Il Graal (scritto talora anche Gral) o, secondo la tradizione medievale, il Sacro Graal o Santo Graal, è la leggendaria coppa con la quale Gesù celebrò l'Ultima Cena e nella quale Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue sgorgato dal suo costato trafitto dalla lancia del centurione romano Longino durante la crocifissione.

Il termine si suppone derivi dal latino medievale gradalis o dal greco κρατήρ (kratḗr «vaso») e designa in francese antico una coppa o un piatto.Nel sud-ovest della Francia si usava il termine gardale, nella Svizzera romancia gral; nel catalano antico gradal-greala e nel castigliano antico grial. La variante provenzale-occitanica è grazal o grasal che s'incontra dalla metà del XII secolo e sopravvive nei dialetti neolatini come nel dialetto savoiardo grolla (Franco Cardini, Massimo Introvigne, Marina Montesano, Il Santo Graal, Giunti editore, 2006, pag. 26). Il termine italiano corrispondente è gradale.Lemma "gradale" in A. Gabrielli, Grande dizionario italiano, Hoepli, 2015.

Da un punto di vista simbolico, il Graal allude al possesso di una conoscenza esoterica o iniziatica, che da un lato viene elargita gratuitamente da Dio, ma dall'altro comporta una conquista riservata a coloro in grado di accoglierne il mistero, degni dell'enorme potere magico in essa racchiuso.. Come sintetizzato da Étienne Gilson:

La leggenda Lo sviluppo della leggenda del Graal è stato tracciato in dettaglio dalla ricerca storiografica: si tratterebbe di una tradizione orale gotica, derivata forse da alcuni racconti sotto forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII secolo. Gli antichi racconti sul Graal, dotato di poteri miracolosi come la guarigione, il ringiovanimento, l'abbondanza, sarebbero stati imperniati sulla figura di Parsifal e del re Pescatore, per poi intrecciarsi con il ciclo arturiano.Lo scrittore Orazio Antoniazzi scrive: "Diversi studiosi sono concordi nell'ipotizzare che le origini dei racconti del Graal debbano collocarsi in ambiente persiano, nel linguaggio letterario delle fiabe orientali, e nel contesto religioso del mazdeismo. Effettivamente i riferimenti a termini e costumi orientali sono spesso evidenti, soprattutto per quanto riguarda nomi di luoghi e descrizioni e collocazioni geografiche". Vedi Il Santo Graal, la verità sulla tradizione del calice di Cristo, Società Europea di Edizioni Spa - Il Giornale, 2020, pag. 14).

Origini precristiane Il mito del calice o piatto di Gesù Cristo affonderebbe le sue radici in epoche remote antecedenti al Medioevo, Riedizione a cura di Nicola Bizzi, Aurora Boreale, 2022. risalendo ad antiche saghe celtiche intorno ad un eroe viaggiatore che si ritrova in un "altro mondo", su un piano magico parallelo al nostro. In questi racconti il Graal era semplicemente un piatto o una coppa, come l'inesauribile cornucopia greco-romana, rappresentato per significare la natura spirituale dell'aldilà..

Fu solo dopo che il ciclo dei romanzi del Graal si fu costituito, che la coppa venne identificata con quella dell'ultima cena di Gesù Cristo, collegando l'etimologia dei termini francesi san greal («Sacro Graal») e sang real («sangue reale»).

Tra gli autori di questo collegamento vi è Jacopo da Varagine, il quale nel 1260 circa racconterà nella Legenda Aurea che, durante la prima Crociata (del 1099), i Genovesi trovarono il calice usato da Gesù nell'Ultima Cena.

Uno dei primi reperti a cui si attribuì la leggenda, poi detta "del Graal", fu infatti quello che ad oggi viene chiamato il Sacro Catino: si tratta di un vaso, intagliato in una pietra verde brillante e traslucida, recuperato dal condottiero della Repubblica di Genova Guglielmo Embriaco Testadimaglio dalla Terrasanta, quando al fianco di Goffredo di Buglione contribuì in maniera decisiva alla caduta di Gerusalemme. Re Baldovino fece scrivere sopra la porta del Santo Sepolcro: Praepotens Genuensium Praesidium, a ricordo della incredibile impresa dei Genovesi, e riportò nel 1101 il reperto, che è ancor oggi conservato al Museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo a Genova.

Il Canone letterario del Graal

I romanzi del Graal furono originariamente scritti in francese e successivamente tradotti nelle altre lingue europee, senza l'aggiunta di nuovi elementi.

Il Parsifal di Chrétien Il Graal appare per la prima volta sotto forma letteraria nel Perceval ou le conte du Graal di Chrétien de Troyes (XII secolo). In questo racconto il Graal non viene definito "sacro" e non è ancora identificato col Calice contenente il Sangue di Cristo. Non si sa neppure di preciso che forma abbia perché Chrétien, descrivendo il banchetto nel castello del Re Pescatore, dice semplicemente che «un graal antre ses deus mains / une dameisele tenoit» («un graal tra le sue due mani / una damigella teneva») e descrive le pietre preziose incastonate nell'oggetto d'oro. Il Graal viene citato di nuovo in una delle scene finali, quella in cui un eremita rivela a Perceval che il Graal reca un'Ostia, nutrimento spirituale, per il padre del Re Pescatore.Secondo alcuni questa scena potrebbe essere un'aggiunta spuria. Cfr. J. Vendryes, Il Graal nel ciclo bretone, in .

Il racconto del Re Pescatore riguarda un re zoppo la cui ferita alla gamba rende la terra sterile. L'eroe (Gawain, Percival, o Galahad) incontra il re pescatore ed è invitato ad una festa al castello. Il Graal è ancora presentato come un vassoio di abbondanza ma è anche parte di una serie di reliquie religiose, tra cui una lancia che stilla sangue (da alcuni interpretata come la Lancia di Longino) ed una spada spezzata. Lo scopo delle reliquie è di incitare l'eroe a porre domande circa la loro natura e quindi rompere l'incantesimo del re infermo e della terra infruttuosa, ma l'eroe invariabilmente fallisce nell'impresa.

Giuseppe d'Arimatea di Robert de Boron Fu Robert de Boron, nel suo Joseph d'Arimathie composto tra il 1170 e il 1212, ad aggiungere il dettaglio, non presente nei Vangeli canonici né negli apocrifi,Jessie Weston afferma che la storia dell'origine cristiana del Graal «non regge di fronte al fatto sconcertante che non c'è nessuna leggenda cristiana riguardo a Giuseppe d'Arimatea ed il Graal. Non vi è nessuna traccia della storia né nel mito né nell'arte; essa non esiste al di fuori della letteratura del Graal, è una invenzione romanzesca senza una autentica tradizione» (). che il Graal sarebbe la coppa usata nell'Ultima Cena, la stessa nella quale Giuseppe d'Arimatea avrebbe poi raccolto le gocce di Sangue del Cristo sulla croce, uscite dalla ferita infertagli dal centurione, poco prima che il suo Corpo venisse lavato e preparato per essere sepolto.

Giuseppe avrebbe quindi lasciato la Palestina per rifugiarsi nelle Isole britanniche, portando con sé il Sacro Graal,Freculfo di Lisieux nel suo Chronicon racconta che Giuseppe d'Arimatea, nel 63 d.C., si recò da San Filippo in Gallia e da qui, si spostò in Inghilterra. (Freculfus Chronicorum libri duo a cura di E. Grunauer con il titolo di De fontibus historiae Freculfi, Winterthur, 1864) raggiungendo la valle di Avalon (identificata già con Glastonbury) che sarebbe diventata la prima Chiesa Cristiana oltre la Manica.

Qui lui avrebbe affidato il Graal al proprio cognato di nome Hebron, detto anche il «Re Pescatore», il quale a sua volta l'avrebbe trasmesso ai suoi discendenti, ognuno denominato col suo stesso titolo in qualità di custode della sacra reliquia.

Il Parsifal di Eschenbach Una successiva interpretazione del Graal è quella che si trova nel Parzival di Wolfram von Eschenbach (1210), secondo il quale il Graal sarebbe una pietra magica (lapis exillis) che produce ogni cosa che si possa desiderare sulla tavola in virtù della sua sola presenza.

Questa pietra sarebbe caduta dalla corona di Lucifero, staccatasi precisamente nello scontro fra gli angeli del bene e del male, cadendo sulla Terra.

La Queste del Saint-Graal La cristianizzazione della leggenda del Graal è proseguita dalla Queste del Saint-Graal, romanzo anonimo scritto verso il 1220, probabilmente da un monaco, che identifica il Graal con la Grazia divina.

Ciclo arturiano

Vari cavalieri intrapresero la ricerca del Graal in racconti annessi al ciclo arturiano. Alcuni di questi racconti presentano cavalieri che ebbero successo, come Parsifal o Galahad; altri raccontano di cavalieri che fallirono nell'impresa per la loro impurità, come Lancillotto. Nell'opera di Wolfram von Eschenbach, il Graal fu messo in salvo nel castello segreto di Munsalvaesche (mons salvationis) o Montsalvat, affidato a Titurel, il primo re del Graal. Alcuni hanno identificato il castello con il Monastero di Montserrat in Catalogna.

Anche la storia del Re pescatore, legata al Graal da Chrétien de Troyes, fu più tardi incorporata nel ciclo arturiano. In principio il racconto del re pescatore fu un episodio inserito prima dell'arrivo di Parsifal a Camelot, per poi evolvere in una esplicita ricerca del Graal da parte dei dodici cavalieri della Tavola Rotonda.

La leggenda del Graal è riportata successivamente in racconti popolari gallesi, dei quali il Mabinogion è il più vecchio dei manoscritti sopravvissuti (XIII secolo). Esiste anche un poema inglese Sir Percyvelle del XV secolo. In seguito le leggende di re Artù e del Graal furono collegate nel XV secolo da Thomas Malory nel Le Morte d'Arthur (anche chiamato Le Morte Darthur) che diede al corpus della leggenda la sua forma classica.

Significati esoterici Secondo René Guénon, il Graal simboleggia l'integrità della Tradizione iniziatica, cioè di una sapienza perenne, e il suo smarrimento il carattere nascosto di quest'ultima, che può essere ritrovata solo da chi ne possegga le chiavi. Egli accenna in proposito a un duplice significato:

Per Julius Evola si tratta anche di un simbolo della spiritualità ghibellina, di natura regale e guerriera, contrapposta alla religiosità exoterica di tipo ecclesiastico.Franco Cardini, Massimo Introvigne, Marina Montesano, Il Santo Graal, Firenze, Giunti, 2006, pag. 135.

Simbolismo del Sole e della Luna

Sempre in ambito esoterico, il dualismo di significati del Graal è stato ricondotto tra i Rosacroce anche all'iconografia medievale della discesa del Cristo-Sole nel calice della Luna.Trevor Ravenscroft, La Lancia Del Destino, Mediterranee, 2001, pag. 308.

Rudolf Steiner, ad esempio, collega l'immagine del Graal presentato nel Parsifal col mistero dell'eucaristia, sia a livello macrocosmico che microcosmico. Come l'eremita indicò a Parsifal la via del Graal nei giorni precedenti la Pasqua, periodo in cui, ad ogni Venerdì Santo, un'ostia discende dal Cielo, così l'umanità viene indirizzata al simbolo astronomico della Luna che si fa coppa per accogliere lo Spirito del Sole. La falce dorata di Luna che riflette i raggi solari, infatti, sorregge sopra di sé gli influssi invisibili del Sole penetrati attraverso la materia nella parte lunare in ombra. La luce fisica che viene respinta delinea la coppa del Graal, quella spirituale occulta invece viene accolta nel disco oscuro a formare l'Ostia sacra.

Non a caso la Pasqua fu stabilita nella domenica dopo la prima luna piena di primavera, che descrescendo verso la falce inizia a scomparire rivelando in maniera occulta il Cristo-Sole, entrato viceversa nella sua fase ascendente dell'anno.

La carne e il sangue di Cristo sono per Steiner i due sacrifici con cui il suo Spirito si riversa nel Graal: il grano assomma in sé le forze cosmiche che sin dalle origini hanno agito sulla Terra, e la cui assunzione viene fatta in ricordo del Logos primigenio, «in memoria di Me»; il vino rappresenta invece la «Nuova Alleanza», il sangue accolto come un seme dalla Terra, la quale si fa essa stessa vaso, destinato a contenere lo Spirito del Sole, diventando il nuovo centro del cosmo. Da questo germe nascerà l'archetipo spiritualizzato dell'essere umano, non più legato alla materialità del grano.