Il Governo dei Nove fu una delle principali magistrature della Repubblica di Siena, in carica dal 1287 al 1355. La Repubblica di Siena costituita da questa amministrazione fu definita anche come il buon governo, che restò in carica fino al 1355 quando si concluse a causa di gravi crisi economiche, carestie ed epidemie. Il Governo dei Nove cadde, venendo sostituito dal Governo dei Dodici (cioè un governo di dodici rappresentanti del popolo, assistito da dodici nobili).
Fu per Siena un momento di grande splendore politico ed economico: vennero aperti nuovi e numerosi cantieri, tra i quali quello del duomo, edificati molti palazzi, incluso il Palazzo Pubblico, e completata una parte consistente della cinta muraria.
La città nel periodo del governo guelfo dei Nove Il governo dei Nove fu di parte guelfa e rappresentò la fine della Siena di parte ghibellina instaurando buoni rapporti con Firenze e con la Valdelsa guelfa. I confini del territorio senese, nel periodo dei Nove, non erano ben definiti. Siena cercava di dominare e controllare anche i territori che si trovavano entro un raggio di circa cinquanta chilometri dal centro della città. I suoi confini si estendevano verso Massa Marittima e Grosseto fino al Tirreno e alla Maremma.
La città si distendeva su tre colline disposte a forma di Y rovesciata, le quali determinavano la divisione della città nei tre più importanti distretti amministrativi. A sud-ovest vi era il centro della città, ove sorgeva il Duomo. I tre Terzi erano a loro volta suddivisi in distretti minori chiamati contrade, popoli o lire.
Governo I Nove I Nove erano i componenti della Giunta della Repubblica di Siena, costituita da un ceto medio, uno strato sociale ampio, comprensivo di commercianti e artigiani capaci di governare la città insieme con i propri interessi. Con i noveschi si ebbe una repubblica progressiva che riservava il governo a persone ragionevoli, dal buon senso imprenditoriale. Veniva meno in questo periodo l'idea che potremmo definire "monarchia", del servizio a un signore, sostituita dalla concezione che la cittadinanza era al centro degli interessi dei governanti, considerati rappresentanti del popolo e della città. Da qui la ricorrente denominazione nei documenti ufficiali dei Nove: "governatori e difenditori del Comune e del popolo di Siena".
Nel febbraio del 1287 fu istituito il Governo dei Nove. Il primo gruppo fu un caso speciale: il Podestà e i Consoli della Mercanzia scelsero sei componenti, due da ogni Terzo della città, e i sei prescelti ebbero il compito di eleggere i tre rimanenti, uno da ogni Terzo. Da quel momento a scadenza bimestrale, dovevano essere scelti altri nove durante riunioni segrete del Concistoro (assemblea dei Nove e altri ordini della città: i quattro provveditori di Biccherna, i quattro consoli della Mercanzia e i tre consoli dei Cavalieri o Capitani di parte) in presenza di almeno tre consoli di Mercanzia e del Capitano del Popolo. Nel corso dei settanta anni di questo governo si susseguirono due-tremila persone diverse a ricoprire la massima carica, scelte tra quelle più di spicco della società, che si distinguevano per le loro grandi capacità manageriali e che potevano così garantire il buon governo. Ogni componente poteva essere rieletto solo dopo un periodo di vacatio, ossia di allontanamento dalla carica, di venti mesi. Era inoltre vietata la contemporanea presenza in giunta di parenti e affini ma anche soci di ditte commerciali.
Dal 1318 in poi, la forma di elezione cambiò e i Nove furono scelti per votazioni. Il consiglio comunale aveva il compito di selezionare e votare tra elenchi di nominativi, quelli ritenuti idonei. I nomi dei più votati venivano inseriti in cedole rinchiuse in pallottole di cera da estrarre bimestralmente, ogni qual volta si dava inizio a un nuovo mandato.
Il bossolo dei “soluti” raccoglieva i nomi dei candidati utili a sostituire coloro che per motivi più svariati (morte, allontanamento) non potevano più far parte del governo.
Il sistema dei bossoli, istituito a Siena, fu usato fino al '700 e costituì un valido modo di elezione in quanto dava possibilità a un vario numero di cittadini di accedere al governo, impedendo incrostazioni di potere.
L'uso dei bossoli, dei quali si possono ammirare alcuni esemplari nel Museo Civico, (messi li più che altro come elementi di antiquariato e arte e non per l'effettiva importanza che assunsero) avevano garantito la rotazione delle cariche e quindi la democratizzazione. Una rotazione che permetteva di attuare modifiche all'avvicendamento di persone, nel caso in cui qualcuno fosse poco raccomandabile, non idoneo o comunque poco esperto per il mandato.
Per tutta la durata della carica, i Nove risiedevano per scelta del Consiglio cittadino nel Palazzo comunale, separati dalle loro famiglie e mangiando a spese pubbliche. In questa maniera essi potevano esercitare al meglio gli incarichi, evitando tentazioni e influenze esterne; era loro consentito allontanarsi dal palazzo solo per occasioni specifiche e comunicare con il pubblico solo per via ufficiale.
I Nove come difensori del Comune e del popolo di Siena dovevano necessariamente difendere questa dalle prepotenze e dall'alterigia dei cosiddetti Magnati, ossia delle più potenti e ricche famiglie senesi. Queste furono tenute lontane dal governo e i loro castelli tenuti sempre in continua osservazione così come risulta anche dall'osservazione degli affreschi conservati nel Palazzo del Comune. Con i Nove si ebbero cicli governativi brevi, ma capaci di governare con efficacia.
Il Bene Comune e interesse pubblico I Nove operavano per il “Bene Comune”, ossia da un lato furono i difensori del popolo spicciolo, degli umili, costruendo tuttavia un governo popolare affidato a mercanti e banchieri, ma anche a commercianti al minuto e artigiani. I nobili non furono del tutto allontanati dalla città ma solo dal governo. Essi infatti potevano far parte del consiglio comunale, rappresentavano una parte importante della società, la ricchezza della città, e per tanto andavano rispettati. A questi oltretutto erano riservate peculiari regole di diritto penale (esempio godevano di condizioni migliori nelle carceri, ecc). Esclusi dal governo erano anche medici, giuristi e notai, ritenuti cittadini pericolosi al buon funzionamento di questo, in quanto con la loro cultura avrebbero potuto ledere l'equilibrio fra le classi e operare a loro vantaggio. Queste categorie di lavoratori furono tuttavia impiegate largamente nell'amministrazione per le loro competenze.
Il concetto di Bene Comune è riscontrabile anche in Caterina da Siena, la quale incitava a tendere verso questo i difensori del comune. Testimonianza di ciò è una lettera scritta ad Andrea di Vanni artista, dipintore, allora membro dei Nove:
"A maestro Andrea di Vanni depintore, essendo Capitaneo di popolo di Siena.
[...]Carissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù, io Caterina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi giusto e buono rettore, acciò che si compia in voi l'onore di Dio e il desiderio vostro, el quale so che Dio v'à dato buono, per la sua misericordia.
Ma non veggo il modo che noi potessimo bene reggere altrui, se prima non reggiamo bene noi medesimi.
[...]E così tutte le virtù sonno quelli bandi e condannagioni che 'l giudice in su la sedia de la conscienzia giudica che si dieno a l'affetto de l'anima per punire l'appetito sensitivo, e distrugere l'affetto del vizio, dicapitando la propria volontà, come detto è. Or così tiene ragione a l'anima, rendendole il debito de la virtù. Àlla posta in signoria come donna, e la sensualità tiene come serva: per questo modo rende il debito de l'onore a Dio, e la dilezione de la carità al prossimo.
[...]Ma il giusto per neuna cosa lassa, anco, giusta el suo potere l'osserva cercando, in ciò che egli à a fare, l'onore di Dio, la salute de l'anima sua e il bene universale d'ogni persona; consigliando schiettamente e mostrando la verità quanto gli è possibile.
Così debba fare, a voler mantenere sé e la città in pace, e conservare la santa giustizia, ché solo per la giustizia, la quale è mancata, sonno venuti e vengono tanti mali.
E però io, con desiderio di vederla in voi e mantenerla ne la città nostra, regerla e governarla con ordine, dissi ch'io desideravo di vedervi giusto e vero governatore: la quale giustizia se prima non si comincia da sé, come detto è, già mai nel prossimo non la poterebbe osservare in veruno stato che fusse. Adunque v'invito e voglio che con ogni solicitudine ordiniate sempre voi medesimo, come detto è, acciò che facciate compitamente quello per che la divina bontà ora v'à posto. Ponetevi sempre Dio dinanzi agli occhi vostri in tutte le cose che avete a fare, con vera umilità, acciò che Dio sia gloriato in voi, etc.
Permanete etc. Gesù dolce, Gesù amore."
Organizzazione del Comune Il Comune e il popolo furono i punti focali di questo governo.
Il Comune rappresentava la cittadinanza, i suoi membri una volta nominati, avevano il dovere di essere presenti a ogni seduta, coprivano tale carica per sei mesi ed erano tutelati da persecuzioni in caso di opinioni espresse poco gradite al governo. I componenti dell'assemblea comunale erano scelti dai Nove, assistiti dai dirigenti della Biccherna (ufficio finanziario del comune), i consoli della Mercanzia e i consoli dei Cavalieri.
Il dualismofra comune e il popolo spiega l'esistenza di due differenti équipe giudiziarie e di polizia costituite da forestieri che vivevano appartati in città, i Magnati. L'équipe giudiziaria del comune era guidata dal podestà, quella del popolo dal capitano. Queste squadre avevano mandato semestrale, al termine del quale erano sottoposte a processo per eventuali responsabilità. Ogni cittadino poteva lamentare scorrettezze o ingiustizie subite. Il Governo vigilava sull'operato di queste équipe senza intromettersi in alcuna questione. Riferiva al Comune i rendiconti delle attività giudiziarie: denunce di reati, condannati, accusatori, ecc., tutto era annunciato durante le sedute di consiglio comunale. Si evidenziarono da ciò le diverse funzioni tra governo e comune. Il Governo controllava, il Comune disponeva, prendeva le decisioni. I Consigli comunali erano presieduti dal maggior sindaco (o il guardiano della Costituzione), il quale tutelava gli interessi del Comune e sovraintendeva alle operazioni di sindacato dei vari uffici. Egli aveva il compito di far rispettare lo statuto quando il consiglio tendeva ad andare in contrasto con esso. Il maggior sindaco era un giudice fiorentino di almeno trenta anni, scelto dai Nove, con mandato di sei mesi.
I Ministeri del Tesoro e della Finanza Biccherna e Gabella, erano affidati a ufficiali con incarico di sei mesi, pertanto anche se erano gli stessi Nove a partecipare alle loro elezioni, il più breve mandato di questi ultimi garantiva poca influenza o pretese sui primi.
Esistevano inoltre degli organi straordinari, nominati per brevi periodi quando si necessitava di figure con competenze specifiche in situazioni di emergenza (es. conflitti bellici) o per predisporre di norme più complesse. Tali erano dette “balie”destinate poi a divenire organi ordinari di governo della Repubblica, nel '400.
Ai membri del governo si univano inoltre il Consiglio dei “richiesti”, che rappresentavano le élite politica del tempo e i “somiglianti” cioè i predecessori dei Nove, dei quali si confidava nell'esperienza.
Si ebbe perciò un Consiglio allargato, cui avevano accesso tutti coloro che avevano fatto parte della giunta di governo, detto Consiglio del Popolo, i quali membri erano a vita. Questo fu il fondamento della Repubblica del '400, che assunse le caratteristiche di un Senato.
Il Costituto volgarizzato del 1310