Biografia L'infanzia Il padre, Giacomo Cusmano, esercitava la professione di agrimensore, era di famiglia agiata e possedeva diversi ettari di terreno nel comune di San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, città nella quale dimorava. La moglie Maddalena Patti apparteneva anch'essa ad un'agiata famiglia di professionisti, abitava nello stesso quartiere del marito, all'Albergheria. Dalla loro unione nacquero ben cinque figli: Vincenzina, Pietro, Giuseppina, Giacomo e Giuseppe.

Il quartogenito nacque il 15 marzo 1834 a Palermo e fu battezzato nella Parrocchia S. Nicolò all'Albergheria ove si venera ancor oggi il Sacro Fonte Battesimale, gli fu imposto il nome di Giacomo, nome che lo stesso padre aveva volutoGerlando Lentini, Beato Giacomo Cusmano, ed. Paoline, pag.12. L'8 luglio del 1837 un grave lutto s'abbatté nella famiglia del futuro beato: la madre, Maddalena, morì a causa d'una terribile epidemia di colera che in quegli anni invase la Sicilia. Fu la primogenita Vincenzina, allora dodicenne, a prendere le redini nell'educazione dei fratelli, con l'aiuto d'una prozia, Caterina, che viveva in casa loro.

Già nella sua fanciullezza Giacomo, che dal padre era stato istruito al messaggio cristiano, alla preghiera e all'assistenza dei più bisognosi, dimostrò un grande amore per i poveri, tanto che la sorella e la zia furono costrette a chiudergli a chiave il vestiario poiché ogni volta che vedeva un mendicante dal balcone gli lanciava giù uno dei suoi abiti miglioriGiovanni Gulino, il Beato Giacomo Cusmano, pag.5. Istruito da don Francesco Libassi, sacerdote che il padre volle come precettore per i suoi figli, Giacomo ricevette la prima comunione e la cresima.

Dal 1841 al 1851 frequentò la scuola dei padri gesuiti nel collegio Massimo. Fu abbastanza travagliata la sua esperienza scolastica poiché quegli anni furono attraversati dai moti rivoluzionari del 1848, che portarono dapprima alla cacciata di Ferdinando II dal Regno delle due Sicilie e dunque alla chiusura delle case gesuite il 3 agosto dello stesso anno e, nel 1849, il rientro del sovrano e la riapertura delle case medesime.

Nel 1850, affascinato dai racconti suggestivi dei missionari, pregò il superiore generale della Compagnia di Gesù, Giovanni Roothan, di accoglierlo nell'ordine per questo scopo. Il sacerdote accettò la proposta del giovane ma questi, non appena si apprestava a partire per Napoli, venne raggiunto dal fratello Pietro che lo rimandò a casa in malo modo.

Medico dei poveri Nel 1851, terminati gli studi presso il collegio Massimo, Giacomo Cusmano si iscrisse alla facoltà di medicina nella Regia Università degli Studi di Palermo. Lì, grazie al carattere forte e deciso, riuscì ad attrarre a sé una numerosa schiera di giovani con i quali condividere i suoi ideali scientifici e religiosi; fra questi Michele De Franchis, grande amico del Cusmano, da lui stesso definito "anima grande e fervida".

Il 27 luglio 1852 il padre morì dopo una lunga malattia e Giacomo, essendosi il fratello maggiore Pietro sposato e trasferito a Casteltermini, dovette assumere la direzione della famiglia e curare gli interessi relativi alle proprietà terriere di San Giuseppe Jato. Delle sue permanenze autunnali a San Giuseppe Jato ci rendono testimonianze gli stessi contadini che, sotto la direzione di "don Giacomino", lavoravano alle sue dipendenze durante i giorni della vendemmia: "Mostrava verso di noi cortesia, gentilezza e anche gratitudine. Più che comandare pregava con dolcezza. Spesso tornando dalla campagna al paese, cedeva la sua giumenta a qualche povero contadino che avrebbe sofferto nel recarsi a piedi sino a casa"Gerlando Lentini, Beato Giacomo Cusmano, ed. Paoline, pag.24. Nonostante gli impegni Giacomo conseguì la laurea in medicina e chirurgia col massimo dei voti, l'11 giugno 1855 a ventun'anni.

Spese la maggior parte del suo tempo nella continua assistenza dei poveri, non a Palermo, ma a San Giuseppe Jato, dove gli impegni si moltiplicavano. Nella sua città era comunque molto rispettato perché, a detta dei testimoni, era di bell'aspetto, molto elegante e diretto verso una promettente carriera. E difatti nel 1859, scoppiata la seconda guerra di indipendenza, il rivoluzionario Enrico Albanese, amico di Garibaldi e suo medico di fiducia, si recò dal Cusmano, col quale aveva intessuto ottimi rapporti durante gli anni di studi, e gli chiese di unirsi a loro per combattere nella rivoluzione. Questi, addolorato dalla situazione dei poveri della sua città, la cui miseria non era diminuita ma bensì aumentata considerevolmente dopo i moti del 1848, preferì lasciare inascoltate le sue proposte e ritirarsi nelle proprietà di San Giuseppe Jato.

L'ordinazione sacerdotale Deciso a far qualcosa per i poveri della sua città, Giacomo confidò la sua vocazione alla sorella Vincenzina e all'amico Michele: voleva seguire le orme di Francesco d'Assisi, divenire frate cappuccino e aiutare i più bisognosi con tutte le sue forze. Per discernere la via da seguire, Giacomo Cusmano si recò presso il canonico Domenico Turano, insigne professore di Sacre Scritture, famoso in città per la sua fede e passione evangelica.

Nei colloqui avuti con lui, il Turano consigliò al giovane di seguire la via del sacerdozio. Questi, in un primo periodo, fu recalcitrante poiché credeva quella una responsabilità troppo grande per lui ma il padre spirituale era proprio convinto di quello che diceva. Emblematico l'episodio nel quale Giacomo dovette farsi radere capelli e barba e camminare per le vie di Palermo vestito in abiti sacerdotali, sotto la canzonatura dei compagni di medicina. In tal modo il Turano era certo che il giovane, ammiratore della vita di San Francesco d'Assisi, avrebbe deciso di scegliere quella via che non gli riservava altro che umiliazioni e derisioni, sull'esempio del santo assisiano e, in primo luogo, di Gesù Cristo stesso.

E difatti l'8 dicembre 1859, Giacomo Cusmano indossava durante la funzione la veste talare nella chiesa di San Giacomo la Marina. Il Turano era certo che, istruito com'era, gli sarebbe bastato un solo anni di studi per ricevere l'ordinazione sacerdotale. E così avvenne: il 22 dicembre del 1860, dopo un anno di studi presso la scuola teologica di don Pietro Boccone, canonico della cattedrale, Giacomo Cusmano fu ordinato sacerdote nella cappella privata del vescovo ausiliare di Palermo, monsignor Domenico Ciluffo.

I primi anni di sacerdozio

Divenuto sacerdote fu destinato alla chiesa dedicata ai santi Quaranta Martiri, nel quartiere dell'Albergheria, dove egli andò a vivere in compagnia della sorella Vincenzina, del fratello Giuseppe e della prozia Caterina. Durante questi anni si dedicò particolarmente all'assistenza dei malati e dei moribondi, lo seguiva spesso l'amico Michele De Franchis, il quale si dava un gran da fare per curare gli ammalati più poveri. Talmente assidua era la sua assistenza che don Giacomo dormiva vestito per paura che qualche moribondo venisse a chiamarlo nel pieno della notte.

In quel periodo cominciò a spendersi per l'assistenza dei più bisognosi, ad essi donava il ricavato dei proventi di San Giuseppe Jato, girava per le case signorili con un carrettino cercando viveri ed indumenti. Donne e uomini da ogni parte della città si recavano nella chiesa dei Quaranta Martiri per farsi confessare da don Giacomo, il quale, insicuro della propria scienza teologica frequentò la facoltà del seminario come uditore dal 1861 al 1864, nonché le lezioni sulle Sacre Scritture del canonico Turano.

Dedito alla penitenza, digiunava spesso, mangiava frugalmente, dormiva alle volte su una croce, appartenuta al beato Girolamo De Angelis vissuto nel Seicento e per quarant'anni cappellano nella chiesa dei Santi Martiri. Le continue mortificazioni resero manifesto un male che l'avrebbe tormentato sino alla morte: una fistola intestinale.

Rifiutata l'alta carica di arciprete di San Giuseppe Jato, si diede un gran da fare per realizzare la sua prima opera al servizio dei poveri, la Casa della Misericordia, affidata alle Figlie della carità di San Vincenzo de' Paoli, che venne approvata all'unanimità dai consiglieri comunali e finanziata dai notabili locali, che avevano ammirato il Cusmano sin dai suoi anni giovanili.

Annessa la Sicilia alla nuova Italia unificata, la Chiesa perse i suoi beni e parecchi impiegati del regime borbonico persero il lavoro, aumentando così il numero dei miserabili in lotta con la fame. Il Cusmano cominciava dunque a pensare a una nuova opera per l'assistenza dei tanti affamati. L'aiutò in questa riflessione un lungo periodo di sosta: il padre spirituale Domenico Turano era stato condannato per quaranta giorni al domicilio coatto nella località di San Martino delle Scale, a poco più di dieci chilometri da Palermo. Giacomo assistette il canonico in quei giorni e rimase con lui a discutere sull'idea che balenava nella sua mente. Il domicilio coatto si concluse il 10 giugno 1864.

Nasce il "Boccone del Povero" Un'idea illuminante lo raggiunse proprio un anno dopo: mentre si trovava in casa dell'amico Michele De Franchis vide che questi, insieme ai suoi familiari, toglievano un boccone dalla loro pietanza e lo mettevano in un piatto più ampio al centro della tavola, col quale si nutriva un povero che veniva servito dai figli dello stesso De Franchis, seppur aristocratici. Il Cusmano concepì dunque il principio della sua opera: se anche la metà dei palermitani compisse come loro un simile gesto, ogni giorno si potrebbero sfamare circa settemila poveri. Per sette anni Don Giacomo dovette lottare arduamente: la sorella Vincenzina, di natura poco socievole, seppur devota, lo credeva esagerato, perfino il Turano non se la sentiva di assecondare il suo disegno e persino gli amici più intimi cercavano ostinatamente di distoglierlo da un simile progetto.

Il 1866 fu un anno disastroso per Palermo: i beni della Chiesa furono venduti a nobili e borghesi, contadini e operai si ritrovarono disoccupati e in quello stesso anno organizzarono una sommossa popolare, soffocata nel sangue ad opera del generale Raffaele Cadorna, che ordinò inoltre l'incarcerazione dell'arcivescovo di Monreale e la chiusura di parecchi conventi. Il Cusmano si prodigò per l'assistenza dei tanti poveri specie quando, a seguito della rivolta, scoppiò una violenta epidemia di colera, somministrando rimedi in caso di pronto intervento, sfruttando le sue conoscenze mediche, prodigandosi perché le sepolture fossero degne. Vedendo con quanta prodigalità egli assisteva i malati e i bisognosi, Domenico Turano benedisse la sua opera e gli diede il permesso di attuarla: in meno di un giorno don Giacomo salvò ben due famiglie dalla fame dando loro cibo, vesti e una casa.

Entusiasmati dal suo fervore decisero di unirsi alla sua opera circa quaranta persone, fra religiosi e laici. Essi tennero la riunione inaugurale il 12 maggio 1867 nella sacrestia dei Santi Quaranta Martiri, col discorso programmatico di don Nunzio Russo, grande amico del Cusmano, e la formulazione dello statuto sotto la presidenza del canonico Domenico Turano. Così nacque l'opera del "Boccone del Povero", il cui presidente era l'arcivescovo di Palermo in persona, mentre Giacomo Cusmano, ispiratore e fondatore, ricevette l'ufficio di vicedirettore.

Gli associati vennero distinti in: soci semplici, che donavano il boccone, collettori, che li raccoglievano (come il parroco della Cattedrale, mons. Giuseppe Palazzotto che era anche l'archivista), distributori, collaboratori, per i vari servizi della sede (la chiesa dei Santi Martiri), come il dott. Domenico Palazzotto nominato dall'Arcivescovo Naselli medico chirurgo ordinario dell'Associazione, e famula, che accompagnavano sacerdoti e laici per la colletta e la distribuzione.