Nella lingua italiana, per accento distintivo su un monosillabo si intende un accento grafico, la cui funzione non è tanto quella di indicare la pronuncia tronca del monosillabo, quanto il suo valore grammaticale, distinguendolo dagli omografi, così da renderne immediatamente riconoscibile il significato.
In italiano la normativa ortografica non è sempre motivata sul piano logico né coerente, ma si rifà perlopiù a ragioni d'ordine storico o di prevalenza d'uso.
La situazione attuale è così riassumibile:
l'accento è sempre presente su ché (nel senso di perché, poiché, affinché), dà (voce del verbo dare), dì (sinonimo di giorno), è (voce del verbo essere), là e lì (avverbi), né (congiunzione), sé (pronome tonico, ma vedi l'eccezione sotto), sì (avverbio), tè (nome della bevanda); è omissibile su sé quando seguìto da stesso e medesimo, per consolidamento d'uso. Si tratta, tuttavia, di una prassi imposta nell'insegnamento scolastico ritenuta discutibile e senza valida giustificazione grammaticale da molti autoriLuca Serianni, Prima lezione di grammatica, Laterza editore, p. 115-116; è talora usato su dài (imperativo di dare), per evitare confusione con l'altrimenti omografo indicativo (dai); si trova talvolta anche su dò (indicativo di dare), dove però viene generalmente sconsigliato (tranne in caso di raddoppiamento fonosintattico), poiché una confusione con la nota musicale do è improbabile. Era inoltre sempre presente nella grafia priva di h-, oggi obsoleta e sconsigliabile, delle voci del verbo avere ò, ài e àDOP, lemma «avere».
Del tutto agrammaticali sono invece, secondo l'odierna ortografia, le grafie accentate quà e quì, diffuse sino a tutto il Settecento, in quanto la u dopo la q può avere soltanto valore semiconsonantico, /w/, ed è quindi incapace di portare l'accento tonico, il quale non può dunque che ricadere sull'ultima vocale senza problemi di ambiguità di pronuncia.
Ché In italiano, il ché (), nella grafia accentata e con accento sempre acuto, indica o distingue un particolare tipo di che, il quale introduce determinate proposizioni ed è interpretabile di volta in volta come aferesi della congiunzione introducente.
Può introdurre: una proposizione causale, col significato di 'perché, poiché, giacché' e in questo caso regge l'indicativo; una proposizione interrogativa diretta, col significato di 'perché' e in questo caso è propriamente un avverbio interrogativo e regge l'indicativo; una proposizione finale, col significato di 'perché, affinché' e in questo caso regge il congiuntivo. L'accento lo distingue da un che congiunzione generica (che polivalente), o dal pronome relativo, o anche dal che interiettivo con valore esclamativo. L'impiego dell'accento, attestato fin dal XIII secolo, può essere stato indotto anche dalla pronuncia particolarmente vibrata che lo accompagna in tali contesti.
Oggi il ché d'introduzione alle interrogative dirette e alle finali è quasi scomparso, mentre lo si trova usato nelle causali, dove però viene spesso sentito come un generico che subordinante e perciò viene erroneamente scritto senza accento; ma nella scrittura sorvegliata è da evitare la grafia non accentata del ché causale. Come regola pratica per un suo uso corretto ci si deve chiedere se stia introducendo una proposizione causale, interrogativa o finale e se possa essere sostituito rispettivamente da perché, poiché, giacché o affinché: allora andrà scritto con l'accento.
Citazioni
Dal Dizionario d'ortografia e di pronunzia (DOP):
Dal Vocabolario Treccani
Dall'Italiano (Luca Serianni)
Dà In italiano, la grafia «dà» indica la 3ª persona singolare dell'indicativo presente del verbo dare (egli dà) per distinguerla dalla preposizione semplice da.
Oggi le grammatiche migliori,Treccani, Grammatica italiana 2012 all'interno dello stesso paradigma verbale, per la 2ª persona singolare dell'imperativo prevedono la forma dai (tu), o quella apostrofata da (forma apocopata di dai), preferendola alla prima per evitare l'ambiguità con la 2ª persona singolare dell'indicativo presente, mentre la forma dà (tu), tradizionale come per gli altri imperativi monosillabici ancora nell'Ottocento, è prevista solo con raddoppiamento fonosintattico,Così Treccani, mentre altri dizionari registrano tout court anche la forma dà dell'imperativo del verbo dare: DOP Gabrielli, Garzanti, Sabini-Coletti. cosicché non c'è più il problema di distinguerla dalla 3ª persona singolare dell'indicativo presente.
Dèi Il plurale di "dio" è "dèi", con accento grave«dio» sull'Enciclopedia Treccani in linea. L'accento serve a distinguerlo dalla preposizione articolata e partitivo "dei", segnalando inoltre la diversa pronuncia: dèi /dɛi̯/, dei /dei̯/. Particolare è anche l'articolo determinativo irregolare che questa parola prende - gli 'dèi - perché deriva da un originario *gli iddei (cfr. "Iddio").
Dì In italiano, la grafia «dì» indica il sinonimo di "giorno" (dies, da cui dì deriva, è appunto il vocabolo latino per "giorno"), distinto dalla preposizione semplice di, nonché dal nome della lettera D; l'accento serve anche per distinguere questa forma dalla seconda persona dell'imperativo del verbo dire, (tu) di', tuttavia i dizionari suggeriscono anche la grafia «dì», in seconda opzione«Dì» come imperativo del verbo dire nei dizionari: DOP, Deagostini, Garzanti, Sabatini-Coletti,Treccani .
Serianni, per l'imperativo, caldeggia la grafia con l'apostrofo - ammissibile come apocope dell'etimo latino DĪC o volendo anche delle forme enclitiche come dimmi ecc. in cui il complemento di termine è comunque sempre sottinteso in un imperativo del verbo dire - ritenendola opportuna per mantenere distinte le tre grafie del verbo «di'», del sostantivo «dì» e la preposizione «di».
È
In italiano, la grafia «è» ( con accento sempre grave, anche nel derivato «cioè») indica la 3ª persona dell'indicativo del verbo essere (egli è), per distinguerla dalla congiunzione coordinativa e.
Là
In italiano, la grafia «là» indica l'avverbio locativo col valore di 'in quel posto', situato in un luogo terzo rispetto a chi parla e a chi ascolta, per distinguerlo dall'articolo determinativo e dal pronome personale la femminile singolare, e dalla nota la.
Lì
In italiano, la grafia «lì» indica l'avverbio locativo col valore di 'in quel posto', ma più puntuale di là, per distinguerlo dal pronome personale li maschile.
È bene ricordare che nel linguaggio burocratico il "li", che si usa anteporre alle date, non va accentato perché non rappresenta alcun avverbio di luogo; bensì si tratta di un residuo dell'antica forma li (articolo determinativo maschile plurale) variante degli attuali i e gli.
Citazioni
Dal Dizionario d'ortografia e di pronunzia (DOP):
Dalla Treccani:
Dall'Italiano (Serianni)
Né
In italiano, la grafia «né» (), con accento sempre acuto, indica la congiunzione coordinativa negativa, per distinguerla da ne avverbio (col valore di 'di lì') e pronome; è sempre senza accento anche il ne parte iniziale delle preposizioni articolate nello, nella, ecc., che si trova nell'uso letterario e poetico (sei ne la terra fredda / sei ne la terra negra) e oggi è impiegata talvolta nelle citazioni davanti ai titoli che incominciano con l'articolo («ne I promessi sposi»), per rispettarne la precisa formulazione, anche se in quest'ultimo caso da alcuni è ritenuta discutibile.Luca Serianni, Italiano, pag. 133 e 578, collana delle Garzantine, Garzanti, Milano, 2005.
L'accentazione di né congiunzione è probabilmente stata indotta dalla maggior enfasi che sembra avere la sua pronuncia rispetto al ne clitico (avverbio e pronome), quindi atono, che si trova in grafia staccata solo quando è proclitico e non deve indurre in errore quando compare in forma elisa davanti a è nella grafia n'è (trattasi in questo caso sempre e soltanto del ne pronominale senza accento).
Va segnalato inoltre che né anticamente aveva pronuncia aperta (), poiché derivante dal latino nĕc: perciò in testi antichi la grafia con accento grave è conforme alla pronuncia dell'epoca,Si tenga però conto che in passato l'accento grafico usato sulla e tonica era quello grave uniforme sia per la e aperta sia per la e chiusa. che oggi invece non è considerata corretta.
Citazioni
Dal Dizionario d'ortografia e di pronunzia (DOP)
Dalla Treccani:
Sé
Il pronome riflessivo di 3ª persona «sé» (), nella forma forte (tonica), richiede il segnaccento (sempre acuto) per distinguersi dagli omografi se congiunzione e se pronome atono (allomorfo di si, per es. in se n'è andato o se lo dimentica). Si scrive quindi: da sé, in sé, tra sé e sé, a sé stante ecc.
Mancata accentazione occasionale Molti scriventi, anche in ambito colto e letterario, non accentano sé davanti ai rafforzativi stesso e medesimo, con la motivazione che tali aggettivi chiarirebbero automaticamente il valore pronominale della particella rendendo così superflua la presenza dell'accento. Tale eccezione però è contestata da autorevoli grammatici, che la ritengono una regola «fasulla», cioè non facente parte delle reali norme ortografiche dell'italiano contemporaneo, un'«inutile complicazione» e anche «assurda».
Fino al Settecento, il pronome sé era prevalentemente senza accento in ogni contesto. Nell'Ottocento si inizia a prediligere la grafia accentata, soprattutto nei grandi scrittori: il Manzoni nei Promessi sposi lo accenta sempre.Anzi il Manzoni scrive rigorosamente con l'accento (grave uniforme) persino sé stesso e sé medesimo. Citando dalla "quarantana" (e limitandoci al maschile singolare): sé stesso, p. 17 (e almeno altre dieci volte); sé medesimo, p. 94 (e almeno altre due volte). Nei primi decenni del Novecento diventa una regola, sulla scorta degli altri monosillabi portatori d'accento in caso di omografia. Parallelamente alla diffusione dell'accento grafico, si è però diffusa anche l'abitudine a non accentarlo davanti agli aggettivi stesso e medesimo, con l'argomentazione che la presenza dei due rafforzativi annulli qualsiasi possibilità di fraintendimento. Tale abitudine, che si è consolidata tanto da finire nelle grammatiche scolastiche quale presunta norma ortografica, non tiene però conto che alcune possibilità di fraintendimento rimangono, e precisamente nei segmenti frasali se (io) stessi e se (egli) stesse.
La diffusione di questa prassi ha dato talvolta il via a false convinzioni più o meno radicate:
la convinzione ipercorrettistica che le grafie sé stesso e sé medesimo siano un errore ortografico, convinzione infondata poiché in nessuna grammatica di riferimento, dal Novecento in poi, si giustifica l'eliminazione di un accento sui monosillabi solo perché apparentemente non necessario, specialmente quando esistono comunque grafie potenzialmente ambigue (se stessi, se stesse) in cui l'accento può essere utile; quindi si dovrebbe per lo meno tollerare la presenza di entrambe le grafie (senza e con accento) anche in presenza dei rafforzativi. Secondo Luca Serianni, la convinzione nasce da una pratica discutibile dell'insegnamento scolastico in Italia. la convinzione che, secondo un imprecisato principio di "parsimonia ortografica", l'accento sia un'eccezione alla presunta grafia standard senza accento: in questo caso, l'apposizione dell'accento sarebbe obbligatoria solo quando vi siano reali possibilità di fraintendimento. Se la regola fosse però questa – come fa notare Camilli (vedi) – bisognerebbe aspettarsi che nella pratica l'accento sparisse anche in contesti come da sé o in sé, dove la possibilità di ambiguità è nulla e dove, pure, l'uso dell'accento è incontrastato.