Il soprannome di Pinturicchio ("piccolo pintor", cioè "pittore") derivava dalla sua corporatura minuta ed egli stesso lo fece proprio usandolo per firmare alcune opereAcidini, cit., pag. 167.. Giorgio Vasari ne descrisse la sua biografia in Le Vite del 1568 (Bernardino Pinturicchio) citando nella parte finale anche Nicolò Alunno di Foligno.
Fu un artista completo, capace di padroneggiare sia l'arte della pittura su tavola, che l'affresco e la miniatura, lavorando per alcune delle più importanti personalità del suo tempo. Fu uno dei grandi maestri della scuola umbra del secondo Quattrocento, con Pietro Perugino e il giovane Raffaello.
Biografia
Origini e formazione Nacque verso il 1452 a Perugia, da Benedetto detto Betto, figlio a sua volta di Biagio detto Betti. Nella sua città si iscrisse, quasi trentenne, all'Arte dei Pittori nel 1481. Generalmente rifiutata dalla critica è la menzione vasariana di un alunnato presso Perugino, anche per la poca differenza dei due in termini di età, solo quattro anni. Può darsi invece che i due lavorassero in un rapporto di associazione con anche altri collaboratori, tra cui il pittore più anziano, Perugino, assumeva anche il ruolo di capofila. Vasari riporta un accordo economico tra i due, che risulta infatti appropriato tra soci d'impresa o di bottegaAcidini, cit., pag. 170..
Il maestro di Pinturicchio va quindi ricercato tra i pittori umbri della generazione precedente, come Fiorenzo di Lorenzo o Bartolomeo Caporali, con influenze esterne di pittori attivi in Umbria quali Beato Angelico, Benozzo Gozzoli, Filippo Lippi, Fra Diamante. Inoltre da Perugino di ritorno da Firenze poté aggiornarsi sulle novità della bottega del Verrocchio, mentre dalle miniature poté conoscere l'attività dei fiorentini Attavante, Gherardo e Monte di GiovanniGarzelli, 1985.. Importante fu infine l'influenza della pittura adriatica, in particolare di Piero della Francesca attivo a Urbino, con la sua spazialità monumentale, dominata dalla prospettiva e da un solenne impianto compositivo. Pinturicchio mostra un edonistico gusto per le immagini variopinte, per i forti cromatismi. Egli è il più laico dei pittori del suo tempo, svuotando la prospettiva, le forme, le linee e i colori di tutti i contenuti concettuali a cui erano all'inizio connessi, riducendoli ad essere i termini di un linguaggio correnteGiulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana, vol. 2, pag. 283-284, Sansoni, Firenze, 1978..
Le Storie di san Bernardino Gli esordi di Pinturicchio vengono in genere rintracciati nell'importante cantiere dell'oratorio di San Bernardino, a Perugia, dove probabilmente era presente una nicchia che venne decorata da otto tavolette con Storie di san Bernardino (1473) eseguite da un gruppo di giovani artisti influenzati, nelle architetture dello sfondo, da Piero e dalla cultura urbinate. A Pinturicchio vengono generalmente attribuite le figure di tre episodi: la Guarigione del cieco, San Bernardino richiama alla vita un uomo trovato morto sotto un albero e la Liberazione del prigioniero. La mano di Pinturicchio venne riconosciuta nei costumi e negli elementi paesaggistici pittoreschi tipici della sua produzione successiva. Le figure si atteggiano elegantemente e hanno panneggi complicati e spigolosi, rifacendosi a quell'accostamento di modi umbri e verrocchieschi tipico del giovane PeruginoAcidini, cit., pag. 171..
I successivi anni, quasi dieci, fino ai lavori alla Cappella Sistina a fianco di Perugino, sono avvolti dal mistero. Alcuni sono arrivati a ipotizzare che il pittore si trovasse già a Roma sul finire degli anni settanta, al servizio del cardinale Domenico della Rovere in Santa Maria del PopoloStrinati, 1995.. L'ipotesi colmerebbe un vuoto in cui le opere attribuite sono troppo poche per un artista tra i venti e trent'anni che di lì a poco si sarebbe rivelato capace di organizzare e dirigere imprese di grande complessità, con numerosi aiutanti.
Tra le opere attribuite a questa fase ci sono il Crocifisso tra i santi Girolamo e Cristoforo (1475 circa) e il San Girolamo nel deserto (1475-1480), in cui sono fuse un'attenzione al dettaglio di matrice fiamminga e una ricchezza pittorica fatta di colori smaltati e lumeggiature dorate. Alcuni dettagli rimandano a questa fase anche la Madonna col Bambino scrivente e san Girolamo del 1481 e la Madonna col Bambino benedicente del 1480 circaAcidini, cit., pag. 173..
Alla Cappella Sistina
La presenza di Pinturicchio a Roma al cantiere della Cappella Sistina è testimoniata da un veloce accenno nella sua biografia scritta da Giorgio Vasari, in cui si ricorda la collaborazione al seguito di Pietro Perugino. Non è dato sapere se Perugino si trovasse già a Roma e se avesse partecipato anche ai perduti affreschi della Cappella della Concezione nell'antica basilica di San Pietro in Vaticano (1479).
La critica tradizionale riconosce la mano di Pinturicchio negli astanti delle scene del Viaggio di Mosè in Egitto e del Battesimo di Cristo, mentre la critica più recentecome Todini, 1989. ha ridimensionato drasticamente il suo intervento. La solidità dell'impianto volumetrico di tali figure è scarsamente compatibile con la serie di Madonne giovanili, ma anche con gli affreschi successivi e sarebbe piuttosto da riferire ad Andrea d'Assisi soprannominato l'Ingegno, a Rocco Zoppo e più dubitativamente allo Spagna e a Bartolomeo della Gatta, altri collaboratori di Perugino menzionati da Vasari. Da togliere a Pinturicchio sono anche una serie di ritratti e Madonne attribuibili per analogia ai maestri della Sistina, come quelli di Dresda, di Washington e di DenverAcidini, cit., pag. 174..
Non è detto però che Pinturicchio non avesse dato un contributo maggiore nelle tre storie perdute del ciclo affrescate da Perugino, la Nascita di Mosè, lAssunta e la Natività di Cristo, distrutte per lasciar spazio al Giudizio Universale di Michelangelo.
In ogni caso alcuni schemi della Sistina vennero ripresi e sviluppati da Pinturicchio in opere successive, certificando la sua conoscenza diretta del ciclo. Fu proprio tra i collaboratori umbri, toscani, emiliani e laziali conosciuti alla Sistina che Pinturicchio scelse l'eterogeneo gruppo della sua nuova bottega romana, agevolato dalla partenza degli altri maestri quali Botticelli, Cosimo Rosselli, Perugino e Luca Signorelli, che avevano lasciato a opera conclusa un vuoto di presenze carismatiche nell'ambiente romano.
La cappella Bufalini
Gli affreschi con Storie di san Bernardino nella Cappella Bufalini della chiesa romana dell'Aracoeli sono la prima grande prova dell'arte di Pinturicchio. Vengono in genere datati al 1484-1486 e appartengono a quel periodo in cui la carenza di grandi maestri sulla piazza romana favorì l'ascesa di nuovi talenti. Inoltre la comune provenienza umbra sia del committente, Niccolò di Manno (Riccomanno) Bufalini da Città di Castello che a Roma ricopriva la carica di avvocato concistoriale, che dell'artefice fu probabilmente alla base di un già esistente rapporto di fiducia, come dimostra anche una Madonna dipinta per i Bufalini nella Pinacoteca comunale di Città di Castello (1480 circa)Acidini, cit., pag. 175.. Gli affreschi si dispiegano sulle tre pareti e sulla volta e sono dedicati alla vita e ai miracoli di san Bernardino da Siena, un santo che in quel periodo era oggetto di una vasta opera di promozione devozionale intrapresa dall'ordine Francescano.
Gli schemi usati riecheggiano quelli degli affreschi di Perugino nella Sistina, ma se ne distaccano per una maggiore vivacità e varietas rispetto alla simmetria e alla composta solennità dello stile peruginescoAcidini, cit., pag. 176.. Ad esempio nei Funerali di san Bernardino l'edificio che domina lo sfondo al termine della fuga prospettica della pavimentazione a scacchiera cita la Consegna delle chiavi, ma i due edifici asimmetrici ad altezze differenti sui lati arricchiscono e variano lo scenario. In primo piano si svolgono i funerali del santo, disteso su un catafalco che, essendo disposto in tralice, aumenta il senso di profondità spaziale e fa meglio interagire i personaggi con lo spazio circostante. In quest'opera sono chiare le molteplici influenze della pittura di Perugino in questa fase: la razionalità prospettica di marca urbinate-perugina, la varietà di tipi e pose nelle folle, ispirata ai fiorentini come Benozzo Gozzoli o Ghirlandaio, la caratterizzazione pungente dei poveri pellegrini e mendicanti, derivata dall'esempio dei fiamminghiAcidini, cit., pag. 177..
Al servizio di Innocenzo VIII
Dopo l'elezione al soglio pontificio di Innocenzo VIII (1484), Pinturicchio entrò al suo servizio in Vaticano, venendo incaricato di dipingere una serie di Vedute di città italiane per una loggia del Palazzo Apostolico dove il pontefice soleva recarsi nelle sue frequenti convalescenze. La loggia, dopo gli interventi di Bramante per Giulio II, divenne parte del complesso del Belvedere. Il ciclo, che nel 1750 venne visto dal Taja "in lagrimoso stato", venne coperto quando la loggia fu trasformata in galleria per la statuaria classica e riscoperto solo a partire dagli anni trenta del XX secolo, quando furono recuperate ampie porzioni delle vedute, ma purtroppo in cattivo stato di conservazione. In ogni caso è stato possibile ricostruire lo schema della decorazione, che era organizzata in lunette tra pilastri decorati a grisaille e putti reggistemma (molto rimaneggiati successivamente). Il complesso decorativo costituiva una sorta di apertura illusionistica del lato chiuso della loggia verso panorami di città italiane viste "a volo d'uccello" secondo la tradizione fiamminga. Vi erano rappresentate Roma, Milano, Genova, Firenze, Venezia e Napoli, ciascuna nel suo ambiente circostanteAcidini, cit., pag. 178..
Il ciclo è particolarmente significativo perché rappresenta il primo esempio di ripresa del genere antico della pittura paesistica del secondo stile pompeiano, citato dalle fonti antiche e moderne quali Vitruvio, Plinio il Vecchio e Leon Battista Alberti. Pinturicchio quindi, abbandonando temporaneamente il genere sacro, si metteva in diretta competizione con il pittore classico Ludio, magnificato da Plinio, e diventava protagonista di quel revival antichizzante che proprio in quegli anni prendeva campo influenzando sempre di più la produzione artistica nell'orbita della città papalina. Pinturicchio dovette essere dopotutto uno dei primi a visitare personalmente le "grotte" riscoperte della Domus Aurea e sulla Volta Gialla della reggia neroniana esiste un graffito maldicente che lo riguarda, accusandolo di sodomia.
Successivamente il pittore lavorò assieme al Mantegna ai perduti affreschi della cappella e della sua sagrestia del Belvedere (1488-1490), distrutti nel XVII secolo. Sono pure perdute le decorazioni di alcune stanze sopra il cortile di San Pietro e una tavola con la Madonna, santi e il papa per la cappella della Sacra Lancia nell'antica basilica di San Pietro in Vaticano, distrutta nel 1609.
Rientro a Perugia
Subito dopo la sua iscrizione all'Arte dei Pittori a Perugia (1481) Pinturicchio era partito per Roma, sospendendo i suoi rapporti con la città natale, in cui fece ritorno solo verso il 1485, facendo per un certo periodo la spola tra Roma e l'Umbria. Nel 1485 dipinse un perduto "Padiglione del Sacramento" per le monache di Monteluce e nel 1486 risulta un pagamento per una lunetta nel palazzo dei Priori a Perugia, che è in genere identificata con la Madonna col Bambino e due angeli nella sala dei Catasti, dove è presente anche la mano di un collaboratore, forse Bartolomeo Caporali. I due pittori erano sicuramente legati da rapporti fiduciari, come testimonia una delega di Pinturicchio al secondo per rappresentarlo presso la Compagnia di San Giuseppe a Perugia nel 1489Acidini, cit., pag. 179..
A questa fase spettano anche le cinque miniature con Porte di Perugia e santi protettori, del 1486.
Lavori per i Della Rovere