Il Gattopardo è un film del 1963 diretto da Luchino Visconti.
Il soggetto è tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La figura del protagonista del film, il Gattopardo, si ispira a quella del bisnonno dell'autore del libro e della sua famiglia: il principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa che nella finzione letteraria diventa il principe Fabrizio di Salina. La storia si snoda tra il 1860 e il 1862, in Sicilia (a Palermo e provincia e precisamente a Ciminna e nel feudo agrigentino di Donnafugata, ossia Ciminna, Palma di Montechiaro e Santa Margherita di Belice in provincia di Agrigento).
Il film ha vinto la Palma d'oro come miglior film al 16º Festival di Cannes. È stato inoltre candidato agli Oscar nella categoria dei migliori costumi, mentre il National Board of Review lo ha inserito tra i migliori film stranieri dell’anno. Alain Delon è stato candidato al Golden Globe come miglior rivelazione maschile dell’anno.
Luchino Visconti dichiarò in un'intervista concessa nel periodo d'inizio delle riprese che aveva dovuto rinunciare a girare a Palma di Montechiaro a causa delle pesanti ingerenze della Mafia che voleva fosse concesso a un'azienda di suo gradimento l'appalto per i lavori necessari.
Siccome Burt Lancaster non parlava italiano, gli attori che dovevano recitare con lui furono sottoposti, prima dell'inizio delle riprese, a corsi intensivi di lingua inglese.
Considerato un capolavoro e uno dei più grandi film della storia del cinema, Il gattopardo figura nella lista dei 100 film italiani da salvare. La rivista Time, i Cahiers du cinéma e il British Film Institute lo annoverano tra i più grandi film di tutti i tempi.
Classificato tra i film italiani più visti, con quasi 13 milioni di spettatori, occupa il sesto posto al botteghino francese del 1963, con oltre 3,5 milioni di ingressi.
Trama
Nel maggio 1860, dopo lo sbarco a Marsala di Garibaldi in Sicilia, don Fabrizio assiste con distacco e con malinconia alla fine dell'aristocrazia. Vedendo come gli amministratori e i latifondisti della nuova classe sociale in ascesa approfittano della nuova situazione politica, la classe dei nobili capisce che ormai è prossima la fine della loro superiorità. Don Fabrizio, appartenente a una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote prediletto Tancredi che, pur combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gli eventi a proprio vantaggio e pronuncia la famosa frase: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Specchio della realtà siciliana, questa frase simboleggia la capacità di adattamento che i siciliani e gli italiani in generale, sottoposti nel corso della storia all'amministrazione di molti governanti stranieri, hanno dovuto sviluppare per trarre vantaggio da qualsiasi situazione. Anche la risposta di don Fabrizio è emblematica: «E dopo sarà diverso, ma peggiore.»
Quando, come tutti gli anni, il principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Calogero Sedara, un borghese di umili origini, rozzo e poco istruito, che si è arricchito e ha fatto carriera in campo politico. Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del principe, s'innamora di Angelica, figlia di don Calogero, che infine sposerà, anche attratto dal suo notevole patrimonio. Episodio significativo è l'arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno d'Italia. Il principe però rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo siciliano, citando come risposta al cavaliere la frase: «In Sicilia non importa far male o bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di 'fare'». L'esito del connubio tra la nuova borghesia e la declinante aristocrazia è un cambiamento ormai irreversibile: don Fabrizio ne avrà la conferma durante un grandioso ballo, al termine del quale inizierà a meditare sul significato dei nuovi eventi e a fare un sofferto bilancio della sua vita.
Produzione Difficoltà produttive
Nel 1958, quando Il Gattopardo stava riscuotendo un grande successo editoriale, il produttore Goffredo Lombardo, patron della Titanus, acquistò i diritti del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La regia venne affidata inizialmente a Mario Soldati e poi a Ettore Giannini, che però vennero entrambi licenziati da Lombardo per divergenze sulla realizzazione della pellicola e sostituiti con Luchino Visconti. Ettore Giannini scrisse addirittura una bozza di sceneggiatura che approfondiva le vicende risorgimentali, allontanandosi però dal romanzo di Tomasi di Lampedusa e mettendo in secondo piano la storia d'amore tra Tancredi e Angelica: per queste ragioni, Lombardo, con la mediazione di Visconti, incaricò Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli e Massimo Franciosa di scrivere una nuova sceneggiatura, accantonando quella di Giannini che rimase molto offeso dal comportamento del produttore e per questo si ritirò per sempre dal mondo del cinema.
Il 27 marzo 1963, al cinema Barberini di Roma, il film uscì in anteprima dopo una lavorazione che aveva richiesto quindici intensi mesi, iniziata alla fine del dicembre 1961, mentre il primo ciak ebbe luogo lunedì 14 maggio 1962. Nell'autunno precedente, il regista, insieme allo scenografo Mario Garbuglia e al figlio adottivo di Giuseppe, Gioacchino Lanza Tomasi, aveva effettuato un sopralluogo in Sicilia che non era certo valso a dissipare le preoccupazioni del produttore Goffredo Lombardo. Lo stesso Lombardo raccontò in un'intervista che, recatosi sui set per raccomandare a Visconti di contenere i costi che crescevano sempre di più, ricevette questa risposta dal regista: "Lombardo, io questo film lo posso fare solo così. Se vuole, mi può sostituire".
L'investimento richiesto da questo colossal italiano si rivelò infatti presto superiore a quanto previsto dalla Titanus allorché ne aveva acquistato i diritti cinematografici. Dopo un mancato accordo di co-produzione con la Francia, la scrittura di Burt Lancaster nel ruolo di protagonista, nonostante le iniziali perplessità di Luchino Visconti (gli avrebbe preferito Laurence Olivier o l'attore sovietico Nikolaj Čerkasov), e forse dello stesso attore,Caterina D'Amico, La bottega de "Il Gattopardo", Marsilio.Edizioni di Bianco e Nero, 2001, pag.456 permise un accordo distributivo per gli Stati Uniti d'America con la 20th Century Fox.
Ciononostante, le perdite subite dal film Sodoma e Gomorra e da questo film, costato quasi tre miliardi di lire, causarono la sospensione dell'attività della Titanus come produttrice cinematografica."Ancora a distanza di anni, Lombardo attribuisce la crisi al costo eccessivo di due film i quali, nonostante il successo di pubblico, non riuscirono a coprire il costo di produzione: Sodoma e Gomorra di Robert Aldrich e Il Gattopardo di Luchino Visconti." (Callisto Cosulich, L'operazione Titanus, in Storia del cinema italiano, Marsilio, Edizioni di Bianco e Nero, 2001, pag.145).
Riprese
Per quanto, come si è detto, la narrazione oggettiva degli eventi sia oscurata e marginalizzata nel film dallo sguardo soggettivo del protagonista-regista, un grande impegno fu posto nella ricostruzione degli scontri tra garibaldini ed esercito borbonico. A Palermo nei vari set prescelti (piazza San Giovanni Decollato, piazza della Vittoria allo Spasimo, piazza Sant'Euno, piazza della Marina) "l'asfalto fu ricoperto di terra battuta, le saracinesche sostituite da persiane e tende, pali e fili della luce eliminati".Caterina D'Amico, op.cit. Tutto questo per iniziativa di Visconti, poiché il produttore Lombardo si era raccomandato che non vi fossero scene di combattimento.
Si rese inoltre necessario il restauro, avvenuto in 24 giorni, della villa Boscogrande, nei pressi della città, che sostituì, per le scene iniziali del film, il palazzo dei Salina, le cui condizioni ne sconsigliavano l'utilizzo.
Anche per le scene girate nella residenza estiva dei Salina, Castello di Donnafugata, che nel romanzo sostituiva Palma di Montechiaro, si scelse un sito alternativo, Ciminna. "Visconti s'infatuò per la Chiesa Madre e il paesaggio circostante. L'edificio a tre navate presentava uno splendido pavimento in maiolica. L'abside decorata con stucchi rappresentanti apostoli e angeli di Scipione Li Volsi (1622) era inoltre provvista di scranni lignei del 1619 intagliati con motivi grotteschi, particolarmente adatti ad accogliere i principi nella scena del Te Deum. Il soffitto originale della chiesa, in parte danneggiato durante le riprese è stato poi rimosso e oggi non è più in sito. Inoltre, la situazione topografica della piazzetta di Ciminna sembrava ottimale, mancava solo il palazzo del principe. Ma in 45 giorni la facciata disegnata da Marvuglia fu innalzata davanti agli edifici a fianco della chiesa. L'intera pavimentazione della piazza fu rifatta eliminando l'asfalto mettendovi ciottoli e lastre". Gran parte delle riprese ambientate all'interno della residenza fu girata a Palazzo Chigi di Ariccia.
Infine, varie scene sono state girate internamente ad alcune sale del palazzo Manganelli a Catania.
Il ballo Ottimo era invece lo stato di manutenzione di palazzo Valguarnera-Gangi, a Palermo, in cui fu ambientato il ballo finale, la cui coreografia venne affidata ad Alberto Testa. In questo caso, il problema da affrontare era l'arredamento degli ampi spazi interni. Contribuirono generosamente all'opera gli Hercolani e lo stesso Gioacchino Lanza Tomasi con mobili, arazzi, suppellettili. Alcuni quadri (la stessa Morte del giusto) e altre opere artigianali furono commissionate dalla produzione. Il risultato finale valse uno scontato Nastro d'argento alla migliore scenografia.
Un altro Nastro d'argento andò alla fotografia a coloriAll'epoca il premio veniva aggiudicato separatamente per la fotografia a colori e quella in bianco/nero di Giuseppe Rotunno (che lo aveva vinto anche l'anno precedente con Cronaca familiare). Degna di note, in particolare, l'illuminazione dei locali cui, per volontà del regista che voleva ridurre al minimo l'uso delle luci elettriche, contribuivano migliaia di candele: queste costituirono un ulteriore problema logistico poiché dovevano essere riaccese all'inizio di ogni sessione di riprese, oltre che frequentemente sostituite; inoltre, non di rado, la cera fusa colava addosso alle persone presenti in scena. La preparazione del set, la necessità di vestire centinaia di comparse"...i costumi approntati (oltre agli otto per gli attori principali) furono 393: gli abiti femminili erano tutti diversi tra di loro e per almeno cento di questi si prevedevano cappotti e sorties varie". Ibid. richiesero per queste scene turni estenuanti."La vestizione iniziava alle due del pomeriggio, alle otto di sera cominciavano le riprese, che duravano fino alle quattro del mattino, talora alle sei". Ibid La scena del ballo (oltre 44 minuti) a Palazzo Gangi-Valguarnera è diventata famosa per la sua durata e opulenza.
Il brano utilizzato per il ballo è un Valzer, inedito, in Fa maggiore per pianoforte, composto nel 1859 da Giuseppe Verdi, arrangiato da Nino Rota.
Doppiaggio
L'edizione italiana venne curata da Mario Maldesi, sotto la supervisione di Visconti. Per doppiare il principe di Salina venne inizialmente scelto l'attore Salvo Randone, che all'ultimo momento rinunciò e quindi Visconti pensò di sostituirlo con Lando Buzzanca (che già doppiava il personaggio di Ciccio Tumeo interpretato da Serge Reggiani) ma, alla fine, optò per l'attore siciliano Corrado Gaipa.
Anche il personaggio di Tancredi doveva essere doppiato da Achille Millo (che aveva già prestato la voce a Delon in Rocco e i suoi fratelli) ma abbandonò l'incarico a causa di una lite con Visconti e quindi venne sostituito da Carlo Sabatini.