La sfortuna, detta anche scalogna o sventura, è la sorte avversa e si pone come il contrario della fortuna. Chi distribuisce tanta sfortuna viene detto iettatore. Essa consiste in tutti quegli eventi negativi che accadono ad una persona ma che non sono imputabili a colpe dello sfortunato.
Nel folklore popolare spesso la sfortuna è vista come un influsso malevolo che può essere scatenato da determinati eventi oppure direzionato intenzionalmente o meno verso qualcuno sotto forma di malocchio o fattura.
La superstizione La superstizione è l'insieme di tutte quelle pratiche da eseguire o evitare in modo da avvicinare la fortuna e di conseguenza allontanare la sfortuna.
Esse consistono nell'utilizzo di amuleti portafortuna, esecuzione di gesti scaramantici in caso di eventi considerati poco fortunati (toccarsi i testicoli al passaggio di un'ambulanza o fare il gesto delle corna). Ci sono inoltre molte azioni da evitare per non attirare la sfortuna e anche numeri e animali considerati sfortunati.
Tutte le pratiche legate alla scaramanzia sono ritenute agli occhi della scienza e delle religioni ufficiali frutto di errore e d'ignoranza, di convinzioni infondate e credenze sorpassate.
Lo sfortunato La figura dello sfortunato è molto sfruttata nel cinema e nella letteratura, soprattutto di genere comico. Esempi dello sfortunato cronico sono il ragioniere Ugo Fantozzi, impersonato da Paolo Villaggio, e Paperino. In queste opere, quando non viene esplicitato, come nei due esempi citati, si tenta di instaurare nello spettatore o lettore il dubbio che la sfortuna sia una caratteristica intrinseca al personaggio e che sia contagiosa nei confronti di chi gli sta vicino, come per i cosiddetti iettatori. Nonostante siano state date esaurienti spiegazioni sul perché alcuni eventi vengano considerati nefasti (vedi paragrafo seguente), continuano a esservi persone superstiziose, come pure persone che, pur non proclamandosi superstiziose, preferiscono evitare certi comportamenti, sostenendo che in ogni caso sia meglio non sfidare la sorte e quindi, di fatto, ammettendo di credere nella superstizione.
Lo iettatore
Il termine jella, iella deriva dall'arcaismo iettare, gettare sotto forma di polvere il proprio risentimento verso una persona, affinché sia colta da maleficio e patisca fortuna avversa. Colui che lancia il maleficio è detto dunque iettatore (ma nel linguaggio parlato viene spesso chiamato menagramo)
Va detto che, a discapito del nome, solitamente lo iettatore non ha controllo sulla sua "aura" sfortunata e quindi contagia chi gli sta intorno involontariamente (a differenza di chi, intenzionalmente, lancia una fattura o malocchio) e questo può causare l'isolamento sociale del malcapitato.
La fama di iettatore può nascere per scherno e per gioco, ma spesso attorno ad esso può scaturire un'aneddotica di episodi nefasti, privi di fonte e di riscontri, ma che possono accompagnare questa vittima involontaria per parte della sua vita. Un soggetto con tale reputazione può essere riverito per scaramanzia ma spesso emarginato.
Sia la tradizione popolare sia la letteratura, valga per tutti l'esempio di Georges Dumas nell'opera Le surnaturel et les dieux d'après les maladies mentales misero a fuoco la figura dello iettatore descrivendolo come un essere magro, leggermente curvo, pallido, arcigno, solitario, taciturno, dal naso ricurvo, con occhi grandi e sporgenti, e sopracciglia folte e unite.
Sfortuna in psicologia La sfortuna potrebbe anche essere considerata un particolare atteggiamento dei soggetti, ovvero uno stato mentale e/o comportamenti quali valutazioni superficiali, scarsa attenzione per l'ambiente circostante, errata percezione di fenomeni, o un modus operandi inadeguato per una certa circostanza, tali da aumentare la probabilità che un evento negativo si verifichi.
Ad esempio, passare sotto una scala non porta sfortuna di per sé, ma rispetto al passare lontano da essa, aumenta la possibilità che qualche oggetto cada in testa allo "sfortunato" passante, specialmente se è distratto.
Lista di "porta-sfortuna" In vari paesi, soprattutto di tradizione anglosassone, si dice che porti sfortuna il venerdì 13 (perché venerdì è il giorno in cui fu crocifisso Gesù e 13 era il numero di persone presenti all'Ultima Cena); in altri il venerdì 17, perché in numeri romani questo numero è XVII, anagramma di VIXI, io vissi (e quindi sono morto); o ancora il martedì 13 (Spagna, Grecia, Sudamerica); L'associazione numerologica negativa del numero 13 si attribuisce tradizionalmente al numero dei partecipanti all'Ultima Cena, da cui sarebbe scaturita la consuetudine di evitare banchetti di tredici persone, pena la morte entro breve del tredicesimo invitato. Nel lussuoso Hotel Savoy di Londra, il problema viene ovviato ponendo una busta tra i convitati o addirittura includendo un gatto. Un'altra teoria vuole invece che un venerdì 13 del 1307 Filippo il Bello diede ordine di sterminare i cavalieri templari per impadronirsi delle loro ricchezze: da allora la nomea riguardo a questo numero. Nella Cabala il numero viene dai tempi antichi associato con la morte, al punto che appare nella sinistra carta dei Tarocchi, raffigurante uno scheletro armato di falce, non sempre con valenza infausta, talvolta presagio di cambiamenti. Anche riguardo all'origine del 17 sfortunato sussistono diverse tesi: una delle più diffuse, per quanto ormai rifiutata dalla maggior parte degli studiosi, riconduce la credenza al latino in quanto il numero 17 si scrive XVII, che anagrammato diventa VIXI (ho vissuto, quindi "sono morto"); un'altra ipotesi sostiene che l'origine risalga ad una delle più gravi sconfitte dell'esercito romano: la battaglia della Foresta di Teutoburgo nell'anno 9 d.C., in quell'infausta occasione furono annientate tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX), episodio che creò un enorme turbamento a Roma e la cui eco rimase a lungo nel mondo romano, infatti gli imperatori che si susseguirono nei secoli decisero di non battezzare più altre legioni con il nome delle tre annientate a Teutoburgo. La sfortuna del 17 potrebbe essere di origine biblica: nella Genesi (7,11) è indicato che il Diluvio Universale ebbe inizio il 17 del 2º mese nell'anno seicentesimo della vita di Noè. In Cina, il quattro è considerato un numero sfortunato perché il numero quattro, che si scrive 四, ha circa la stessa pronuncia dell'ideogramma usato per rappresentare la morte (死). In Giappone è la stessa cosa, pur con una pronuncia diversa dal cinese. Si dice che rompere uno specchio porti sette anni di disgrazie: già prima dell'invenzione dello specchio si riteneva che ogni superficie riflettente fosse dotata di proprietà magiche. L'uomo preistorico che vedeva la propria immagine riflessa nell'acqua di un lago o di uno stagno poteva pensare che si trattasse di un altro sé stesso. Di conseguenza, qualunque disturbo arrecato al riflesso poteva significare un pericolo per la propria salute. La credenza si rinforzò con l'arrivo degli specchi: qui, vedendo la propria immagine distorta e spezzata nei frammenti di uno specchio rotto, diventava anche più facile credere a possibili conseguenze negative. Furono gli antichi Romani a decretarne la nomea dato che tramite uno specchio si potesse osservare quello che avveniva lontano dal loro Impero. Poiché uno specchio rotto significava che la salute era stata spezzata, si concluse che sarebbero stati necessari sette anni prima di tornare sani come prima. Inoltre lo specchio era un oggetto molto prezioso, pertanto la sua rottura avrebbe comportato una grande spesa per poterlo sostituire. Fonti da citare riporterebbero la notizia di sanzioni pecuniarie vigenti nella Repubblica Veneziana, a carico del proprietario che lo rompeva, in quanto il prezioso strato argenteo doveva venir recuperato ad opera delle fonderie. È considerato sfortunato anche far cadere il sale o il recipiente che lo contiene, pure nel caso in cui questa caduta non ne comporta lo spargimento sul tavolo o per terra; questo perché in antichità il sale era una merce rara e preziosa (il termine "salario" deriva anche da una forma di pagamento in sale presso l'antica Roma) e sprecarlo gettandolo per terra era considerato di cattivo auspicio. Tuttavia, la sfortuna si ritiene scongiurata gettandone un pizzico dietro le spalle. Inoltre i cristalli di sale sono paragonabili a minuscoli sferoidi, quindi poggiare un piede al di sopra di essi comporta uno scivolamento con possibile caduta. Anche gettare l'olio viene considerato un evento sfortunato, principalmente per il valore economico, poi perché è molto scivoloso e, come detto prima con il sale, può provocare cadute. Per ovviare alla sfortuna si dice di buttarci sopra del sale, ma questo è più un atto pratico in quanto i cristalli di sale assorbono l'olio rendendolo una poltiglia facilmente recuperabile. Aprire un ombrello in casa è considerato un cattivo presagio, perché indicherebbe che il tetto lasci passare la pioggia, simboleggiando una casa ridotta in miseria. Un'altra interpretazione è dovuta al fatto che una volta, se c'era un moribondo in casa, entrava un prete a portare il viatico, al di sotto di un ombrello aperto in segno di rispetto per il pane eucaristico. Aprire un ombrello in casa evocava perciò un evento simile e la possibile morte di un congiunto. Si ritiene che appoggiare un cappello sul letto possa portare un lutto in famiglia.
Il colore viola è considerato tabù per molti artisti perché nel medioevo, nel periodo della Quaresima, durante il quale i sacerdoti indossano paramenti viola, erano vietati gli spettacoli teatrali: attori e saltimbanchi erano quindi costretti a un'inattività forzata. Nonostante tale motivazione sia decaduta e sia sconosciuta alla maggior parte degli artisti moderni, ancora oggi il viola viene volutamente evitato, ad esempio da alcuni cantanti durante le loro esibizioni, e soprattutto in televisione, se non come una sorta di provocazione contro chi crede nelle superstizioni. In passato il Teatro Regio di Torino ha visto molti grandi interpreti, tra cui Luciano Pavarotti, rinunciare a esibirsi, per via del suo soffitto viola. Uno dei più tipici eventi sfortunati è rappresentato dal gatto nero che attraversa la strada. Nel medioevo, i gatti neri erano associati al diavolo e ai sortilegi, tanto che bastava possedere un gatto nero per poter essere accusati di stregoneria e quindi condannati al rogo. Il passare sotto una scala è considerato di cattivo auspicio. Il timore risalirebbe al Medioevo: appoggiata alle mura la scala formava un triangolo, simbolo inviolabile della Trinità. L’elemento della scala, tuttavia, appare in quasi tutte le religioni: nell’antico Egitto, Horus era detto anche “dio della scala” per il sostegno che dava ai defunti in cammino verso “l’eterna luce”. Nella Bibbia la scala sognata da Giacobbe porta in cielo: Maometto parlò di una scalinata lungo la quale le anime dei giusti salgono verso Allah. Partendo da questi significati, si sarebbe arrivati a credere che passare sotto (anziché sopra) la scala attirasse l’ira divina. Secondo un'altra spiegazione, l’origine di questa superstizione sarebbe invece più militare: i difensori dei castelli medioevali erano infatti soliti versare olio o pece bollente sugli assedianti che si accingevano ad arrampicarsi sulle scale. Più prosaicamente passare sotto una scala potrebbe aver assunto lo status di gesto sfortunato in quanto azione di per sé pericolosa a causa della possibile caduta di oggetti contundenti utilizzati da persone al lavoro sulla scala stessa; Gli anni bisestili sono considerati sfortunati, come recita il proverbio: Anno bisesto, anno funesto. Altri eventi considerati sfortunati sono: