La tavola delle offerte è un oggetto rituale dell'Antico Egitto, generalmente formato da una lastra di pietra ornata con raffigurazioni di offerte, con bacini, canaletti e beccucci per governare i liquidi versati sulla superficie. Per dimensioni si distinguono tavole monumentali e tavole portatili; secondo la collocazione potevano essere fisse, inserite in altre strutture oppure indipendenti. Le tavole sono attestate in tombe, luoghi di culto e abitazioni; le offerte raffigurate potevano essere destinate al defunto oppure a una o più divinità.

Nel culto funerario la tavola accompagnava la presentazione quotidiana di alimenti e altri riti, come l'incensazione e l'applicazione di oli. Nelle scene funerarie il defunto compare spesso seduto davanti alla tavola delle offerte; fra le raffigurazioni vi sono alimenti, recipienti e parti animali. Le iscrizioni recano spesso la formula ḥtp-dỉ-nswt, che indica un'offerta concessa dal sovrano e può essere seguita dal nome di una divinità e dall'elenco dei beni destinati al ka del defunto.

I più antichi esemplari tridimensionali non decorati noti risalgono al periodo protodinastico, mentre per il periodo predinastico è stata soltanto ipotizzata la presenza di stuoie o lastre su cui deporre le offerte. Con la IV dinastia la raffigurazione della tavola entra stabilmente nel repertorio delle false porte delle cappelle funerarie private. Nel Primo periodo intermedio e nel Medio Regno compaiono bordi rialzati e beccucci, mentre le iscrizioni si distribuiscono sulla stuoia, sul pane e intorno ai bacini. Le tavole delle offerte restano in uso nel Nuovo Regno, nel Periodo tardo e nell'epoca tolemaica, in tombe e templi.

Terminologia e forma

Il termine femminile ḫꜣw.t (𓆼𓄿𓅱𓏏𓊰) significa "tavola d'offerta" o "altare" e ricorre in testi compresi fra il 2686 a.C. e il 324 d.C. Anche ḥtp (𓊵) può indicare la "tavola delle offerte" o l'"altare delle offerte" e appartiene alla stessa radice del verbo che significa "essere soddisfatto" o "riposare"; nella scrittura geroglifica il segno ḥtp raffigura un pane conico posato sopra una stuoia di canne.

Lo stesso segno dà forma a una tipica tavola in calcare del Medio Regno, nella quale la parte destinata alle offerte è rialzata o incassata, con un canaletto che le corre tutto intorno e sbocca in un beccuccio esterno; sul bordo rialzato possono essere incise iscrizioni. Bacini, canaletti e beccuccio formano un sistema destinato ai liquidi impiegati nel rito. La pietra è il materiale più frequente, ma non l'unico. Il Museo Egizio conserva ad esempio un tavolino ligneo con formule d'offerta per Kha, proveniente dalla tomba TT8 a Deir el-Medina e datato al 1425–1353 a.C.

Funzione rituale

Dopo la sepoltura, i sacerdoti celebravano regolarmente il servizio funerario nel luogo di culto fuori terra, di norma nel suo punto focale; le liste di offerte inserite nelle scene rappresentavano una serie di riti da compiere idealmente ogni giorno in quel luogo: soprattutto la presentazione di alimenti, ma anche l'incensazione e l'applicazione di oli. Il principale officiante era il sacerdote sem, in teoria il figlio del defunto e perciò Horus rispetto a Osiride, un ruolo propriamente regale; nella pratica lo assumevano dei delegati, parenti oppure estranei alla famiglia, ai quali in cambio del servizio poteva essere assegnata una rendita. La tavola di Lisht, collocata in origine in una cappella funeraria, doveva attivare con l'acqua versata sulla superficie i riti di purificazione e le offerte alimentari destinate a nutrire lo spirito del defunto; doveva inoltre fungere da sostituto magico, garantendo al proprietario della tomba un nutrimento perpetuo qualora il culto fosse cessato. Tavole come quella di Aapehti erano impiegate nel culto divino e in quello funerario: decorate con immagini di cibo, permettevano di moltiplicare le offerte alimentari destinate al nutrimento dell'anima del defunto o all'onore di una divinità.

Sviluppo storico Le tavole d'offerta sono legate al concetto di "democratizzazione dell'aldilà", un modello storico secondo il quale, nelle epoche più antiche, una vita beata dopo la morte sarebbe stata accessibile soltanto alla famiglia reale e solo in periodi successivi anche ai privati. Questo modello poggia unicamente sull'assenza dei Testi delle piramidi nelle tombe dei personaggi di alto rango dell'Antico Regno, tuttavia ricerche recenti lo hanno messo in crisi: fin dall'Antico Regno, infatti, i personaggi di alto rango aspiravano a raggiungere il grande dio dopo la morte e disponevano delle conoscenze necessarie per giungervi; inoltre, per tutto il periodo faraonico e oltre, tanto il sovrano quanto i personaggi di alto rango ricorrevano alle medesime scene convenzionali nelle raffigurazioni del servizio funerario. Le testimonianze indicano quindi che già nell'Antico Regno sovrano e personaggi di alto rango condividevano gran parte delle credenze e delle pratiche funerarie, prima ancora della più antica attestazione dei Testi delle piramidi; in linea di principio, però, i riti funerari restavano autorizzati dal sovrano e dalle divinità. Al di fuori degli ambienti regi e dei personaggi di alto rango le testimonianze sono molto più scarse.

Origini e Antico Regno

È stato ipotizzato che nel periodo predinastico stuoie o lastre servissero già alla deposizione delle offerte, ma le più antiche tavole tridimensionali non decorate note provengono da contesti del periodo protodinastico. Le tavole rotonde con base conica sono attestate dall'inizio di questo periodo. A differenza dei bacini per offerte più tardi, non erano sempre collocate davanti alla falsa porta nella sovrastruttura della tomba, cioè nel luogo effettivo dell'offerta: almeno durante le prime tre dinastie potevano trovarsi anche nella parte sotterranea, nella camera sepolcrale o in uno dei magazzini adiacenti. Un esemplare in travertino del Metropolitan Museum of Art, circolare e sostenuto da un piede (altezza 8 cm, diametro 30 cm), è datato al 2960–2649 a.C. La tomba 1845 di Tarkhan, attribuita alla tarda fase Naqada II e datata intorno al 3200 a.C., è uno dei più antichi esempi noti di tomba bipartita: un piccolo vano annesso alla camera funeraria conteneva grandi recipienti per provviste e altri contenitori alimentari; due aperture nella muratura rendevano accessibili le offerte. La scena della tavola d'offerta compare per la prima volta su sigilli cilindrici in pietra, i primi dei quali risalgono alla I dinastia. La complessità già raggiunta da queste raffigurazioni fa pensare a un'origine predinastica del motivo. Su un sigillo in steatite della I dinastia o dell'inizio della II dinastia una figura siede con le braccia protese davanti a una tavola d'offerta sulla quale è posato del pane.

La tomba egizia si articola in due parti: la camera sotterranea con la sepoltura veniva chiusa in modo permanente dopo il funerale, mentre la struttura fuori terra, destinata al culto del defunto, restava accessibile ai vivi. Le mastabe più antiche, a Tarkhan, Saqqara e Giza, hanno una facciata a nicchie del tipo detto a palazzo e sono prive di ingresso; nella II dinastia la facciata si semplifica e sul lato orientale si aprono due false porte esterne, che potevano recare una stele con il proprietario della tomba seduto davanti a una tavola delle offerte. Nella III dinastia queste false porte si sviluppano in piccole cappelle riccamente decorate. Dalla IV dinastia l'immagine della tavola passa sul pannello o sull'architrave della falsa porta, divenendone un elemento stabile nelle cappelle funerarie private.

Il tempio solare di Niuserra ad Abu Gurab fa eccezione per dimensioni: nel grande cortile a cielo aperto quattro grandi lastre di alabastro, sagomate come il segno ḥtp, circondano il disco solare e formano un altare che riprende la forma della tavola delle offerte. Nella VI dinastia è molto diffusa una forma con un pane su una stuoia, di solito nella parte superiore, con un bacino verticale su ciascun lato. Non mancano varianti: più pani o più bacini, il bacino spostato verso la punta del pane, il pane collocato nella parte inferiore. Negli esemplari più tardi compaiono anche tavole prive del pane o della stuoia.

Primo periodo intermedio e Medio Regno

Dalla necropoli reale di Pepi I a Saqqara provengono oltre settecento tavole delle offerte, databili dal regno del sovrano fino agli inizi del Medio Regno; circa un quarto non reca iscrizioni. Nel Primo periodo intermedio compare un bordo rialzato che prolunga la stuoia intorno alla tavola; nel Medio Regno il beccuccio diventa un elemento caratteristico, modificando il percorso dei liquidi sulla superficie. Al Primo periodo intermedio appartiene la tavola della cappella di Satinteti, sacerdotessa di Hathor, nella necropoli della piramide di Teti a Saqqara: una lastra di calcare (56,5 × 111 × 22 cm) ottenuta riutilizzando un blocco della cappella della principessa Watetkhethor Zeshzeshet, figlia maggiore di Teti. I canali del bacino seguono il profilo di un grande pane stilizzato rovesciato su una stuoia, cioè il segno ḥtp, e conducono a due vasche rettangolari incassate separate da un canale di scolo.

Una tavola dalla zona settentrionale di Lisht, della metà della XII dinastia, intorno al 1900–1850 a.C., reca immagini di recipienti rituali e alimenti. Il segno ḥtp incornicia la parte decorata e richiama la stuoia sulla quale, nelle tombe più antiche, venivano deposti cibi e bevande; un beccuccio appena incavato chiude il percorso del liquido.

Nuovo Regno

Nel Nuovo Regno la tavola di Seti I appartiene a un tempio; quella di Aapehti, proveniente da Deir el-Medina, rientra invece nel culto funerario della XIX dinastia. La prima, dedicata a Seth, raffigura pani e giare da libagione sulla superficie. Dove di norma si trova il beccuccio è ricavato un incavo rifinito, segno di un probabile restauro antico; ai suoi lati corrono due scene parallele: a destra il sovrano venera Seth, sul lato opposto offre una libagione a Nefti, consorte del dio. Tutti i riferimenti figurati e testuali a Seth sono stati cancellati, tranne il suo geroglifico nella grafia del nome del sovrano. Sulla seconda il dedicante, operaio del villaggio, ricorda alcuni membri della propria famiglia, raffigurati accanto ai loro nomi.

Terzo periodo intermedio Al Terzo periodo intermedio risale un frammento di tavola in calcare appartenuto a Nebneteru, sovrintendente degli artigiani e degli scultori del signore delle Due Terre, conservato nei depositi dell'Abu-Elgood Museum di Luxor. Del pezzo resta la metà destra (31 × 24 × 10 cm), con due bacini rettangolari e iscrizioni in geroglifici contenenti formule ḥtp-dỉ-nswt rivolte a Mut e Amon-Ra. La provenienza tebana è suggerita dalle attestazioni del nome Nebneteru e dalle divinità invocate; l'ortografia del nome riconduce alla XXIII dinastia. Alla XXV dinastia appartiene la tavola in granito nero di Amenardis I (Cairo CG 23100; JE 46495), figlia di Kashta e proveniente da Medinet Habu, con al centro il segno ḥtp, due vasi e due pani rotondi.

Epoca tarda e tolemaica

La tavola di Pabasa, probabilmente collocata nel cortile della sua tomba, raffigura pani, giare per acqua e birra, carne, cetrioli, volatili e uva. Un'estremità scanalata permetteva il deflusso delle libagioni. Al cancelliere Horiraa apparteneva un altro esemplare della XXVI dinastia, scolpito in basalto e rinvenuto nella sua tomba a Saqqara, del 595–525 a.C. Vi sono incise una formula d'offerta e una lista di beni in geroglifici. In epoca tolemaica la tavola di Wedjatshu, suonatrice di sistro (British Museum EA1364), è ricavata da un blocco di calcare cristallino (40 × 40 cm, spessore massimo 8 cm). La forma generale, i tratti condivisi con altri esemplari e i dettagli ortografici la assegnano a un'officina dell'area di Akhmim. Sempre di epoca tolemaica è la tavola di Inaro, sacerdote di Amon a Karnak, forse proveniente da Tebe o dalla stessa Karnak.

Decorazione e iscrizioni