LUniversità della Svizzera italiana (USI) è un'università pubblica svizzera con sede principale a Lugano e sedi a Mendrisio e Bellinzona, nel Canton Ticino. Istituita nel 1995 e attiva dal 1996, è l'unico ateneo pubblico svizzero in cui l'italiano è lingua ufficiale dell'insegnamento, accanto a un'offerta formativa comprendente numerosi programmi in lingua inglese.

L'ateneo occupa una posizione specifica nel sistema universitario svizzero, in quanto rappresenta la componente universitaria della Svizzera italiana e costituisce un punto di raccordo tra l'area italofona, il contesto accademico confederale e le reti scientifiche internazionali. Conta 4.749 studenti nel 2025, provenienti da oltre 100 Paesi, con una quota di studenti internazionali pari a circa il 60%.

L'USI comprende cinque facoltà: comunicazione, cultura e società, scienze economiche, scienze informatiche, scienze biomediche e architettura, quest'ultima con sede presso l'Accademia di architettura di Mendrisio. Al campus di Lugano è inoltre affiliata la Facoltà di Teologia di Lugano. L'ateneo è integrato nel sistema universitario svizzero attraverso swissuniversities ed è membro della European University Association.

Nel 2024 l'USI è stata collocata al nono posto mondiale nella graduatoria THE World's Best Small Universities di Times Higher Education, dedicata agli atenei con meno di 5.000 studenti. Nelle classifiche disciplinari del QS World University Rankings è presente nell'ambito Economics & Econometrics, con risultati rilevanti negli indicatori relativi alle citazioni scientifiche e alla reputazione accademica.

Storia Origini e iniziative precedenti di istruzione superiore Nel 1588 un documento conservato presso l'Archivio di Stato della città di Lucerna attesta l'esistenza di un progetto per l'istituzione di un centro di studi superiori a Lugano. L'iniziativa, promossa inizialmente dai Padri Somaschi e successivamente ripresa dalla Compagnia di Gesù, si inseriva nel contesto della diffusione dell'istruzione superiore di matrice cattolica nell'area alpina e prealpina tra XVI e XVII secolo, in rapporto alle esigenze formative del clero e ai processi di riorganizzazione culturale seguiti al Concilio di Trento. Il progetto prevedeva la creazione di un collegio con funzioni di insegnamento filosofico e teologico, ma non giunse alla fase di realizzazione a causa di ostacoli politici, finanziari e logistici, oltre che della complessa articolazione istituzionale dei cantoni confederati e dei baliaggi italiani.

Nel corso dell'età moderna e fino alla fine del Settecento non si registrarono ulteriori tentativi strutturati di fondazione universitaria nel territorio ticinese. La dipendenza amministrativa dai cantoni sovrani, la frammentazione istituzionale dell'area e la presenza di sedi accademiche consolidate nelle regioni vicine, in particolare Milano e Pavia, limitarono la possibilità di costituire un centro autonomo di alta formazione. Il tema riemerse con maggiore continuità dopo la nascita dello Stato federale svizzero e il progressivo rafforzamento delle istituzioni cantonali.

Nel 1844 il Gran Consiglio del Ticino approvò un progetto per la creazione di un'accademia superiore cantonale, elaborato da Stefano Franscini, figura centrale del liberalismo ticinese e promotore di una riforma complessiva dell'istruzione pubblica. Il progetto mirava a istituire un centro di formazione avanzata capace di rispondere alle esigenze culturali, amministrative e professionali del Cantone, in un'ottica di integrazione con il sistema educativo federale. La sua attuazione fu tuttavia ostacolata da difficoltà finanziarie e dalle rivalità politiche e territoriali tra Locarno, Bellinzona e Lugano, ciascuna delle quali aspirava a ospitare la futura istituzione accademica.Elio Ghirlanda, Relazione sul Centro Universitario della Svizzera Italiana, in Scuola Ticinese, vol. XV, n. 128, marzo 1986, pp. 3-10.

Nel corso del Novecento il tema della creazione di un'università o di un istituto universitario nella Svizzera italiana rimase ricorrente nel dibattito politico e culturale cantonale. Furono elaborati diversi progetti, tra cui una Scuola Superiore di cultura italiana, una Scuola Superiore della Svizzera italiana e un Istituto di Cultura della Svizzera italiana, destinati rispettivamente alla promozione degli studi umanistici, della formazione superiore e della ricerca sulla specificità culturale del territorio. Nessuna di queste iniziative superò la fase progettuale, soprattutto per l'assenza di un consenso istituzionale stabile e di risorse finanziarie adeguate.

Questi tentativi contribuirono tuttavia a consolidare l'idea di una presenza universitaria autonoma nella Svizzera italiana, ponendo le basi culturali e politiche per i progetti elaborati nella seconda metà del Novecento.

Il dibattito pubblico tra anni Settanta e anni Ottanta

Negli anni Settanta maturò nel Canton Ticino un nuovo progetto volto alla creazione di un'istituzione accademica di livello superiore, denominata Centro Universitario della Svizzera Italiana (CUSI). L'iniziativa si collocava nel dibattito politico e culturale sulla necessità di dotare la Svizzera italiana di un proprio polo di alta formazione, capace di rispondere alle specificità linguistiche, culturali ed economiche del territorio. Il CUSI era concepito principalmente come centro di formazione post-universitaria e di ricerca avanzata, con attenzione alle scienze regionali, alle discipline umanistiche, agli studi interdisciplinari e alla formazione continua di quadri amministrativi e professionali.

Il progetto fu sostenuto dal consigliere di Stato Carlo Speziali, allora responsabile del Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport. Dopo un lungo iter preparatorio e un ampio confronto pubblico, il disegno istituzionale del CUSI fu approvato dal Gran Consiglio del Ticino nella seduta dell'11 dicembre 1985. L'approvazione parlamentare sancì per la prima volta un impegno formale del Cantone a favore della creazione di una struttura universitaria autonoma, seppur con funzioni inizialmente limitate e complementari rispetto alle università federali e cantonali esistenti.Gran Consiglio del Cantone Ticino, Messaggio concernente l'istituzione del Centro Universitario della Svizzera Italiana, Atti parlamentari, Bellinzona, 1985.

L'iniziativa incontrò una significativa opposizione politica e civile. Un comitato referendario, guidato dall'avvocato Augusto Bolla e dal deputato UDC Giovanni Maria Staffieri, contestò l'opportunità del progetto, sollevando perplessità in merito ai costi, alla sostenibilità istituzionale e alla necessità di una nuova struttura universitaria nel contesto ticinese. Il comitato raccolse le firme necessarie per sottoporre la decisione del Gran Consiglio a referendum popolare.

La consultazione ebbe luogo il 20 aprile 1986. Con un'affluenza alle urne pari al 41,5%, il corpo elettorale respinse il progetto del CUSI con voti contrari e voti favorevoli. L'esito segnò una battuta d'arresto nel percorso verso la fondazione di un'università nella Svizzera italiana, ma contribuì a chiarire le resistenze politiche, finanziarie e territoriali che avrebbero dovuto essere affrontate nei successivi tentativi di fondazione universitaria.Fabio Pontiggia, I 20 anni dell'Università, in Corriere del Ticino, 21 ottobre 2016, pp. 2-5.

Le iniziative federali e cantonali degli anni Novanta All'inizio degli anni Novanta il tema della creazione di un'istituzione universitaria nella Svizzera italiana tornò al centro del dibattito politico, culturale e accademico cantonale. Il contesto era segnato da una rinnovata attenzione per la formazione superiore e dal riconoscimento del pluralismo linguistico come elemento costitutivo della Confederazione Svizzera. Nel maggio 1990 un gruppo di studiosi, professionisti e intellettuali attivi nel Cantone pubblicò sul quotidiano Libera Stampa un manifesto a favore della fondazione di un'università nella Svizzera italiana, richiamando la necessità di rafforzare la presenza accademica della lingua italiana nel sistema universitario nazionale.Fabio Pontiggia, I 20 anni dell'Università, in Corriere del Ticino, 21 ottobre 2016, p. 2.

Un sostegno rilevante giunse anche dal livello federale. Il consigliere federale Flavio Cotti, originario del Canton Ticino, intervenne pubblicamente a favore del progetto in un discorso tenuto a Poschiavo il 27 ottobre 1990, nel quale collegò la questione universitaria ticinese al valore del multilinguismo e alla rappresentanza equilibrata delle lingue nazionali nella vita culturale e scientifica della Confederazione.Fabio Pontiggia, I 20 anni dell'Università, cit., p. 2.

In questo contesto il Consiglio di Stato del Canton Ticino affidò all'architetto e urbanista Pier Giorgio Gerosa l'incarico di elaborare studi e proposte sulla politica universitaria cantonale. I documenti, presentati tra il 1991 e il 1993, delineavano un modello di università articolato in più facoltà, integrato nel sistema accademico svizzero e orientato a settori coerenti con le esigenze culturali, economiche e professionali del territorio. Le proposte di Gerosa contribuirono a definire il quadro istituzionale, urbanistico e infrastrutturale entro il quale si sarebbe sviluppato il progetto universitario ticinese.Pier Giorgio Gerosa, Analisi e Proposte per lo Sviluppo della Politica Universitaria Cantonale, Dipartimento della Pubblica Educazione, Bellinzona, 1991.

Parallelamente prese forma il progetto di un'accademia ticinese di architettura. L'iniziativa, elaborata tra il 1992 e il 1994 attorno alla figura di Mario Botta, fu sostenuta dal consigliere di Stato Giuseppe Buffi e dal sindaco di Mendrisio Carlo Croci, e mirava a istituire in Ticino un centro universitario dedicato all'architettura e alle discipline del progetto. La proposta, non accolta nella sua formulazione federale originaria, trovò nel Cantone un terreno favorevole, anche per la presenza di una tradizione architettonica e professionale radicata nel territorio.

Nello stesso periodo la città di Lugano, guidata dal sindaco Giorgio Giudici, promosse un progetto universitario fondato su due facoltà, scienze economiche e scienze della comunicazione. L'elaborazione scientifica fu affidata a una commissione composta da Mauro Baranzini, Sergio Cigada e Lanfranco Senn, alla quale si aggiunsero in seguito Luigi Dadda e Remigio Ratti. Il progetto luganese intendeva creare un'istituzione universitaria capace di inserirsi nel sistema svizzero della formazione superiore e di rispondere alle caratteristiche economiche, sociali e linguistiche della Svizzera italiana.

La proposta luganese si collegò alla disponibilità di un'area urbana già strutturata, situata nell'ex sede dell'Ospedale Civico di Lugano. Il complesso, posto nell'attuale via Giuseppe Buffi e nel quartiere di Molino Nuovo, era sorto come nuovo ospedale cittadino all'inizio del Novecento, in sostituzione della precedente sede storica dell'Ospedale Civico, collocata lungo via della Posta e collegata alle chiese di Santa Maria Incoronata e Santa Marta. L'edificio principale, progettato da Giuseppe Ferla, fu destinato alle funzioni ospedaliere dal 1909 al 1980 e costituì per gran parte del XX secolo una delle principali strutture sanitarie pubbliche della città. La cessazione delle funzioni ospedaliere nell'edificio storico si inserì nella riorganizzazione delle strutture sanitarie luganesi e cantonali. Dopo l'inaugurazione della nuova sede dell'Ospedale Civico nel 1980, il sistema ospedaliero ticinese fu ulteriormente ridefinito con l'istituzione dell'Ente ospedaliero cantonale nel 1982 e con la costituzione, nel 1983, dell'Ospedale Regionale di Lugano, nato dall'integrazione dell'Ospedale Civico e dell'Ospedale Italiano nell'organizzazione sanitaria cantonale.