Licodia Eubea (Licuddìa in ) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Catania in Sicilia.
Geografia fisica
Territorio Licodia Eubea sorge a oltre 600 metri di altezza sul livello del mare, sul versante nord-occidentale dei Monti Iblei, e si adagia su due colli, quello detto del Castello e quello del Calvario. Tra i due colli, su una piccola eminenza, sorge il quartiere "Carmine", un tempo detto "Carcarella" con l'omonima chiesa. Il più grande corso d'acqua che attraversa il comune di Licodia Eubea è il fiume Dirillo, che forma nel suo territorio il Lago Dirillo, un bacino artificiale costruito negli anni '60 del secolo scorso. Nel territorio, particolarmente fertile, è praticata la coltura dell'uva da tavola principale motore dell'economia locale.
Origini del nome Da Licodia a Licodia Eubea
Il toponimo è composto da due elementi, di origine differente.
Il più antico è "Eubea", derivante dall'identificazione del territorio con il luogo in cui i Calcidesi di Lentini fondarono, nel 650 a.C., una colonia con questo nome.
In seguito, durante il medioevo, il toponimo Eubea fu sostituito da "Licodia". Solo nel 1872 il Consiglio comunale decise di utilizzare entrambi i toponimi, aggiungendo a partire dal 1873 (RD n. 1224 del 13 gennaio) il nome di Eubea a quello di Licodia, da cui l'attuale toponimo di Licodia Eubea. Era convinzione, allora diffusa, che la cittadina fosse l'erede d'Euboia (Cluverio), la sub-colonia greca, fondata dai greci di Lentini verso la metà del VII sec. a.C. e distrutta da Gelone nel 482 a.C. (Erodoto). La decisione del Consiglio comunale nacque sicuramente anche dall'impulso proveniente dagli studi e dalle pubblicazioni dello studioso licodiano Luca Francesco La Ciura che dava alle stampe Cenni sopra Eubea antichissima greca citta oggi Licodia, stampato a Palermo nel 1844, in precedenza pubblicato con alcune differenze all'interno di uno studio del Principe di Biscari. Il La Ciura, appassionato di archeologia e direttore della biblioteca del concittadino Antonino Astuto barone del Fargione (1742-1822), residente a Noto, afferma che l'odierna Licodia è erede di quella Eubea fondata dai calcidesi di Lentini. Le numerose evidenze archeologiche, conosciute già diversi secoli prima degli studi del La Ciura, avevano destato l'interesse di molti studiosi accrescendo la passione per questo ambito anche tra i notabili di Licodia come lo stesso Astuto collezionista numismatico, creatore di una ricca collezione archeologica oggi in parte confluita al Museo Salinas di Palermo.
Ipotesi del Maurolico e del Fazello sul toponimo Licodia Il monaco benedettino Francesco Maurolico (1494-1575), basò l'origine del toponimo Licodia sul fatto che i greci, traendo spunto dalla possibile forte presenza di branchi di lupi nel territorio Licodiano di allora, abbiano denominato il territorio con la parola lykos, vocabolo greco che vuol dire appunto lupo e che quindi potrebbe costituire l'origine dell'attuale nome, Licodia.
Invece, l'abate Fazello dell'Ordine dei frati predicatori e contemporaneo del Maurolico, disse su Licodia: «In elevata e scoscesa rupe è Licodia paese di nome saraceno, dove sono meravigliose ruine di antichità sebbene prostrate e sepolte in gran parte; vestigia di antica giacente Città». Nei documenti, il nome Licodia si riscontra per la prima volta in una donazione del 1105, da parte di Achi di Vizzini, di terre site in Licodia all'abbazia di Lipari e Patti dedicata a san Bartolomeo e al SS. Salvatore. Nel 1269, il nome Licodia unitamente al castello, nello Statum Castrum Siciliae.
Storia Dalle origini ad oggi
Il ritrovamento di focolari e di ceramiche, risalenti al neolitico superiore, attesta la presenza di popolazioni autoctone, i Sicani, in territorio licodiano. Le notizie sulla fondazione di Licodia Eubea sono piuttosto incerte, ma le varie e molteplici testimonianze delle frequentazioni del passato portano a dare notevole credito all'identificazione dell'attuale abitato con l'antica Euboia fondata dai Calcidesi di Leontinoi nel 650 a.C. Infatti, dalle narrazioni di Tucidide, di Marcione di Eraclea e di Diodoro Siculo, risulta che una colonia di Calcidesi dell'Isola di Eubea, che approdarono a Messina, abbiano dato vita a diverse città, tra cui Eubea, nell'attuale sito di Licodia. I numerosi ritrovamenti archeologici di epoca ellenistica, le ceramiche di epoca classica rinvenute nei campi di Pizzo del Corno, gli scavi effettuati nel 1985 nel centro storico della cittadina, sono solo alcune delle testimonianze che tendono a confermare l'origine greca di Licodia. Molti dei reperti archeologici acquisiti negli anni mediante ritrovamenti e scavi sono stati raccolti ed esposti nel Museo Civico "Antonino Di Vita".
Durante il periodo normanno in Sicilia, il Monte di Licodia divenne un presidio militare di strategica importanza, provvisto di fortificazione, il castello di Licodia, la cui esistenza è storicamente attestata a partire dal 1272. Nel medioevo Licodia venne anche denominata "la Piccola Palermo", come ricordano gli anziani del luogo e molti libri di storia locale, (in siciliano detta Palermu u piccilu, per l'elevato numero di famiglie nobili nel suo territorio e quindi per la sua potenza commerciale e politica). La prima signoria documentata fu quella di Bertrando Artus, in epoca angioina. Con gli Aragonesi il feudo tornò sotto il controllo regio, fino al 1299, anno in cui re Federico III d'Aragona lo concesse a Ugolino Callari (o di Callaro), col titolo di conte. Passò poi alla famiglia Filangeri. Nel 1393 il re Martino I affidò le terre licodiane ad un'altra famiglia nobile, gli Ademar, signori di Santa Pau, da cui prenderà il nome il castello (Castello Santapau) e ai quali vennero affidati anche feudo e casale. Il periodo di maggior lustro Licodia l'ebbe nel XV e XVI secolo quando la famiglia Santapau ne governò il territorio. Dopo il terremoto del 1542, la popolazione si addensò attorno al castello, mentre l'area tra la Matrice e i Canali era connotata dalla presenza di molti chiostri come il convento dei cappuccini, sorto nel 1568, il convento dei domenicani ed il monastero delle clarisse. Dopo il 1584, alla morte del canonico Martino La Russa, filantropo, la chiesa di Santa Margherita, già esistente, diviene oggetto di modifiche e verosimilmente di ampliamenti anche grazie al lascito proveniente dall'enorme patrimonio del prelato, accrescendo gradualmente la sua importanza sino a divenire chiesa madre (1625). Con la morte di Francesco Santapau (1590) diviene erede di parte dei possedimenti paterni Camilla che, in seconde nozze, sposa il nobile partenopeo Muzio Ruffo. Il terribile e devastante terremoto del Val di Noto, nell'anno 1693, distrusse quasi del tutto il castello, riducendolo alle attuali rovine e diede l'avvio all'ulteriore espansione dell'abitato a nord dell'antico borgo nell'area dei conventi e dove in parte erano presenti già diverse aree abitate e alcuni quartieri.
I Ruffo amministrarono la terra di Licodia fino alla cessazione del sistema feudale nel 1812. Nel 1844 il centro fu elevato a capoluogo di circondario.
In seguito alla soppressione feudale, il paese fu inizialmente aggregato al comune di Vizzini per poi affrancarsi come comune autonomo nel 1844. Il nome di Licodia è anche legato a quello di Giovanni Verga, che vi ambientò molte delle sue novelle e romanzi (L'amante di Gramigna e Jeli il pastore su tutte). Licodia, sin dai primi anni del secolo scorso, subì una crisi demografica dovuta all'emigrazione di molti suoi cittadini, principalmente verso gli Stati Uniti, l'Australia, l'Argentina e il Canada. Oggi Licodia Eubea basa la sua economia principalmente sui prodotti agricoli come i cereali e l'uva da tavola.
Il terremoto del 1693 Nel terribile e devastante terremoto del 1693 che colpì tutta la Val di Noto, Licodia contò molti danni sia materiali che umani, infatti ben 258 persone persero la vita sotto le rovine e moltissimi edifici tra religiosi e civili vennero gravemente danneggiati o rasi al suolo come accadde per il castello medievale Santapau. In particolare si tramanda la storia della chiesa "all'armi scacciati", le anime schiacciate, dove molte persone raccolte in preghiera all'interno del tempio, per scongiurare il sisma che già si era fatto sentire con piccole scosse, rimasero uccise a causa del terremoto.
Al contrario di molte città siciliane colpite dal sisma, Licodia fu ricostruita nello stesso luogo dove sorgeva in passato e i lavori di restauro per i maggiori edifici pubblici iniziarono subito. Alcuni edifici religiosi, come la chiesa del monte Calvario o la chiesa del Crocefisso rimasero illese mentre altri, come la chiesa madre o il convento dei cappuccini, furono in parte restaurati. Il centro urbano, ancora nel corso del XIX secolo, ha subito profonde trasformazioni. Sempre più importanza assunse, subito dopo il terremoto, quella che gradualmente divenne la principale arteria urbana la così detta "Strata lonca", odierno Corso Umberto I, via ampia e caratterizzata da grandi marciapiedi su cui, in alcune porzioni, si affacciano le case delle famiglie più in vista del secolo XVIII e XIX, come quella del barone Aliotta. Il Corso è oggi il cuore della vita pubblica della cittadina con un ampio largo su cui, un tempo, si apriva l'imponente prospetto della chiesa dello Spirito Santo, demolita nel 1969.
Simboli L'attuale stemma del comune di Licodia Eubea, Campo di cielo, al lupo rapace di grigio, tenente una bandiera di rosso, sostenuto da una pianura al naturale di verde, rimanda alla ipotesi secondo cui il toponimo di Licodia derivi dal termine greco λύκος, per appunto "lupo". Per tradizione si vuole che Licodia fosse "terra dei lupi", ricca di boschi e dunque anche della presenza di questa specie animale. Lo stemma, la cui descrizione e le cui caratteristiche sono state definite con un decreto del Presidente della Repubblica del 20 gennaio 1981, ha in realtà origini molto lontane. Sebbene per alcuni anni, dopo l'abolizione del faudalesimo del 1812, sia stato sostituito da altri emblemi, la comunità locale si riconosceva nel simbolo del lupo già molti decenni addietro. I giurati della terra di Licodia, ancora sotto il potere dei feudatari Santapau, adoperavano questo emblema che risultava raffigurato anche in edifici ecclesiastici, come la scomparsa chiesa dello Spirito Santo, che sorgeva al centro dell'odierno abitato.
Il gonfalone è un drappo di azzurro.
Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose
Chiese Chiesa Madre di Santa Margherita Sotto la mole della rocca, a nord est, è la chiesa madre dedicata a Santa Margherita patrona del paese. La struttura, la cui esistenza è sicuramente attestata nel XVI secolo, venne presumibilmente ampliata alla fine del '500 anche grazie alle elargizioni Canonico del Capitolo Cattedrale di Siracusa Sa. Martino La Russa. L'edificio venne danneggiato dal terremoto del 1693.Il prospetto principale, importante testimonianza tardo rinascimentale precedente al sisma del 1693, risulta incompleto nell'ordine superiore ed è connotato da eleganti fregi e dallo stemma gentilizio dei marchesi Santapau. La torre campanaria conserva anche il campanone del 1628 opera del tortoriciano Francesco Garbati. L'interno, a pianta basilicale a tre navate, conserva notevoli opere d'arte, tra cui, nell'altare della cappella in fondo alla navata di destra, una bella statua lignea di S. Antonio Abate scolpita dal napoletano Giovanni Battista Gallone, nel 1617.
Chiesa di Santa Maria degli Angeli e convento dei Cappuccini Chiesa di Santa Lucia Chiesa del Carmine Chiesa dell'ospedale o del Crocefisso Chiesa del Rosario e convento del Ss. Salvatore Chiesa del Calvario Chiesa del Bianchetto Chiesa e Monastero di San Benedetto e Santa Chiara
Chiese non più esistenti e chiese extra moenia Chiesa dello Spirito Santo e di San Giovanni Battista Chiesa di San Pietro "il Vecchio" Chiesa di Maria Ausiliatrice e di San Vito