Il suo regno, che ebbe inizio nel 1926 (anche se di fatto regnò dal 29 novembre 1921 come reggente di suo padre) e si concluse con la sua morte nel 1989, fu in assoluto il più lungo della storia del Giappone ed il dodicesimo più lungo nel mondo. Poiché nel settembre 1979 l'Impero Centrafricano è tornato alla forma repubblicana, il trono del crisantemo è rimasto il solo a mantenere dignità imperiale: negli ultimi dieci anni del suo regno Hirohito è stato pertanto l'unico monarca al mondo a fregiarsi del titolo di imperatore.

Fautore dell'espansionismo nipponico, portò il paese in guerra con l'appoggio dell'apparato militare-industriale. Dopo la capitolazione del Giappone nel 1945 e l'instaurarsi del regime parlamentare (1946-1947) ad opera degli statunitensi, fu costretto a rinunciare alle prerogative divine della sua carica e rimanere in carica unicamente come simbolo dell'unità dello stato. Fu dunque di fatto l'ultimo sovrano assoluto del Giappone.

Biografia Dall'infanzia all'ascesa al trono Hirohito nacque nel palazzo di Aoyama a Tokyo. Era il primo figlio dell'imperatore Taishō e dell'imperatrice Teimei. Pare che la sua nomina a principe ereditario sia avvenuta con la morte del nonno, l'imperatore Mutsuhito, il 30 luglio 1912, ma l'investitura ufficiale ebbe luogo il 2 novembre 1916.

Dal 1908 al 1914 frequentò l'aristocratica scuola Gakushūin e successivamente, dal 1914 al 1921, il Tōgū-gogakumonsho. Il 29 novembre 1921 divenne ufficialmente il reggente imperiale del padre. Nello stesso anno compì un viaggio di sei mesi in Europa, visitando il Regno Unito, la Francia, l'Italia, i Paesi Bassi e il Belgio.

Il 26 gennaio 1924 sposò una lontana cugina, la principessa Nagako Kuni (poi imperatrice Kōjun), figlia maggiore del principe Kuni Kuniyoshi. Ebbero due figli e cinque figlie: Principessa Teru (6 dicembre 1925 - 23 luglio 1961); Principessa Hisa (1927-1928), morta in tenera età; Principessa Taka (30 settembre 1929 - 26 maggio 1989); Principessa Yori (7 marzo 1931); Principe Akihito (23 dicembre 1933), che poi divenne imperatore del Giappone; Principe Hitachi (28 novembre 1935); Principessa Suga (2 marzo 1939).

Le figlie che vissero fino all'età adulta lasciarono la famiglia imperiale secondo quanto prevedevano le riforme dell'Agenzia della Casa Imperiale promosse dagli statunitensi nell'ottobre del 1947 o secondo la legge di successione della casa imperiale al momento del loro matrimonio.

Il 25 dicembre 1926, con la morte di Taishō, Hirohito divenne il nuovo imperatore e venne proclamata l'era Shōwa (era della "pace illuminata").

Primo periodo di regno

Nella prima parte del regno di Hirohito, dal 1926 al 1945, in Giappone si assistette a una progressiva scalata ai vertici del governo da parte di esponenti delle forze armate; sin dal 1900 gli alti rappresentanti dell'esercito e della marina avevano avuto il diritto di veto sulla composizione del gabinetto di governo e tra il 1921 e il 1944 vi furono diversi incidenti che coinvolsero l'ala destra.

Nel 1932 rischiò la vita nell'incidente di Sakuradamon, un attentato a opera di un indipendentista coreano, Lee Bong-chang.

Ancora nel 1932 fu uno dei casi più importanti, l'assassinio del primo ministro Inukai Tsuyoshi, che pose fine alla successione di governi guidati da politici di estrazione civile che aveva caratterizzato il regno di Taishō. In seguito, nel febbraio del 1936, i giovani ufficiali della fazione Kōdōha, con l'appoggio di nomi eccellenti dei ranghi militari e non solo (tra cui il fratello dell'imperatore principe Chichibu), tentarono un colpo di Stato, il cosiddetto "incidente del 26 febbraio".

Quando Shigeru Honjo, stretto collaboratore del Tenno, lo informò dell'accaduto, egli ordinò immediatamente che si ponesse fine ai disordini, riferendosi agli ufficiali coinvolti con l'appellativo di bōto (ribelli). Subito dopo ordinò a Yoshiyuki Kawashima, ministro dell'esercito, di sopprimere la rivolta nell'arco di un'ora, riservandosi il diritto di chiedere rapporti sulla situazione ogni trenta minuti. Il giorno successivo all'incidente, quando fu informato dei modesti progressi della repressione, Hirohito, rivolgendosi a Honjo, disse: "Io stesso guiderò la Divisione Konoe e li sottometterò". La ribellione fu completamente repressa il 29 febbraio.Ai giovani ufficiali protagonisti di questo tentativo di colpo di Stato lo scrittore Yukio Mishima dedicò nel 1966 parte dell'opera La voce degli spiriti eroici.

Dagli anni 1930 in poi i vertici militari esercitarono comunque tutto il potere politico in Giappone e portarono avanti politiche che contribuirono allo scoppio della seconda guerra sino-giapponese (1937-1945) e alla partecipazione del Giappone alla seconda guerra mondiale.

Il ruolo assunto durante la seconda guerra mondiale

Il Giappone intervenne, a fianco della Germania e dell'Italia, nella seconda guerra mondiale con l'attacco di Pearl Harbor, che ebbe luogo il 7 dicembre 1941, quando forze navali e aeree giapponesi attaccarono la base navale statunitense nelle isole Hawaii. Esso fu portato a segno senza una preventiva dichiarazione di guerra da parte giapponese, che fu formalizzata soltanto ad attacco cominciato. A seguito di alterne vicende belliche, il 6 e il 9 agosto 1945 gli Stati Uniti sganciarono due ordigni nucleari sulle città di Hiroshima e Nagasaki causando dalle alle Richard Frank (Downfall 1999). vittime.

Durante la conferenza imperiale del 14 agosto 1945 il consiglio di guerra riunito di fronte al sovrano risultò spaccato sul da farsi e spettò a Hirohito decidere l'esito della conferenza: dovendo rassegnarsi alla sconfitta, egli optò per la resa, d'accordo con il ministro degli esteri Mamoru Shigemitsu e il ministro della Marina Mitsumasa Yonai. Il 15 agosto 1945 con una trasmissione radiofonica Hirohito lesse a tutta la nazione la dichiarazione con cui l'Impero del Giappone si arrendeva alle Forze Alleate accettando la dichiarazione della conferenza di Potsdam (discorso conosciuto come Gyokuon-hōsō). La notte prima dell'annuncio, al palazzo imperiale vi fu un fallito tentativo di trafugare il disco sonoro contenente la registrazione dell'imperatore da parte di alcuni esponenti delle forze militari contrari alla resa.

L'annuncio della resa non fu inizialmente compreso dai sudditi giapponesi sia a causa dei disturbi nelle comunicazioni via radio, sia per via dell'utilizzo del keigo, l'alto registro linguistico e il lessico raffinato da parte del Tennō, ben diverso dal giapponese corrente; non mancarono quindi casi di militi nipponici che proseguirono le loro azioni ostili nei confronti degli statunitensi anche dopo la firma dell'armistizio (oltre quelli che continuarono a combattere perché ideologicamente contrari alla resa).I soldati fantasma del Giappone .

Il problema della responsabilità imperiale Dopo la guerra l'interrogativo più importante che ci si pose riguardò quanto reale potere l'imperatore detenesse ed esercitasse sulle forze armate durante i conflitti. Ufficialmente la Costituzione Meiji prevedeva che il potere di comandare le forze armate spettasse al Tennō, che ne era a capo. L'articolo 4 recitava: "L'imperatore è il capo dell'impero, detenendo i diritti di sovranità e li esercita secondo le forme della presente Costituzione"; l'articolo 6 altresì recitava: "L'imperatore dà la sanzione ufficiale alle leggi e ne ordina la promulgazione e il vigore"; infine l'articolo 11: "L'imperatore detiene il comando supremo dell'esercito e della marina".

Comunque queste leggi fossero interpretate, la risoluzione a cui approdarono congiuntamente i funzionari del palazzo imperiale e le forze di occupazione americane chiariva che l'imperatore non aveva avuto alcun potere reale e che la sua figura, in accordo con il severo protocollo, era stata meramente simbolica e distante da qualsiasi processo decisionale.

Tuttavia alcuni storici, come Akira FujiwaraShōwa Tennō no Jū-go Nen Sensō, 1991. e Peter Wetzler,Hirohito and War, 1998., basandosi su "fonti primarie" e il monumentale lavoro di Shirō Hara, sostengono di avere le prove che dimostrerebbero che l'imperatore nei fatti esercitò, attraverso una rete di intermediari, un forte controllo sui ranghi militari e che il suo comportamento, né pacifista né guerrafondaio, fu opportunistico. Lo storico statunitense Herbert BixHirohito and the Making of Modern Japan, 2000. afferma che Hirohito potrebbe addirittura essere stato la mente di molti episodi delle due guerre. Storici come Bix, Fujiwara, Wetzler e Akira YamadaDaigensui Shōwa Tennō, 1994. parlano inoltre di una serie di incontri "dietro la tenda del crisantemo" in cui venivano prese le decisioni importanti tra l'imperatore, i suoi stretti collaboratori e il gabinetto.

Alcune fonti primarie, come il Sugiyama memo e i diari di Kido e Konoe, descrivono nei dettagli gli incontri informali che l'imperatore Hirohito ebbe con i suoi collaboratori e ministri. Questi documenti dimostrerebbero che l'imperatore era a conoscenza di tutte le più importanti operazioni militari e che interrogasse spesso i suoi intermediari e avanzasse proposte di modifica.

In epoca relativamente recente (1990) furono pubblicati in Giappone alcuni testi inediti dal titolo Monologo dell'imperatore Hirohito; questi testi furono preparati da Hirohito e dai suoi stretti collaboratori prima dell'inizio dell'occupazione, in previsione di un eventuale processo che il Tenno avrebbe dovuto subire se le forze di occupazione avessero deciso di processarlo. Nel monologo l'imperatore parla del suo ruolo politico, ammettendo di aver preso, durante il suo regno, solo due decisioni in maniera del tutto autonoma: la prima volta per sedare la rivolta dei giovani ufficiali nel 1936 e la seconda volta per accettare la resa intimata dagli Alleati.

È interessante in questo contesto analizzare anche la figura della Dieta e del gabinetto di governo nella scena politica giapponese fino al 1945: la Costituzione Meiji garantiva ai ministri di Stato grande autorità e questi sottoponevano le decisioni prese, di solito all'unanimità o a maggioranza, al Tenno che le ratificava, nella maggior parte dei casi confermandole senza emendamenti di sorta; il presunto veto del sovrano non era imposto in questi casi, poiché le decisioni erano sempre discusse e supportate da un ampio consenso prima della sanzione imperiale e l'imperatore si rimetteva sempre alla maggioranza. Solo nei casi di disaccordo dei ministri il Tenno avrebbe dovuto prendere autonomamente le decisioni (come nel caso della resa). Inoltre, a differenza di quanto accade in un sistema parlamentare, i ministri non erano responsabili di fronte alla Dieta, bensì di fronte al sovrano, ponendo così le basi per una situazione che molti storici hanno definito di "totale irresponsabilità" o .

È però degno di nota l'episodio del settembre del 1945 in cui Hirohito, presentatosi personalmente a Douglas MacArthur, comandante supremo delle forze di occupazione, si assunse l'esclusiva responsabilità di ogni azione compiuta dai giapponesi durante la guerra; MacArthur stesso nelle sue Reminiscences riporta che l'imperatore gli si presentò con queste parole: «Io vengo davanti a Lei, generale MacArthur, per offrire me stesso al giudizio delle Potenze che Lei rappresenta, come colui che porta l'esclusiva responsabilità per ogni decisione politica e militare adottata e per ogni azione compiuta dal mio popolo nella condotta della guerra». Molti storici criticano il lavoro fatto dal generale MacArthur e dai suoi collaboratori per esonerare dai procedimenti penali l'imperatore Hirohito e tutti i membri della famiglia imperiale coinvolti nella guerra, come i principi Yasuhito Chichibu, Tsuneyoshi Takeda, Yasuhiko Asaka, Naruhiko Higashikuni, Kan'in Kotohito e Hiroyasu Fushimi.John Dower, Embracing Defeat, 1999.