Questore di Roma sotto l'occupazione tedesca sino alla liberazione (4 giugno 1944), fu condannato a morte dall'Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo.

Biografia Figlio del professor Cosimo Caruso e di Giuseppina Pisanti, era ultimo di cinque figli. All'età di otto anni fu mandato nel collegio di San Lorenzo ad Aversa. Conseguito il diploma di istituto tecnico nel 1917, frequentò il corso da allievo ufficiale di complemento (tenuto presso la Reggia di Caserta) facendo parte della terza compagnia comandata dal tenente Mercuri. Acquisito il grado di aspirante, fu assegnato a un reggimento di bersaglieri e partì per il fronte nella metà dell'anno 1918, poco prima del termine della prima guerra mondiale.

Nell'immediato dopoguerra prese parte all'impresa di Fiume seguendo Gabriele D'Annunzio. In seguito fu vittima di una truffa, intentata nei suoi confronti da tali avvocato Vincenzo Albano e ingegnere De Falco, che gli fece perdere la somma (allora considerevole) di 70.000 lire. Nonostante la condanna di uno dei truffatori, non riuscì a recuperare il denaro perso, motivo per il quale contrasse una forma di malattia nervosa da stress che gli causò anche un'alopecia da cui, in seguito, guarì.

Caruso si iscrisse al Partito Nazionale Fascista sin dal 1921 aderendo alla squadra d'azione "Serenissima". di Napoli, comandata da Domenico Mancuso, e partecipò alla marcia su Roma il 28 ottobre 1922.

Il 3 marzo 1923 si arruolò nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale con il grado di capomanipolo (essendo ufficiale dei bersaglieri) e successivamente passò nella specialità della Milizia portuaria. Rimase nei ruoli della Milizia portuaria sino al 1925 quando passò alla Milizia ferroviaria, nella quale rimase sino al 1927. Da tale data rientrò nei ruoli della Milizia portuaria e fu assegnato nella legione di Genova. Da questa città fu trasferito a Livorno, quindi nuovamente a Genova, poi a Venezia, a Trieste, Sabaudia, a Genova un'altra volta, a Venezia, di nuovo a Trieste, a Zara e infine a Trieste. Nel 1933, a seguito di presunti ammanchi, a Napoli era stato istruito contro di lui un procedimento penale, dal quale uscì con un proscioglimento.

Durante il periodo nel quale prestò servizio a Zara fece parte del Tribunale Straordinario della Dalmazia, istituito dal governatore Giuseppe Bastianini e composto anche dal generale Gherardo Magaldi (presidente) e dal tenente colonnello Vincenzo Serrentino. Il nome di Pietro Caruso figurava nel Registro centrale per i criminali di guerra e i sospettati per la sicurezza, elenco compilato nel 1947 dagli anglo-americani, e in quello dei ricercati dalla Jugoslavia per crimini di guerra.(Name) CARRUSO Pietro - (C.R. File Number) 190919 - (Rank, Occupation, Unit, Place and Date of Crime) Judge, Cpl., of Italian Extraordinary Court, Sibenik (Yugo) 41, 42, 43 - (Reason wanted) Murder - (Wanted by) Yugo. In: The Central Registry of War Criminals and Security Suspects, Consolidated Wanted Lists, Part 2 - Non-Germans only (March 1947), Naval & University Press, Uckfield 2005, p. 60 (Facsimile del documento originale conservato presso l'Archivio Nazionale Britannico a Kew/Londra)

A Trieste, dove rimase sino al 3 gennaio 1944 al comando della 3ª Legione portuaria, raggiungendo il grado di primo seniore (corrispondente a quello di tenente colonnello) organizzò il sequestro dell'oro agli ebrei locali.. A Trieste conobbe inoltre Tullio Tamburini, nuovo capo della Polizia della Repubblica Sociale Italiana, il quale, presolo in simpatia, dal 5 gennaio 1944 lo nominò questore a Verona; mantenne questa carica per una quindicina di giorni, così da dirigere l'ordine pubblico in occasione del processo di Verona contro i firmatari dell'Ordine del giorno Grandi. In qualità di questore, Caruso assistette all'esecuzione dei condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato della RSI.

Questore di Roma Sempre per interessamento di Tamburini, fu successivamente destinato alla Questura di Roma: il 2 febbraio 1944, il giorno stesso in cui assunse le funzioni, gli fu ordinato di recarsi a dirigere un rastrellamento: non riconosciuto, fu lui stesso fermato, trasportato in caserma e rilasciato dopo alcune ore..

Quando si insediò alla Questura di Roma, constatò che i rapporti tra le autorità della RSI e i tedeschi erano di assoluta subordinazione e non di collaborazione, in quanto «essi [i tedeschi] impartivano ordini tassativi ai quali non ammettevano repliche o discussioni di sorta».

Caruso (come risulta dagli atti del suo processo) trovò che a Roma già agivano le "squadre speciali" di Pietro Koch e di Giuseppe Bernasconi: tali squadre non avevano alcun rapporto di subordinazione con la questura e agivano in modo autonomo, senza rendere alcun conto degli arresti e delle requisizioni da esse eseguite. Caruso, che ebbe a lamentarsi con il capo e con il vicecapo della Polizia del modus operandi delle formazioni autonome, dovette nondimeno collaborare con la squadra speciale di Pietro Koch.

Tra gli ordini che emanò figurano quello di arresto per Totò, che fu costretto a nascondersi, insieme a quello dei fratelli De Filippo, a causa di alcuni argomenti trattati a teatro non consentiti dal regime.

Via Rasella Il 23 marzo 1944 Pietro Caruso si trovava presso i locali del Partito Fascista Repubblicano siti in via Veneto; allertato subito dopo l'attentato di via Rasella, si recò sul posto. Lungo il percorso Erminio Rossetti, un milite portuario che gli faceva da autista, mentre guidava la vettura di Caruso in via delle Quattro Fontane rimase ucciso da un colpo d'arma da fuoco sparato dai tedeschi, che lo avevano preso per un partigiano. In via Rasella il generale Kurt Mälzer, che nel frattempo era giunto sul posto, richiese la disponibilità delle forze di polizia italiane, così Caruso rientrò a via Veneto per dirigere le indagini..

I comandi tedeschi stabilirono di operare la rappresaglia in risposta all'attentato e di condurre alla fucilazione prigionieri, che erano già stati condannati a morte, all'ergastolo o che erano sotto processo per reati passibili di condanna capitale.. Verificato un numero insufficiente di prigionieri con tali "requisiti" nelle carceri tedesche di via Tasso,. Caruso fu chiamato da Herbert Kappler, comandante tedesco della Gestapo di Roma, a stilare un elenco di almeno altre 80 persone da giustiziare.. Caruso protestò per l'elevato numero di vittime richieste e suggerì di abbassare il numero a 50. Nonostante il parere negativo di Kappler, Caruso replicò che per il momento si sarebbe dovuto accontentare di 50 nominativi..

Al riguardo Caruso dichiarò, nell'udienza del 20 settembre 1944, che in ogni caso avrebbe dovuto parlare della sua proposta con la massima autorità politica cui rispondeva, ovvero il ministro dell'interno della RSI Guido Buffarini Guidi, che sapeva essere a Roma all'Hotel Excelsior. Intanto, diramò l'ordine alla polizia di proseguire le indagini in via Rasella e di arrestare eventuali sospetti. Nella sua deposizione al processo, Caruso così ricostruì gli accadimenti: "Nelle prime ore del mattino per scaricarmi da questa grave responsabilità andai da Buffarini Guidi all'Albergo Excelsior. Là ci furono delle difficoltà perché il ministro dormiva. Forzai la consegna. Egli mi ricevette a letto. Gli dissi quello che era successo, cioè che Kappler mi aveva chiesto prima 80 poi 50 uomini da far fucilare per l'attentato di via Rasella. «Io mi rimetto a voi» dissi. Speravo che il Ministro avesse provveduto direttamente con Kappler. Mi disse "Che cosa posso fare? Bisogna che tu glieli dia se no chissà cosa succede. Sì, sì, dalli".

Rientrato in questura, Caruso fu richiamato da Kappler, il quale gli ricordò di essere sempre in attesa della lista e che nella compilazione sarebbe stato affiancato da Pietro Koch.. Caruso replicò di non avere un numero sufficiente di prigionieri con i requisiti richiesti da Kappler, così quest'ultimo suggerì di inserire anche dei nominativi di ebrei. Caruso diede quindi ordine di stilare una lista provvisoria.

Quando il 24 marzo incominciò l'eccidio delle Fosse Ardeatine la lista in preparazione presso la polizia italiana non risultava ancora pronta, pertanto Kappler decise di far prelevare i prigionieri dai propri uomini direttamente dal carcere di Regina Coeli.. Il sottotenente Tunnat, esasperato dai ritardi della polizia italiana nel compilare la lista, decise di prelevare a casaccio una trentina di prigionieri.. Caruso fu allertato telefonicamente dal commissario Raffaele Alianello, e i due funzionari di polizia decisero quindi di operare la sostituzione dei nominativi presenti nella lista con quelli che erano appena stati prelevati dai tedeschi. L'operazione di sostituzione fu lasciata nelle mani del commissario Alianello e del direttore del carcere Donato Carretta. Da un controllo risultavano undici gli uomini prelevati e non figuranti sulla lista, quindi si operarono le undici sostituzioni. Alianello eliminò anche gli otto nominativi degli ebrei presenti in lista, poiché a suo giudizio non avevano responsabilità,. e in accordo con Carretta fu escluso anche un nominativo che i due funzionari ritennero "meno colpevole". Per raggiungere le undici sostituzioni Carretta escluse un condannato che si trovava in infermeria e un altro che non era all'interno del carcere.

Sempre nell'udienza del 20 settembre 1944, durante la sua deposizione Caruso ebbe a dichiarare di non aver preparato lui direttamente la lista delle persone da giustiziare, in parte redatta da Pietro Koch, e che per completarla dette incarico al capo della polizia Ferrara, sostenendo di non conoscere nessuno dell'elenco a eccezione di Maurizio Giglio, e inoltre di aver appreso per telefono dal commissario Alianello che erano state operate 10 sostituzioni dalla lista predisposta.

Il 4 giugno 1944, mentre gli anglo-americani si apprestavano a entrare in Roma, Caruso, alla guida di una delle ultime autocolonne,. si dirigeva verso nord con un'Alfa Romeo.. La vettura di Caruso perse il contatto con la colonna a causa delle ripetute incursioni aeree alleate, perdendosi nella zona del lago di Bracciano; nel tentativo di sfuggire ai mitragliamenti aerei, andò a scontrarsi con un albero. Caruso, assieme a un milite a bordo, rimase ferito, riportando la frattura del femore e altre ferite più lievi. Un'ambulanza tedesca lo trasportò all'ospedale di Viterbo. Nessuno fece caso all'identità del ferito, con l'eccezione di un avvocato romano, casualmente presente, che lo riconobbe. Partiti i tedeschi, che non lo potevano portare con loro, Caruso attese l'arrivo degli Alleati, che lo presero prigioniero e lo avviarono al carcere di Regina Coeli. dopo una breve degenza presso l'ospedale di Bagnoregio.

Il processo contro Caruso

Il linciaggio di Carretta

La notizia dell'imminente processo a Caruso ebbe ampia eco a Roma e presto sui muri della città comparve la scritta "Morte a Caruso".. La notte del 18 settembre 1944, Caruso fu trasportato al Palazzo di Giustizia e alloggiato in una stanzetta dove era stata sistemata una branda. Il processo si sarebbe dovuto aprire ufficialmente il 18, ma poco prima del suo inizio la folla, aizzata da Maria Ricottini che urlava di aver avuto un figlio ucciso alle Fosse Ardeatine, invase l'aula del Palazzo di Giustizia e, non trovandolo nella sala, se la prese con Donato Carretta, ex direttore del carcere di Regina Coeli, presente in aula come testimone d'accusa.

Carretta fu malmenato e legato ai binari del tram perché il mezzo gli passasse sopra, ma il conduttore si rifiutò di compiere tale manovra. Carretta fu quindi gettato nel Tevere, colpito a morte con un remo di un'imbarcazione, e successivamente appeso a testa in giù all'entrata di Regina Coeli.. Solo in seguito, secondo alcune fonti, si venne a sapere che in realtà Maria Ricottini aveva mentito e, oltre a non aver nessun parente morto alle Fosse Ardeatine, non aveva nemmeno figli.