San Felice del Benaco (San Filìs in dialetto gardesano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Brescia in Lombardia.

Il comune venne costituito nel 1928 con l'unione dei comuni di Portese e San Felice di Scovolo.

Geografia fisica San Felice del Benaco dista circa 35 chilometri a est da Brescia. È sulla costa ovest del Lago di Garda, anticamente conosciuto come Benàcus o Benàco. Confina a sud con Manerba, a nord con Salò ed a ovest con Puegnago del Garda.

Il territorio comprende i tre piccoli centri di San Felice, Portese e Cisano e costituisce un promontorio morenico che si protende sul lago di Garda fra il golfo di Salò e il golfo di Manerba, delimitato dal monte della Croce, dal monte Campagnolo e dal monte Santa Caterina.

Del comune fa parte anche l'Isola del Garda, appartenente alla famiglia Borghese Cavazza.

Origini del nome Il nome di San Felice deriva probabilmente dal latino "sinus felix", insenatura felice. Fino al secolo XV il nome documentato risulta "Scovolo", da "scopolus", scoglio.

Storia Nel 1863 il comune di San Felice assunse la nuova denominazione di "San Felice di Scovolo".

Simboli

Il gonfalone è un drappo di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse di San Felice Architettura Religiosa

Chiesa Parrocchiale.

Edificata tra il 1740 e il 1781 ad opera di Antonio Corbellini, in stile barocco e dedicata ai SS. Felice, Adauto e Flavia. Di particolare importanza è la Pala del Romanino del secolo XVI, nella navata destra Martirio di San Bartolomeo di Johann Carl Loth, gli affreschi della volta di Carlo Innocenzo Carloni e a Giosuè Scotti del 1760 e la Natività di Zenone Veronese nella sagrestia.

Santuario del Carmine Chiesa risalente al XV secolo, dedicata alla Madonna del Carmine. L'imponente edificio è caratteristico dell'ultimo stadio dell'architettura gotico lombarda nella sua forma più semplice: quella “rustica”, fortemente legata alla tradizione romanica. La porta principale è a sesto acuto, con rosone centrale e due monofore laterali. È stato restaurato dal 1954 al '59 per la parte architettonica e dal 1963 in poi per quella pittorica. Santa Maria del Carmine venne iniziata nel 1460 sull'area di una piccola cappella con l'appoggio di Ludovico II Gonzaga e di suo figlio il cardinale Francesco. Venne consacrata nel 1482, anche se era già funzionante nel 1452.

Il quarto fine settimana di luglio, la statua della Madonna del Carmelo viene portata, il sabato, in processione solenne dal Santuario della Madonna del Carmine, alla Chiesa Parrocchiale di San Felice del Benaco; il giorno dopo, la domenica, la processione riprende con il rientro della Madonna al Santuario, per le vie del paese addobbato di fiori e ghirlande a festa.

Architettura Militare

Castello di San Felice. Le origini del castello di San Felice del Benaco sono in parte oscure, ma la sua costruzione si colloca con buona probabilità nella fase immediatamente successiva alla distruzione, nel 1279, dell’antico castello di Scovolo e del relativo borgo, abbattuti dai guelfi bresciani insieme alla rocca di Manerba nel quadro delle guerre fra Brescia e il partito ghibellino filo veronese per il controllo della Valtenesi.

L’abbattimento dei due centri fortificati segnò la fine dell’insediamento sul promontorio di San Fermo e spinse la popolazione a ridistribuirsi nei nuovi nuclei di San Felice e Portese, dotati a loro volta di opere difensive proprie. In questo contesto prende forma il nuovo castello-ricetto di San Felice, destinato a proteggere abitanti, raccolti e beni della comunità.

Nel 1330 Mastino II della Scala, signore di Verona, avviò una campagna militare contro Brescia che coinvolse direttamente la Valtenesi. Approfittando delle divisioni interne alla città lombarda, le sue truppe avanzarono lungo la sponda occidentale del lago, occupando una serie di castelli collinari – tra cui Soiano, Polpenazze, Puegnago e, con ogni probabilità, lo stesso San Felice – nel tentativo di riportare l’intera fascia gardesana nell’orbita veronese.

L’espansione scaligera però incontrò presto un limite. Per contrastare Mastino, Brescia chiamò in aiuto Giovanni di Boemia, che nel 1330–1331 entrò in città come arbitro e protettore, ridisegnando a suo favore l’equilibrio dei poteri nell’area. Nel quadro di questa operazione il sovrano concesse in feudo a una grande casata trentina, i Castelbarco, un ampio pacchetto di beni gardesani. La prima attestazione documentaria del castello di San Felice giunta fino a noi è infatti una concessione di Giovanni, databile attorno al 1331, con cui egli trasferisce – in cambio di un cospicuo tributo – il «castrum et terram de Schovolo sive S. Felicis» alla famiglia Castelbarco, signori della Val Lagarina, formalmente vassalli del principe-vescovo di Trento ma legati da un’alleanza politica di lungo periodo alla signoria scaligera.

In questa fase il castello e il piccolo borgo fortificato risultano inseriti in un sistema difensivo più ampio (con molta probabilità voluto dagli Scaligeri). Lo stato di conservazione suggerisce l’esistenza di una cinta muraria a protezione del nucleo abitato, scandita da almeno due porte-torre; il castello vero e proprio era caratterizzato da un mastio d’ingresso, preceduto da fossato e ponte levatoio, e da più torri d’angolo a rinforzo della cortina. Si tratta di un impianto coerente con le esigenze militari della prima metà del Trecento, in un territorio di confine conteso fra Brescia, Verona e i signori trentini.

La situazione cambiò in maniera più radicale nel 1334, quando trentaquattro comunità della riviera bresciana del Garda e di parte della Val Sabbia si federarono nella Communitas Riperiæ Lacus Gardæ Brixiensis, con capoluogo Maderno. Le comunità, decise a non sottostare né al dominio diretto di Brescia né a quello veronese, chiesero la protezione di Venezia, che inviò un proprio provveditore. Da questo nucleo si svilupperà la futura Magnifica Patria della Riviera di Salò, che diventerà il quadro politico di riferimento anche per San Felice.

Nel corso del XIV e dell’inizio del XV secolo la zona fu interessata dal succedersi di diverse dominazioni: scaligera, viscontea e malatestiana. Sotto Pandolfo III Malatesta, signore di Brescia, il territorio venne riorganizzato in chiave amministrativa e il comune originario fu diviso in due entità distinte, San Felice di Scovolo e Portese di Scovolo.

Solo con la guerra tra Milano e Venezia e la successiva campagna del 1426 le truppe veneziane riuscirono a imporsi stabilmente: accolte come forze liberatrici da una parte significativa delle comunità rivierasche, sancirono l’ingresso definitivo della Riviera – e con essa del castello di San Felice – nella sfera della Serenissima e nella struttura istituzionale della Magnifica Patria.

La fortezza non uscì tuttavia di scena. Nel 1438, durante le guerre tra Venezia e il Ducato di Milano, il condottiero Niccolò Piccinino, al servizio dei Visconti, si impadronì del castello di San Felice, che fu utilizzato come base per scorrerie nel territorio circostante. Subito dopo, il capitano Taliano del Friuli, anch’egli nell’orbita viscontea, devastò la zona e combatté una «forte battaglia» nei pressi del ricetto, dopo aver saccheggiato e incendiato il borgo: episodi che mostrano come la fortificazione mantenesse un ruolo tattico nel teatro di guerra gardesano ancora nella prima metà del Quattrocento.

Durante la guerra di Ferrara (1482–1484), che oppose Venezia agli Estensi e ai loro alleati, le fonti ricordano nuovi interventi sulle difese del castello di San Felice, con la messa in opera di strutture provvisorie in legno e il rafforzamento di quanto restava delle opere murarie. Il sito rientrava così in una rete di piccoli presidi che, dalla Valtenesi alla Riviera, concorrevano al controllo dei percorsi lungo la sponda occidentale del Garda.

Lo spartiacque decisivo è rappresentato dalle guerre d’Italia. Dopo la sconfitta veneziana ad Agnadello (1509), la Terraferma fu investita dalle truppe della Lega di Cambrai e, in particolare, dall’azione del cardinale Georges d’Amboise, luogotenente di Luigi XII di Francia. Nel quadro di una strategia volta a impedire alla Serenissima il riuso delle proprie fortificazioni, il cardinale ordinò la distruzione sistematica di numerosi castelli della Riviera, fra i quali viene tradizionalmente annoverato anche quello di San Felice. La fortificazione subì in questa occasione danni rilevanti: crolli, spoliazioni di materiale da costruzione, perdita di camminamenti e coronamenti murari.

Con il progressivo ristabilirsi del dominio veneziano sulla Terraferma, dal 1516 in poi il governo della Serenissima avviò una vasta opera di riassetto delle difese. Molti comuni della zona furono chiamati a contribuire economicamente ai lavori; San Felice risulta esentata da tali oneri perché già impegnata nella ricostruzione del proprio castello, attestata nel 1521 come intervento condotto «a spese comuni» della comunità. Nella prima metà del Cinquecento, dopo questi lavori, il castello non fu più teatro di assedi di grande portata, ma tornò comunque ad affacciarsi nella cronaca militare locale: nel 1528, durante il passaggio di truppe tedesche al seguito del duca di Brunswick, la zona fu interessata da scorrerie e devastazioni che coinvolsero anche il territorio di San Felice.

Tra XVII e XVIII secolo il castello di San Felice del Benaco consolidò progressivamente un ruolo più civile e religioso che strettamente militare. L’antico recinto fortificato divenne sede stabile di culto, istruzione e assistenza, pur conservando la memoria della funzione difensiva. All’interno del ricetto è attestata la chiesa dei Santi Felice e Naborre, di origine tardo medievale, che per lungo tempo svolse la funzione di chiesa parrocchiale del paese. Nel Seicento le fonti ricordano che in questa chiesa si tenevano le lezioni di catechismo per le ragazze del luogo; per garantire un accesso più comodo e continuo si decise di colmare il fossato con pietrame, sostituendo il ponte con una rampa in terra battuta, intervento che trasformò definitivamente l’assetto difensivo dell’ingresso.

Sempre nel XVII secolo venne istituito il Monte di Pietà di San Felice, fondato nel 1593 grazie al lascito di Giacomo Pace. L’edificio, ricostruito in forme settecentesche e divenuto poi sede municipale, fu in parte realizzato con materiali di reimpiego tratti dalle mura del castello; all’interno del recinto è attestata anche una fornace, a conferma del fatto che le strutture difensive cominciavano a essere utilizzate come cava di pietra per l’edilizia civile della comunità.

Nel corso del Settecento il baricentro religioso del paese si spostò definitivamente all’esterno del recinto: tra il 1740 e il 1781 venne edificata una nuova chiesa parrocchiale in posizione più aperta, mentre l’area del castello rimase sempre più legata alla funzione cimiteriale e commemorativa. E inoltre il mastio fu trasformato in torre campanaria e dell’orologio.

Con la caduta della Repubblica di Venezia (1797), il passaggio attraverso il periodo napoleonico, la dominazione austriaca e infine l’inclusione nel Regno d’Italia, il castello di San Felice cessò di avere qualsiasi ruolo militare. Le trasformazioni successive furono lente e poco spettacolari: adattamenti del cimitero, riusi delle murature come sostegni di terrazzamenti, progressiva integrazione del complesso nel tessuto urbano contemporaneo. Oggi l’area ospita il cimitero comunale e conserva, come principali testimonianze dell’antico ricetto medievale, la torre d’angolo convenzionalmente detta «Torre Veneta», il mastio (talvolta indicato in ambito locale come «Torre Scaligera») riutilizzato come torre campanaria, una torre mozzata, una torre-scudata e i resti della cortina muraria principale oltre la chiesa interna.