemico solo se egli "gli fosse venuto innanzi, genuflesso, a domandare perdono e baciargli il piede".. A causa della gravosità della proposta del conte Luna, Giacomo Perollo rifiutò e l'assalto si rinnovò anche il giorno seguente.

La morte del Perollo

Il 23 luglio 1529 gli uomini di Sigismondo de Luna riuscirono ad abbattere la torre e la porta di San Pietro, entrando nel castello del Perollo e uccidendo tutti coloro in cui si imbattevano.

Giacomo Perollo riuscì a sfuggire e a nascondersi in una casa privata (di un certo Luca Parisi): tradito da un suo seguace, Antonello Palermo (a cui Sigismondo aveva promessa "tutta l'ingente somma che il B.ne aveva seco portato"), il Perollo venne scoperto ed ucciso da Calogero Calandrino.

Ma Sigismondo de Luna non fu pago della morte del nemico.:

La notizia dell'uccisione del barone, "preceduta e seguita da tanti eccessi, da tanto eccidio e da tanto massacro" giunse agli amici del Perollo. e allo stesso Federico (figlio di Giacomo), che apprese quanto successo lungo la strada che da Messina portava a SciaccaLa via mulattiera che da Messina portava a Sciacca era così tracciata: Messina-Catania-Caltanissetta-Castronovo-Bivona-Sciacca; cfr. .). Quest'ultimo, che si trovava insieme con un contingente di truppe che gli aveva affidato il viceré, avvertì l'amico Pignatelli dei "gravissimi avvenimenti intercorsi" e, aggregati alcuni uomini armati inviatigli dal marchese di Geraci tra Caltanissetta e Polizzi, il 29 luglio 1529 si mise in marcia alla volta di Sciacca., giurando di "uccidere il De Luna e strappargli dal petto il cuore".

La battaglia di Valle di Sangue

Sigismondo de Luna, sapendo le mosse degli avversari grazie all'ausilio delle proprie spie segrete, "temendo di non potere far fronte allo esercito regio"., si ritirò con tutti i suoi uomini (più di mille uomini, dei quali ben 130 erano feriti) a Bivona, "sua città, che avrebbe saputo magari apprezzare i tanti eccessi, a cui si era abbandonato".

Tra Sciacca e Bivona, giunto al fiume Verdura, morì Onofrio Imbeagna, uno degli uccisori del Perollo, già gravemente ferito durante l'assalto.

Il conte Luna giunse a Bivona il 1º agosto e fece fortificare le difese del castello e del paese: fece formare trincee, preparare fortini, parapetti e fossati..