Il castello Cantelmo di Alvito è un'antica fortezza della valle di Comino, territorio della provincia di Frosinone al confine con l'Abruzzo e il Molise. È posto sulla cima di un colle sovrastante la piana d'Alvito, che si sviluppa in direzione nord-est sud-ovest, dove è ubicato anche l'abitato di Castello, frazione intramoenia di Alvito e centro di fondazione dell'attuale città, uno dei primitivi abitati sorti dopo il disfacimento della benedettina Civita di Sant'Urbano.In località Colle della Civita, presso l'imbocco della Val Di Rio, dove passava la via per Pescasseroli e l'Alto Sangro, esisteva una città medievale, chiamata Sant'Urbano, fondata dagli abati di Montecassino, di cui oggi restano pochissime tracce. Dagli anni novanta è di proprietà del Comune di Alvito, che sta provvedendo a ricostruirlo nelle parti andate, col tempo, distrutte, e a riconsolidare quanto rimasto, per promuovervi incontri culturali e manifestazioni sociali. È anche conosciuto col nome di "castello di Alvito", benché amministrativamente si indichi in tal senso l'intera frazione alvitana in cui è sito il maniero.

Storia L'incastellamento di Sant'Urbano e la nascita di Alvito

La città di Alvito è strutturata su più livelli, lungo una delle propaggini meridionali del monte Morrone, su di una cima minore conosciuta un tempo come monte de Albeto o Serra de Albeto.Chronicon p. 108 (483). L'attuale assetto urbano è il risultato di un insediamento progressivo e diffuso, iniziato nell'XI secolo, che interessò tutto il territorio della città di Sant'Urbano, un antico centro amministrativo cominese, fondato dall'abate Aligerno di Montecassino nel 976,; . là dove oggi una contrada è detta Colle della Civita. Nello stesso luogo esisteva già una Civita Sancti Urbani,. che fu probabilmente distrutta dai Saraceni sulla fine del IX secolo, quando con i loro eserciti saccheggiarono e devastarono la Terra di San Benedetto,. e Aligerno, passato il pericolo arabo, s'interessò della sua riedificazione, commissionando in loco la costruzione di un castello. L'opera si inseriva nel piano di riappropriazione territoriale della Terra di San Benedetto, portato avanti dall'abate, che aveva diretto il ritorno dell'abbazia nella sua naturale sede cassinate dopo il cosiddetto «esilio di Teano».. Alcuni nobili di Vicalvi ottennero il permesso di costruire la fortificazione, su un colle presso la strada che dalla Valcomino, per Pescasseroli, portava negli Abruzzi; l'opera si inseriva in un sistema di interventi territoriali frequenti nella Terra di San Benedetto, successivi alle invasioni dei Saraceni. Così fu pianificato anche un insediamento di coloni, come già altrove nel Lazio meridionale, secondo il sistema produttivo delle curtes, l'antica base sociale ed economia della Terra di San Benedetto.Sennis A., Un territorio da ricomporre: il Lazio tra i secoli IV e XIV, in «Atlante storico-politico del Lazio», Laterza, Roma-Bari 1996, p. 47. La nuova fondazione però non assicurò vita duratura al borgo: a causa dell'incremento demografico che si verificò nell'area alla fine dell'XI secolo. il centro fu presto abbandonato, perché il castello non riuscì mai ad integrare la realtà urbana nello spazio agricolo circostante,.. e gli abitanti si insediarono stabilmente nelle località dove erano concentrate le principali attività agricole del territorio, specialmente Santa Maria del Campo, Sant'Onofrio e, presso l'abitato di Alvito, La Valle. L'intervento di ricostruzione giovò comunque a Montecassino: il cenobio campano incoraggiò il ripopolamento della montagna fra l'Alto Sangro e la Terra di Lavoro, dove istituì i più importanti centri di produzione, per il sostentamento dei monaci dell'abbazia, al contempo disponendo di autonomia economica e consolidando il confine settentrionale del principato di Capua e le propaggini della diocesi di Sora nel territorio marsicano..L'opera di incastellamento finanziata dagli abati di Montecassino interessò particolarmente i valichi fra l'Alto Sangro e la Val di Comino; ogni passaggio fra i Monti della Meta era controllato da una fortificazione: Sant'Urbano sulla via della Val Lattara, San Donato sulla via di Forca d'Acero, Settefrati e Picinisco sulla via di Canneto e Saracinisco sulla via del Valico Venafrano.

Il primo feudo alvitano

Nel corso dell'XI secolo Sant'Urbano cadde definitivamente in rovina. Già dal 1096 tutto il territorio che spettava alla città si indicava ormai come pertinenza di Monte Albeto,AAMC in Antonelli a p. 113. un nuovo nome che si era imposto dopo l'invasione normanna.Chronicon Volturnense, I, p. 231. Ciò lascia supporre che, decaduta la città, la vita civile si svolgesse in nuovi centri sorti sulle pendici del Monte Morrone oppure che non vi fosse più nessuna fortificazione.. La perdita dell'unità amministrativa cassinate rischiava di sciogliere l'organizzazione territoriale del fondo, in particolare il sistema economico che aveva per vertice i possedimenti di Montecassino e così l'abbazia provvide ad infeudare l'area ai d'Aquino. La famiglia campana, che si era insediata nella media valle del Liri, ottenne dall'abate Desiderio di Montecassino, nell'ambito di una ripianificazione territoriale della Terra Sancti Benedicti, alcuni terreni a Settefrati (Pietrafitta) e a Posta Fibreno (La Posta), in cambio di Piedimonte San Germano. e per rafforzare il controllo benedettino, ebbe anche in dotazione in un nucleo di abitazioni sul Colle del Albeto, fino ad allora appartenuto alla Civita di Sant'Urbano, che gli Aquinati avrebbero dovuto possedere per una sola generazione. Costoro erano già stati tra i più convinti oppositori dei monaci benedettini, perché mal avevano tollerato l'attività politica della sede abbaziale a Cassino, finché non furono costretti a sottomettersi ai cassinati, quando alcuni abati riuscirono ad assoggettare militarmente la quasi totalità della contea di Aquino, già alla fine del X secolo.Esilio di Teano. Abbate Mansone. Dell'Omo M., Montecassino. Un'abbazia nella storia, Arti Grafiche Amilcare Pizzi, Cinisello Balsamo 1999, p. 33-34. E asserviti alla causa benedettina, la nuova infeudazione alvitana costituì uno degli interventi periferici nella politica di riorganizzazione della Terra di San Benedetto e delle proprietà di confine. Tale Adenolfo d'Aquino beneficiò dei nuovi possedimenti. Egli ottenne un nucleo urbano composto da più di 120 famiglie di coloni e coi terreni che lavoravano, che avrebbe però dovuto cedere con la sua morte, senza possibilità di farne un'eredità, il primo nucleo del castello di Alvito.Castrucci S. F., ibidem. Sant'Urbano però, già in decadenza, perdeva anche l'unità amministrativa patrimoniale e l'incastellamento che aveva incoraggiato Desiderio fu disturbato da un nuovo fondo che ne assorbì la vitalità economica e urbana.

L'incastellamento di Albeto

Il dominio dei d'Aquino in Val di Comino fu instabile e soggetto ai primi disordini cui incorse il Lazio meridionale, nel periodo che vide più volte combattersi e poi riappacificarsi i Normanni e lo Stato Pontificio. Dopo la costituzione del Regno di Sicilia, i confini della Campania furono nuovamente oggetto di numerose contese fra i papi e i nobili locali, specialmente i sovrani del Principato di Capua e in quest'epoca Alvito risultò particolarmente esposta alle scorrerie normanne alla fine dell'XI secolo. Il conte di Carinola, Gionata, si portò fino ai confini romani, in una piccola guerra condotta contro la contea di Sora. Una contesa tra Rainulfo d'Aquino, castaldo di Sora, che da anni perseguiva una politica di sostegno economico all'Abbazia di Montecassino, con lasciti e donazioni di importanti proprietà, fra cui i ricchi mulini di Colle de Insula (probabilmente oggi Isola del Liri), e diversi monasteri in Arpino, e la popolazione locale,Antonelli D., Abbazie, prepositure e priorati benedettini nella diocesi di Sora nel medioevo (sec. VIII-XV), Pasquarelli ed., Sora 1986, p. 156-157. era stato il pretesto del calense per occupare militarmente la città, conducendo un assedio che interessò anche gli alvitani. I sorani, che mal avevano tollerato le acquisizioni cassinesi di Isola, si erano ribellati ai d'Aquino e avevano chiamato in soccorso il conte normanno. Rainulfo, gastaldo di Sora, e l'alvitano Adenolfo furono vinti da questi, e resi quindi prigionieri.Branca C., Memorie istoriche della città di Sora, Tipografia de' Gemelli, Napoli 1847, p. 123. I fatti di quegli anni, attorno al 1094, sono molto conosciuti nella storiografia locale e, oltre ad essere presi come il terminus a quo del declino dell'egemonia aquinate della valle del Liri, sono testimoniati in documenti storici importanti per comprendere la situazione feudale della Valcomino. Quando Adenolfo fu catturato, gli fu imposto un cospicuo riscatto in denaro che pagò l'abate Oderisio, alleato dei d'Aquino. Il prezzo pattuito era di 200 libbre d'oro, garantite dai cassinati, di cui egli ne avrebbe dovuto restituire 100 all'abate entro un anno, altrimenti avrebbe reso in pegno le proprietà alvitane così come le aveva ricevute da Desiderio. Una clausola contrattuale prevedeva però che non sarebbero stati né negoziabili né tantomeno alienabili i beni di Adenolfo sul Monte de Albeto perché oggetto, in quegli anni, di migliorie.. Questa condizione ha fatto pensare ad alcuni autori che era ivi iniziata la costruzione di un castello, mai portata a termine. Alcuni anni più tardi Adenolfo, proprietario della sola Albeto, morì, e chi gli succedette è ignoto. Perché si trovi successivamente menzione della proprietà alvitana, si dovrà attendere il 1157,Ammirato S., Delle famiglie nobili napoletane, I, Firenze 1580, p. 154; Della Marra F., Delle famiglie estinte, forestiere, o non comprese ne' seggi di Napoli, imparentate con la Casa della Marra, Napoli 1641, p. 47; . quando dei documenti menzionano un d'Aquino, Landolfo de Albeto, signore della terra alvitana, precisamente «dominus castri Albeti», il quale era sicuramente un parente di Adenolfo. Certamente alla fine del XII secolo il centro fortificato era stato ultimato, come dimostra il toponimo castrum con cui è denominato, non necessariamente un castello, più probabilmente un borgo protetto da torri, mura e un palazzo signorile o fortezza..

L'organizzazione feudale