I Bronzi dorati da Cartoceto di Pergola, o semplicemente Bronzi dorati di Pergola o Bronzi dorati da CartocetoMario Luni, Fermo Giovanni Motta, I bronzi dorati di Pergola: un enigma?, edizione QuattroVenti, 2000, in cui si legge: Il complesso archeologico ormai noto nella letteratura scientifica come "Bronzi dorati da Cartoceto", che costituisce l'unico gruppo statuario del genere, di provenienza archeologica (pagina 69), sono un gruppo statuario equestre romano composto da due cavalieri, due cavalli e due donne in piedi; rappresentano l'unico gruppo scultoreo in bronzo dorato di provenienza archeologica rimastoci dell'epoca romana.

Storia Ritrovamento e restauri Centinaia di frammenti di bronzo dorato, del peso 9 quintali, vennero scoperti casualmente nel sottosuolo il 26 giugno 1946 in località Santa Lucia di Calamello, da due contadini che stavano scavando nel proprio campo, situato nella parrocchia di Cartoceto, nel comune di Pergola (PU). Il rinvenimento fu segnalato al canonico Giovanni Vernarecci, ispettore onorario di Fossombrone, dalla nipote Piera Vernarecci che, studentessa all'Università urbinate e fresca di esame in Storia dell'Arte, a seguito delle voci di un ritrovamento archeologico di grande valore, si era recata sul posto, inseguendo dettagli ed indicazioni frammentarie. Tutto era però già stato fatto sparire; nei pressi di una evidente e fresca copertura di uno scavo ella però trovò e raccolse un pezzetto di bronzo dorato che in serata portò allo zio. Questi si recò il giorno successivo sul luogo, insieme alle forze dell'ordine, ma non riuscì a farsi consegnare alcunchéNotizia tratte dalla relazione di Nereo Alfieri sullo scoprimento dei Bronzi Dorati, pubblicata a pagina 302 su La Civiltà Picena, Editrice Maroni, Ripatransone 1992. Grazie alla sua testimonianza dattiloscritta siamo a conoscenza della circostanza fortunosa del ritrovamento e della sua effettuazione in stato di emergenza.

Il Vernarecci, preoccupato per la sorte dei reperti, chiamò con urgenza il Museo archeologico nazionale delle Marche di Ancona, dove, a causa della situazione di emergenza del dopoguerra, era in servizio un solo salariato giornaliero: l'archeologo Nereo Alfieri. Nonostante i disagi derivati dai bombardamenti che avevano semidistrutto la sede del Museo, l'Alfieri si recò sul luogo del ritrovamento e prese possesso dei frammenti di bronzo dorato che erano appena stati scavati, mentre il proprietario del terreno si era recato urgentemente a Roma; sospettando che il viaggio improvviso fosse dovuto all'intenzione di contattare il mercato antiquario clandestino, il dipendente sequestrò i reperti nel nome dello Stato e fece in modo di farsi consegnare altri frammenti precedentemente occultati. Nel frattempo avvertì i Carabinieri di Roma, che controllarono l'attività degli antiquari della capitale per prevenire una eventuale vendita illegaleSandro Stucchi Il gruppo bronzeo tiberiano da Cartoceto (pag. 10); L'Erma di Bretschneider, 1988.

Il primo restauro fu compiuto dal restauratore Bruno Bearzi di FirenzeFonte della notizia è questa pagina del Dizionario Bibliografico Treccani, che contiene molte notizie sull'attività di questo importante restauratore, che operò su numerose sculture celebri, che per più di dieci anni offrì il suo lavoro gratuitamente solo per l'onore di operare su un monumento così prezioso. Il restauro si presentò assai difficoltoso, a causa del numero elevatissimo (diverse centinaia) dei frammenti, e anche perché i pezzi si presentavano deformati intenzionalmente prima del sotterramento. Nel 1959, terminato il restauro di Bearzi, fu finalmente possibile esporre i bronzi al Museo archeologico nazionale delle Marche, dove rimasero visibili sino al 1972.

Dal 1972 al 1988 i bronzi dorati furono oggetto di un secondo restauro, ad opera del laboratorio di restauro della Soprintendenza alle antichità di Firenze; ciò ha permesso d'integrare nelle statue altri numerosi frammenti precedentemente non assemblati, fino ad arrivare alla ricomposizione di 318 frammenti nei quattro personaggi, due maschili a cavallo e due femminili stanti. Al termine del restauro, dopo essere stati esposti per sei mesi al Museo Archeologico di Firenze, i bronzi dorati tornarono ad essere esposti al Museo archeologico nazionale delle Marche, questa volta non più come singoli pezzi, ma come un gruppo statuario unico. Oramai era chiaro che essi rappresentavano l'unico gruppo scultoreo in bronzo dorato rimastoci dell'epoca romana.

Collocazione originaria

Il gruppo è stato rinvenuto fuori da qualsiasi contesto urbano, non molto distante dall'intersezione tra la via Flaminia e la via Salaria Gallica. Il luogo di ritrovamento, isolato e periferico nel contesto storico antico, fa pensare che il gruppo sia stato rimosso dalla sua originale collocazione e accantonato in un ripostiglio in età tardoantica o bizantina, alcuni ipotizzano a causa di una damnatio memoriae ma questa tesi è oggi sempre meno accreditata.

Il luogo dell'originale collocazione è incertoMarina Minelli, Maria Paola Cancellieri, Misteri, crimini e storie insolite delle Marche, Newton Compton Editori, 10/ott/2013. Consultabile su Google libri a questa pagina e le ipotesi elaborate dagli studiosi sono numerose. Una di queste vuole che il gruppo sia stato posto su un basamento in un'area pubblica (probabilmente il foro) di una delle città romane vicine al luogo del ritrovamento: Forum Sempronii, (Fossombrone) che è la città più vicina, oppure Sentinum (Sassoferrato), dove è attestata l'esistenza di una fonderia per grandi statue, od anche Suasa, perché da questa città provengono grossi frammenti di un analogo cavallo di bronzo dorato ora conservati alla Walters Art Gallery di Baltimora, USA.

Controversie sul ritrovamento

Secondo alcune ricostruzioni storiografiche e testimonianze locali relative all'area di Scheggia e Pascelupo, il gruppo scultoreo sarebbe stato originariamente rinvenuto presso il Ponte a Botte di Scheggia durante i lavori di ricostruzione nel 1946.

La zona del Ponte a Botte sorge lungo l'antico tracciato della via Flaminia ed ospitava il Tempio di Giove Appennino, contesto monumentale che giustificherebbe la presenza in loco di opere di tale rilevanza.

In base a tale ipotesi, il direttore dei lavori, originario del territorio di Pergola, avrebbe asportato le sculture per poi simularne il successivo ritrovamento nella località di Cartoceto. A supporto di questa tesi vengono citate sia le testimonianze orali di alcuni operai dell'epoca, sia il precedente rinvenimento nel sito del Ponte a Botte delle due code pertinenti ai cavalli, oggi conservate presso i Musei Vaticani.

Identificazioni Il gruppo è composto da due cavalieri, due donne e due cavalli. Tutti i personaggi probabilmente facevano parte di un'unica famiglia di rango senatoriale. L'identificazione dei personaggi è incerta e nel tempo si sono susseguite diverse ipotesi.

Ipotesi di Sandro Stucchi Inizialmente Sandro Stucchi identificò il gruppo con la famiglia imperiale dei Giulio-Claudi, datando le statue tra il 20 e il 30 e si erano interpretati i cavalieri come Nerone Cesare figlio di Germanico e Druso III e le donne come Livia Drusilla e Agrippina maggioreSandro Stucchi, Il gruppo bronzeo tiberiano da Cartoceto, Roma 1998.

Ipotesi di Filippo Coarelli Una seconda ipotesi prevede una datazione nell'età cesariana tra il 50 a.C. e il 30 a.C. e identifica i personaggi come appartenenti ad una prestigiosa famiglia legata al territorio del ritrovamento, l'ager Gallicus. All'interno di questo inquadramento storico rimangono diverse ipotesi d'identificazione: le principali proposte vedono da una parte la famiglia dei Domizi Enobarbi, dall'altra la coppia composta da Marco Satrio (senatore e patrono di Sentinum, odierna Sassoferrato) e Lucio Minucio Basilo (originario di Cupra Maritima, odierna Cupra Marittima, futuro cesaricida)F. Coarelli, in I bronzi dorati di Pergola: un enigma?, a cura di Mario Luni, Fermo Giovanni Motta, edizioni QuattroVenti, 2000.

Ipotesi di Lorenzo Braccesi Il professor Lorenzo Braccesi dell'università di Padova, si è invece limitato ad identificare i personaggi come appartenenti ad una famiglia di altro rango, di tarda età repubblicana, senza però escludere l'ipotesi che il gruppo sia stato realizzato posteriormente, in età augustea, mentre la collocazione più probabile sarebbe Pisarum, l'antica PesaroLorenzo Braccesi, Terra di confine: archeologia e storia tra Marche, Romagna e San Marino, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2007 (pagg. 209 e seguenti).

Ipotesi di Viktor H. Böhm Un'ulteriore ipotesi, elaborata dal professor Viktor H. Böhm dell'università di Vienna, vede il gruppo collocato originariamente nell'esedra dell'Heraion di Samo e i personaggi appartenenti alla famiglia di Cicerone, identificando con il cavaliere Cicerone stesso.

Altre ipotesi Una delle ipotesi più recenti, esposta dal professor Mario Pagano, è quella secondo la quale la statua del cavaliere meglio conservato rappresenterebbe Lucio Licinio Varrone Murena, l'altra statua virile il padre Lucio Licinio Murena e infine la statua muliebre meglio conservata raffigurerebbe Terenzia, sposa di Gaio Cilnio Mecenate e sorella adottiva di Lucio Licinio Varrone Murena. Tutti essi sarebbero quindi personaggi di spicco della Roma del I secolo avanti CristoVedi la seguente pagina del sito del Ministero dei Beni Culturali . In articoli apparsi su stampa locale nel gennaio 2014, il riminese Danilo Re ipotizza che i bronzi potrebbero aver coronato l'Arco d'Augusto di Rimini e rappresenterebbero: Giulio Cesare (il cavaliere superstite); Ottaviano Augusto (il cavaliere mancante, ma col cavallo più alto); Azia maggiore, madre di Ottaviano (la matrona integra); Giulia minore, madre di Azia e sorella di Cesare (la matrona frammentaria).

La contesa

Il gruppo, esposto fino al 1972 al Museo archeologico nazionale delle Marche di Ancona, fu in quell'anno consegnato alla Soprintendenza archeologica di Firenze per un nuovo restauro, al fine di reintegrare tutti i frammenti non ancora assemblati, che erano in deposito nella città medicea e, tra l'altro, erano stati danneggiati dall'alluvione di Firenze. A restauro completato, nel 1987, i bronzi dorati furono esposti in mostra ad essi dedicata al Museo Archeologico di FirenzeSito della regione Marche: L'enigma dei bronzi dorati da Cartoceto e poi restituiti al museo nel 1988 e nello stesso anno date in prestito per una mostra che si tenne nel comune nel quale esse erano state ritrovate: Pergola.

Alla scadenza del prestito le statue però non vennero riconsegnatevedi la pagina de "Il giornale dell'arte" del 24 febbraio 2010: www.ilgiornaledellarte.com/articoli//2010/2/101457; quando, il 17 febbraio 1989 la soprintendente Delia Lollini si recò a Pergola per farsi riconsegnare i reperti, venne circondata da una folla e investita da fischi, insulti, spintoni e sputiIl Messaggero del 20 maggio 2012, articolo Lo scippo dei Bronzi dorati . Nello stesso momento, le statue vennero murate nella scuola dove erano temporaneamente esposte, per evitare che tornassero ad Ancona. Protagonisti del gesto furono il senatore Giorgio Tornati (PCI) e il deputato Giuseppe Rubinacci (MSI). A trent'anni di distanza, l'ex sindaco di Pesaro, in un'intervista a il Resto del Carlino, ha sostenuto che l'aver murato l'ingresso dell'edificio fu soprattutto di un gesto simbolico, in quanto vi era un ingresso secondario, non muratoVedi intervista di Federico Temperini al senatore Giorgio Tornati del 20.07.2020 Vedi Resto del Carlino del 13 settembre 2014, articolo Capriolo provoca Sgarbi: “Portare i bronzi di Pergola all'Expo".