La storiografia romana deve ai Greci l'invenzione di questo genere letterario. I Romani ebbero grandi modelli su cui basare le loro opere, come Erodoto e Tucidide. I modelli storiografici romani sono comunque diversi da quelli greci, e esprimono preoccupazioni tipicamente romane. Il suo stile si basava sul modello secondo cui venivano registrati gli avvenimenti sugli Annali del Pontifex maximus (o Annales pontificum). Gli Annales pontificum includono una vasta gamma di informazioni, comprendenti documenti religiosi, nomi di consoli, morti di sacerdoti, elezioni di politici, trionfi di generali, importanti fenomeni naturali ecc. sulla vita della città. Queste notizie erano annotate su tavole di legno ricoperte di cera, dette tabule dealbate, affisse all'esterno della regia.
Storia della storiografia romana Genesi della storiografia romana L'iniziatore più conosciuto della storiografia romana, all'inizio del II secolo a.C. fu Quinto Fabio Pittore, tradizionalmente indicato come "fondatore della storiografia". Prima della seconda guerra punica, non dovette forse esistere a Roma una storiografia:. essa nacque probabilmente solo nel clima di fioritura letteraria seguito alla vittoriosa conclusione del conflitto, favorita dal bisogno di celebrare quell'importante evento in un'ottica interpretativa più consona alla posizione e al prestigio di Roma, accresciutisi rispetto al secolo precedente.
Fabio Pittore Negli stessi anni in cui il plebeo Nevio risolveva la materia storica nell'epos poetico del suo Bellum Poenicum, l'aristocratico Quinto Fabio Pittore si assumeva il compito di scrivere in prosa una storia di Roma in greco, anziché in latino. L'opera, conosciuta come Annales o Rerum gestarum libri, era nota anche in versione latina, probabile frutto di una traduzione fatta in seguito da altri.. Tale opera narrava la storia di Roma dalle origini fino alla battaglia del Trasimeno del 217 a.C. La scelta di scrivere nella koiné greca, la lingua franca del Mar Mediterraneo, nasceva dal bisogno di rivolgersi ad un pubblico più ampio e poter così più efficacemente contraddire altri autori, come Timeo, che a sua volta aveva scritto, ma con accento sfavorevole, una storia di Roma fino alla Seconda Guerra Punica; o come Filino di Agrigento, allievo di Timeo, la cui storia delle guerre puniche rifletteva un'impostazione filocartaginese.. Pertanto, e in difesa dello Stato romano, Quinto Fabio Pittore scrisse in greco, usando la cronologia greca basata sulle celebrazioni olimpiche e con accorgimenti e procedimenti dello stile espositivo ellenistico: il suo atteggiamento che egli poneva nel vaglio e nell'utilizzo dei materiali storici – Annales pontificum, fonti greche e, soprattutto, locali – era moderno, informato com'era ai criteri appresi dalla storiografia ellenistica. Da quella tradizione, ad esempio, egli riceveva l'interesse per l'analisi eziologica delle vicende storiche, da un punto di vista sia politico che psicologico; l'accuratezza nell'esposizione di dati e notizie sugli spiegamenti di forze; l'attenzione agli aspetti cultuali e cerimoniali, e alla ricerca sulle loro origini, a cui egli si applicava con diligente sensibilità erudita e antiquaria.
Lo stile di Quinto Fabio Pittore nello scrivere la storia difendendo lo Stato romano e le sue azioni, ed usando in modo massiccio la propaganda, cosa che gli valse il rimprovero di Polibio per il trattamento riservato alla prima guerra punica, divenne alla fine una cifra distintiva della storiografia romana. Ma l'afflato patriottico e l'inclinazione apologetica della sua opera, non vanno intesi come una cosciente e deliberata tendenziosità: egli sembra piuttosto aver applicato, con serietà d'intenti, un metodo storiografico corretto ad un repertorio documentale e testimoniale di impronta e provenienza prevalentemente romana.
Altra caratteristica, destinata a divenire paradigmatica, fu la sua scelta di porre particolare enfasi, ancor maggiore rispetto al modello greco, sugli avvenimenti meno remoti: un'esigenza metodologica dettata non solo dalla maggiore disponibilità di documentazione più vicina, ma anche dall'inclinazione prevalente del pubblico romano, più interessato alla concretezza dell'attualità rispetto ai trascorsi meno recenti della storia romana, dai contorni spesso mitici e leggendari.. A tali aspetti, peraltro, come ci informa Plutarco, lo stesso Fabio Pittore non si sottraeva quando, nel narrare la più remota età delle origini, si diffondeva con ampiezza espositiva, dovizia di dettagli e stile drammatico e fantastico. Fabio Pittore, nel dare inizio alla tradizione storiografica romana, fu probabilmente, per quanto ne sappiamo, anche il precursore della letteratura in prosa con pretese artistiche..
Fioritura successiva A Quinto Fabio Pittore viene attribuita l'introduzione della tradizione storiografica secondo il criterio dell'"Ab urbe condita", ovvero della scrittura storica "dalla fondazione della città". Dopo Quinto Fabio Pittore, molti altri autori seguirono il suo esempio, ispirati da questa nuova forma letteraria: Lucio Cincio Alimento, contemporaneo o appena posteriore al precursore, scrisse in greco gli Annales; la sua opera, a cui gli antichi annettevano doti di onestà e diligenza, non riscosse però grande successo, forse anche per l'atteggiamento della classe dirigente, scarsamente interessata ad un'esposizione proveniente da un plebeo. Gaio Acilio (141 a.C. circa) Aulo Postumio Albino (151 a.C. circa) Catone il censore (168 a.C. circa).
Catone il Censore Marco Porcio Catone è accreditato come il primo storico ad aver scritto in latino, in un'opera, le Origines, impegnativa per concezione e ampiezza di respiro: essa fu da lui intesa come un mezzo per insegnare ai romani cosa significasse essere romano, ridimensionando o neutralizzando l'influenza culturale greca, da lui considerata pericolosa per l'integrità morale di Roma. Altra sua preoccupazione fu quella di sterilizzare il peso e il fascino di personalità di spicco, come Scipione l'Africano, i cui nomi egli si risolse addirittura a rimuovere completamente dalla narrazione: un espediente singolare che, dopo di lui, non avrà però alcun seguito. La sua visione, in termini moderni definibile come d'impronta «storicista», tendeva ad oscurare l'importanza delle figure individuali: l'ascesa di Roma, e il prestigio raggiunto dalle sue istituzioni politiche e militari, erano da attribuire esclusivamente alla dedizione alla res publica e all'impegno profuso, nel lungo corso della storia, da generazioni di cittadini romani.
Come Quinto Fabio Pittore, anche Catone il censore scrisse a partire dalla fondazione della città, mentre la storia primitiva è ricolma di leggenda che celebra le virtù romane. La sua opera Origines parla anche di come non solo Roma, ma anche le altre città italiane fossero venerabili, e di come i romani fossero davvero superiori ai greci.
Storiografia, nobilitas e impegno politico I romani traevano soddisfazione dai cimenti impegnativi e così la stesura della storiografia divenne molto popolare tra quei membri della nobilitas che volessero spendere il loro tempo libero in attività considerate meritevoli e virtuose secondo il comune sentire “romano”. Poiché l'indulgere all'inazione, secondo quella stessa sensibilità, era considerata cosa disdicevole, lo scrivere di storia divenne presto una degna attività con cui sottrarre all'otium gli intervalli liberi dall'impegno politico e, in particolare, quelli dell'età del disimpegno politico nell'avanzata maturità. Fu quest'ultimo il caso già citato della senescenza di Catone, ma anche, ad esempio, di storici come Sallustio e Asinio Pollione che, già uomini politici, si dedicheranno alla storiografia solo in età avanzata.
Schema annalistico e schema monografico Non appena i romani acquisirono familiarità con la storiografia, essa si divise in due filoni: quello condotto secondo lo schema e la tradizione annalistica e quello improntato alla scrittura monografica.
Tradizione annalistica Gli autori che seguivano la tradizione annalistica scrissero fin dall'inizio le storie di anno in anno, il più delle volte dalla fondazione della città fino al periodo che stavano vivendo. La gran mole di materiale disponibile per la trattazione, anche a seguito della pubblicazione degli Annales maximi di Publio Muzio Scevola, richiese la disponibilità di un tempo maggiore da dedicare alla redazione, determinando la nascita di una nuova figura di storico semi-professionale: pur provenendo dai ceti elevati, questa lo storico annalista non poté più essere, per circa un secolo, quella di un politico di spicco come lo era stato Catone il censore..
Alcuni degli annalisti sono: Gneo Gellio nel 140 a.C. circa, scrisse la sua storia, in oltre 97 libri, da Enea fino al 146 a.C. Lucio Calpurnio Pisone Frugi scrisse nel 133 a.C. circa, tentando di capire perché la società romana avesse cominciato a declinare. La sua storia fece la cronaca di Roma dalla fondazione fino al 154 a.C., quando lui ritenne che la società aveva raggiunto il suo punto più basso. Publio Muzio Scevola scrisse nel 133 a.C. circa gli Annales maximi, una storia in 80 libri dalla fondazione della città. Sempronio Asellione scrisse, nel 100 a.C. circa, una storia dalle guerre puniche fino al 100 a.C. Quinto Claudio Quadrigario scrisse, in forma annalistica, che tutte le guerre romane sono giuste, e che il Senato e la condotta romana erano onorevoli. Valerio Anziate, verso la fine del I secolo a.C., in epoca post-sillana scrisse una voluminosa opera in 75 libri. Volusio, del quale però non ci rimangono testi. Lucio Cassio Emina
Tradizione monografica Le monografie sono più simili ai libri di storia che usiamo oggigiorno; essi sono in genere monotematici ma, cosa più importante, non raccontano la storia dall'inizio, e addirittura non sono necessariamente annalistici. Un'importante sottocategoria che emerse dalla tradizione monografica fu la biografia.
Alcuni autori monografici: Quinto Ennio scrisse gli Annales, narranti la storia romana anno per anno. Lucio Celio Antipatro scrisse una monografia sulla Seconda Guerra Punica. Gaio Gracco che scrisse una biografia di suo fratello, Tiberio Gracco. Gaio Fannio, scrisse anche lui una biografia di Tiberio Gracco, ma mostrandolo sotto una luce negativa. Sallustio scrisse due monografie: Bellum Catilinae (noto anche come De Catilinae coniuratione) relativo alla cospirazione di Catilina dal 66 al 63 a.C., e il Bellum Iugurthinum, relativo alla guerra contro Giugurta, che ebbe luogo dal 111 al 105 a.C.
Storiografia e factiones nella tarda repubblica Spesso, soprattutto in momenti di agitazione politica o di tumulto sociale, gli storici riscrivono la storia per adattarla alla loro peculiare visione dell'epoca. Pertanto, ci sono stati svariati storici che hanno rimaneggiato un po' la storia per sostenere la loro opinione. Questo è stato particolarmente evidente negli anni settanta a.C. quando si stavano svolgendo le guerre sociali tra i populares condotti da Mario, e gli optimates capeggiati da Silla. Molti autori scrissero storie durante questo periodo, ognuno con la sua prospettiva. Gaio Licinio Macro era contro Silla e scrisse la sua storia, basata su Gneo Gellio in 16 libri dalla fondazione della città fino al III secolo a.C., mentre Valerio Anziate, che era pro-Silla, scrisse una storia in 75 libri, dalla fondazione della città fino al 91 a.C.
Riepilogo