Il casco è un copricapo protettivo, facente parte dell'equipaggiamento protettivo individuale obbligatorio per motociclisti, realizzato in materiale resistente agli urti e usato in ambito sportivo allo scopo di preservare la testa da impatti improvvisi.

Pur derivando dall'elmetto, si distingue per essere stato concepito ed essersi tecnicamente evoluto in funzione di proteggere la testa dagli effetti dell'impatto di un corpo in velocità contro oggetti generalmente fermi e non viceversa. Per le similitudini d'uso e d'aspetto, il casco viene anche chiamato .

L'uso del casco permette di ridurre l'incidenza delle lesioni al cranio, difatti per solo il 30% di coloro che usano il casco riporta lesioni al capo contro il 51% di chi non ne usufruisce, tra cui anche una riduzione delle fratture craniche.

Dispositivi del genere vengono anche adottati in certe discipline automobilistiche come il rally e la formula 1.

Etimologia La parola casco deriva dallo spagnolo casco, "coccio", "cranio" di origine incerta (forse dal latino capsa, "scatola"; a sua volta ).

Storia Alcune fonti fanno risalire la nascita del primo prototipo del moderno casco utilizzato oggi da motociclisti e automobilisti a Luciano Di Lello, ciabattino italiano originario di Villa Santa Maria, località abruzzese: sarebbe stato lui, nei primi anni del '900, a realizzarne, all'interno della propria bottega sita a Parigi, una versione in cuoio a protezione integrale, dotata di visiera rigida. Tale invenzione, una volta brevettata, fruttò a Di Lello diversi prestigiosi riconoscimenti, tra cui la Croce al Merito. Questa prima idea di casco si deve alla richiesta di un medico inglese Eric Gardner che nel 1914, commissionò un cappello in tela pesante per proteggere la testa di un motociclista che aveva subito un trauma in precedenza.

I primi caschi per piloti di auto e moto furono dei semplici copricapo in cuoio morbido, del tutto simili a quelli utilizzati dai pionieri dell'aviazione. Già dalla fine degli anni dieci cominciarono ad essere utilizzati i primi caschi realizzati in cuoio rigido, sagomati "a scodella", ai quali furono presto aggiunte delle bordature in cuoio, dette creste, con la funzione di attutire maggiormente gli urti. Tali bordature richiamavano la forma degli elmi in uso ai soldati inglesi nel XVII secolo e per tale motivo il casco prese la denominazione di Cromwell, dal celebre condottiero inglese, poi mantenuta nei decenni successivi anche dopo la scomparsa delle creste.

La grande frequenza degli incidenti durante le competizioni e le drammatiche conseguenze dovute ai circuiti dell'epoca, spesso collocati sulle strade dei centri cittadini, mantennero alta l'attenzione degli organizzatori e delle autorità, verso una maggiore sicurezza dei piloti. Nel 1922, in occasione della 3ª Coppa d'Inverno svoltasi sul circuito di Montichiari e organizzata dall'associazione studentesca torinese "La Goliarda", venne imposto per la prima volta in Italia l'obbligo di uso del casco ai concorrenti durante le prove e la gara, poi vinta da Mario Cavedini su Moto Guzzi.

A partire dalla seconda metà degli anni venti si registra una grande evoluzione tecnica dei caschi, soprattutto ad uso motociclistico, che vede l'utilizzo di varie tipologie d'imbottitura, dal sughero, alla polpa di legno, alla tela, oltre all'aggiunta della parte coprinuca integrata al sottogola. Furono proposti anche caschi pneumatici, da gonfiare con pompa per bicicletta, già sperimentati nei primi anni del secolo, ma non ebbero successo.

Negli anni trenta e quaranta, sempre mantenendo l'identica foggia, ebbero una limitata diffusione caschi con calotta in lega leggera ottenuta per stampaggio, particolarmente economici, per poi passare alla fibra vulcanizzata, al poliestere e, finalmente, alla fibra di vetro, a partire dal 1954. Con questi materiali verniciabili, nacque la consuetudine di colorare i caschi in modo vistoso, allo scopo di offrire al pubblico la possibilità di identificare più facilmente il concorrente nelle gare motociclistiche. Celeberrima la calotta gialla con l'effigie di Topolino del campione Umberto Masetti o la versione tricolore di Giacomo Agostini.

Nel 1950 vennero adottati dall'aviazione militare statunitense degli appositi caschi per i piloti degli aerei da caccia a reazione con protezioni posteriore e laterali allungate, allo scopo di fornire un solido fissaggio per il respiratore. La nuova forma risultava anche maggiormente protettiva e l'idea venne mutuata in campo motociclistico e automobilistico, nel 1955, con la produzione dei primi caschi appunto denominati Jet. L'impiego del casco tipo Jet ebbe, nel primo decennio, scarsa diffusione tra i piloti, particolarmente tra i motociclisti, i quali opposero una decisa resistenza all'utilizzo, in quanto il nuovo casco risultava più pesante e la foggia limitava notevolmente i movimenti della testa. A metà degli anni sessanta quasi tutti i piloti di Formula 1 avevano ormai adottato il casco tipo Jet, mentre nel Motomondiale la maggioranza dei piloti ancora usava il Cromwell. Tra i più ostinati il campionissimo Agostini che mai utilizzò un Jet in gara, abbandonando il Cromwell solo nel 1971.

Nel 1953 grazie a C.F. Lombard professore della Università della California Meridionale degli Stati Uniti d'America il casco vide un'evoluzione strutturale, che viene utilizzata tuttora nel terzo millennio, l'evoluzione strutturale era data dalla capacità di assorbire gli urti grazie alla sua struttura multistrato: lo strato più esterno rigido era realizzato in fibra di vetro, internamente la calotta intermedia in schiuma per assorbire gli urti ed infine una fodera interna imbottita per massimizzare la vestibilità e comodità.

Caratteristiche

Il casco è composto da diversi componenti ed il modello forse più conosciuto è quello che si vede indossato da motociclisti ed automobilisti sportivi, al fine di proteggere il conducente (e il passeggero) dagli urti contro altri veicoli o cose.

Il casco risulta essere molto importante in caso di urto, ma è altrettanto importante non sfilare il casco, in caso d'urto, soprattutto se violento: il casco deve essere rimosso da personale del soccorso sanitario in grado di preservare l'allineamento del rachide cervicale del paziente traumatizzato; infatti l'impatto subito dal casco si può trasferire sul rachide cervicale che in questo caso deve essere mantenuto allineato sino a diagnostica ospedaliera. Mentre nel caso un oggetto sia conficcato nel casco e raggiunge il cranio, la rimozione è eseguita nella struttura sanitaria.

Calotta Il casco ha delle caratteristiche che gli permettono di proteggersi da urti più o meno violenti, queste caratteristiche oltre che dalla forma del casco stesso, sono dettate anche dal tipo di struttura, che è praticamente uguale per ogni ambito: Calotta o calotta esterna: è la parte esterna del casco, la quale è estremamente resistente, perché oltre a ridistribuire la forza dell'urto su una vasta area del casco, deve rimanere il più possibile integra alla sollecitazione, altrimenti la funzione del casco non solo lo vanifica, ma può aggravare l'urto aumentando l'entità delle lesioni.La calotta può essere realizzata con diversi materiali: Tecnopolimero (STC)/Polimeri termoplastici; ABS, policarbonato, PVC, ... Materiali compositi (PFL); (più costosi ma più leggeri) come il carbonio, il kevlar/fibra aramidica, Dyneema o vetroresina. Imbottitura o calotta interna: è il sistema ammortizzante del casco, può essere fatto in vari materiali (generalmente polistirolo espanso se destinato ai trasporti o coni in poliuretano o vinile-gommapiuma come nel caso di caschi da football americano) i quali hanno il compito di assorbire l'urto in modo graduale e che generalmente presentano dei canali d'aerazione.

La parte più interna della calotta viene munita di un rivestimento interno e visibile quando si guarda la parte interna del casco ed ha l'importante funzione di porre uno strato morbido tra la calotta e la testa, rendendo il casco adattabile e permetterne di creare più misure, inoltre può facilitare il lavaggio del casco. Il materiale utilizzato per il rivestimento è generalmente tessuto, preferibilmente con trattamento anallergico e con una struttura traspirante, ma può essere utilizzato assieme a gommapiuma o altri materiali espansi per la creazione delle diverse taglie.

Sottogola

Esistono diversi tipi di sottogola a seconda del sistema di chiusura: Fibbia questo sistema veniva usato sui primi caschi ed è ora in disuso Velcro sistema usato per caschi ad uso particolare, come le epilessie infantili Fibbie a sgancio rapido in plastica utilizzate per alcuni caschi da ciclismo, i quali generalmente sono sottoposti a forze d'urto modeste AFB (Automatic Fit Belt), si tratta di un sottogola a sgancio rapido (da usare in caso il sistema automatico non funzioni più) munito di avvolgitore automatico, il quale permette tramite un comando di far allungare il sottogola e sfilare il casco, mentre riselezionando il comando il sottogola si riavvolge e si tende, questo sistema è stato sviluppato dalla Sabelt del gruppo Brembo Sgancio rapido o Chiusura rapida (fast-lock o quick release), sono caratterizzati da un pulsante (posto sulla parte del cinturino più corto) che fatto scorrere, lascia libero l'anello (posto sulla parte del cinturino più lungo) e permette l'apertura, inoltre l'anello è munito di una fibbia per la regolazione della lunghezza. Micrometrico (microlock), sistema che consente di regolare la lunghezza del cinturino ad ogni utilizzo e un rapido sgancio dello stesso, dove il bloccaggio è garantito da una cinghia di plastica con scanalature e da un fermo, il quale è munito di una bandella per lo sgancio. A doppio anello, quest'ultima è preferibile poiché si regola ad ogni utilizzo e presenta meno criticità di meccanica e risulta più facile da allacciare e slacciare. Sistemi senza sottogola, soluzioni alternative all'uso del sottogola, che prevedono il restringimento della sezione di passaggio della testa ed evitare così lo sfilamento del casco, una delle più note è il sistema usato dalla GPA per il casco da Formula 1, come quello utilizzato da Gilles Villeneuve nel gran premio di Spagna a Jarama del 1981, dove la sezione di passaggio veniva ristretta da un elemento a U incernierato alla mentoniera e che si agganciava ai lati del casco.

Il fissaggio del sottogola alla calotta del casco avviene tramite rivetti, i quali possono essere esterni o interni, generalmente per i modelli di categoria superiore e sportivi i rivetti rimangono interni, in quanto a causa di un urto diretto potrebbero rompersi e far sfilare il casco, come nel caso di Franco Uncini durante il motomondiale classe 500 di Assen del 1983.

Visiera

La visiera del casco può essere di vari tipi: Trasparente, questo è il tipo di visiera più utilizzato, che permette una perfetta visione in tutte le condizioni Oscurata, questa visiera ha la particolarità di non essere perfettamente trasparente e quindi di limitare l'intensità luminosa dei raggi solari, rendendoli comode durante l'estate, la sera e il mattino, tutte quelle situazioni dove si può avere un intenso raggio di luce diretto agli occhi A specchio, questa visiera ha gli stessi vantaggi delle visiere oscurate, in più alcuni modelli possono evitare che il volto del guidatore possa essere visto in tutte le condizioni, mentre altre hanno l'effetto specchio sono in condizioni di forte luce esterna.

Le visiere per permettere l'isolamento dall'esterno vanno a comprimere una guarnizione, la quale isola sia dall'aria sia dall'acqua, per garantire ciò il sistema su cui viene vincolata la visiera ha una regolazione tramite asole e viene vincolato da una o più viti, questo permette la tolleranza produttiva di ogni pezzo, che altrimenti potrebbe portare al mancato isolamento in quanto non comprimerebbe la guarnizione.

Altre caratteristiche e funzionalità