Quinto potere (Network) è un film del 1976 diretto da Sidney Lumet e interpretato da Peter Finch, Faye Dunaway e William Holden.
Graffiante satira del mondo televisivo statunitense degli anni settanta, alla sua uscita ottenne un grande successo di pubblico e critica e ricevette dieci candidature agli Oscar vincendone quattro, tra cui quello per il miglior attore protagonista assegnato postumo a Peter Finch, morto pochi mesi prima della cerimonia di premiazione.
Anche se lo sceneggiatore Paddy Chayefsky ha affermato che il film non voleva rappresentare tanto una critica nei confronti della televisione quanto un'espressione della sua rabbia «contro la disumanizzazione delle persone»,. col passare degli anni gli è stata riconosciuta la capacità di anticipare alcuni aspetti della società e cultura americane contemporanee, dalla commistione tra informazione e intrattenimento alla proliferazione di reality show e all'influenza dominante delle grandi corporation.
Nel 2000 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti in quanto giudicato "di rilevante significato estetico, culturale e storico". Nel 2002 è stato introdotto nella Hall of Fame della Producers Guild of America e nel 2018 in quella della Online Film & Television Association.
Trama
Lanchorman Howard Beale, volto storico dell'emittente televisiva UBS entrato in crisi dopo la morte della moglie, apprende dall'amico e presidente della divisione notizie Max Schumacher che la dirigenza ha in mente di sostituirlo a causa del calo di ascolti. Il giorno dopo Beale annuncia in diretta che la settimana successiva si ucciderà durante il notiziario della sera, gettando nel panico i vertici dell'emittente televisiva. Licenziato all'istante, ottiene di poter chiudere la carriera dignitosamente e smentire il suo annuncio, ma una volta in diretta si lancia in nuovi sproloqui. L'incidente fa aumentare di colpo gli ascolti della rete, tanto che la giovane e cinica responsabile dei programmi Diana Christensen decide di sfruttare la situazione. Con l'appoggio dell'amministratore delegato Frank Hackett dà vita a un rivoluzionario giornale-spettacolo e Beale diventa il seguitissimo "pazzo profeta dell'etere". L'unico che non approva il massacro intellettuale dell'amico è Schumacher, che per questo perde il posto e nel contempo lascia la moglie per diventare l'amante di Diana.
Inizialmente le invettive di Beale entusiasmano il pubblico e sono accettate dai vertici dell'azienda che vedono aumentare il ritorno economico, ma quando iniziano a coinvolgere la UBS il presidente Arthur Jensen lo induce a propagandare la sottomissione al sistema. Dopo i toni apocalittici assunti dal programma e l'entusiasmo della dirigenza che aveva visto le sue sorti risollevate grazie agli alti indici d'ascolto, il programma subisce un lento declino. Ma lo stesso Jensen non è intenzionato a recedere dalla linea: Howard continuerà il suo show anche se gli ascolti continueranno a calare. Preoccupati per il loro futuro, Diana, Frank e gli altri dirigenti decidono che l'unica possibilità per salvare la UBS è la morte di Howard. Diana incarica dell'omicidio l'Esercito di Liberazione Ecumenico, con il quale aveva già stretto contatti per un violento docu-reality. Durante lo show, due killer sparano a Howard uccidendolo. La telecamera indugia sul corpo senza vita al centro dello studio mentre la voce fuori campo recita il commento finale: «Questa è la storia di Howard Beale, il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto».
Produzione Sceneggiatura
Il film uscì solo due anni dopo il suicidio della giornalista televisiva Christine Chubbuck, uccisasi appunto con un colpo di pistola alla testa durante la sua conduzione del talk show Suncoast Digest (programma in onda presso l'emittente WXLT-TV a Sarasota, in Florida) il 15 luglio 1974; la stessa Chubbuck, da diverso tempo sofferente d'una forma grave di depressione, prima di togliersi la vita davanti alla telecamera fece una brevissima dichiarazione, indirizzata all'apparenza a stigmatizzare una certa indole sensazionalistica dei media («In linea con la recente politica di Channel 40, "sangue e budella", state per vedere a colori un altro tentativo di suicidio.»), cosa che, a conti fatti, ha indotto in molti a ritenere quella lugubre scena il seme da cui prese vita il soggetto della pellicola. Tuttavia, nel suo saggio del 2014 Mad as Hell, l'autore Dave Itzkoff contesta il fatto che Paddy Chayefsky si fosse ispirato a quel tragico evento, dato che aveva iniziato a scrivere la sceneggiatura già diversi mesi prima della morte in diretta della Chubbuck e che perciò avesse già programmato che il protagonista Howard Beale annunciasse di uccidersi durante il notiziario serale..
Già vincitore di due Oscar per Marty, vita di un timido (1955) e Anche i dottori ce l'hanno (1971), Chayefsky si era fatto conoscere come autore televisivo sin dagli anni cinquanta e in quei turbolenti anni settanta stava ormai maturando l'idea di creare una storia cupamente satirica sui profondi cambiamenti avvenuti nella televisione e sui suoi effetti sulla società americana. «È tutta una follia, la gente adesso è "istantanea"», dichiarò in seguito, «a causa della TV abbiamo sviluppato un intervallo di concentrazione di dieci minuti». Lo sceneggiatore intendeva criticare soprattutto ciò che riteneva l'instaurarsi d'una piccola élite aziendale avente il completo controllo culturale, politico e sociale del mezzo televisivo e che, proprio in virtù di ciò, in grado dunque di «creare o distruggere presidenti, papi e primi ministri». In alcune sue note di produzione, conservate oggi nella Library for the Performing Arts di New York, riporta di come volesse affrontare gli effetti negativi del Watergate e della guerra del Vietnam in tutta la programmazione delle reti televisive, descrivendovi la televisione come «un gigante indistruttibile e terrificante che è più forte del governo».
Mentre sviluppava la sceneggiatura si rese però conto che il tono, da drammatico, stava diventando sempre più assurdo e comicamente grottesco, ed iniziò dunque a chiedersi se avrebbe poi funzionato al momento della messa in scena. Ad aiutarlo fu il suo vecchio amico Sidney Lumet, anch'egli profondo conoscitore del mondo televisivo avendovi mosso i primi passi della propria carriera. Il regista si mostrò molto entusiasta di far parte del progetto e accettò di dirigere il film senza cambiare una sola parola della sceneggiatura..
Nell'aprile del 1974, il produttore Howard Gottfried ne inviò una bozza alla United Artists, nonostante la major fosse recentemente uscita da una causa intentata proprio da lui e Chayefsky relativa a Anche i dottori ce l'hanno, diretto da Arthur Hiller e co-prodotto dai due tre anni prima. Il presidente dello studio Arthur Krim da principio parve non voler prendersene in consegna la produzione, a causa dell'argomento ritenuto fin troppo controverso, spingendo perciò Gottfried a proporre il progetto alla MGM l'anno successivo. Una volta che l'MGM accettò di produrlo, la UA tornò sui suoi passi e acconsentí a co-produrre il film..
Cast Il primo ruolo a essere assegnato fu quello di Diana Christensen. Paddy Chayefsky vi contemplò attrici quali Candice Bergen, Ellen Burstyn e Natalie Wood, mentre lo studio suggerì Jane Fonda oppure, in alternativa, attrici come Jill Clayburgh, Diane Keaton, Marsha Mason o Kay Lenz. Sidney Lumet invece avrebbe voluto Vanessa Redgrave ma Chayefsky, ebreo e sionista convinto, obiettò sulla base del sostegno dell'attrice all'OLP. All'osservazione mossa da Lumet, ebreo pure lui, che ciò fosse un "atto da lista nera", lo sceneggiatore gli rispose: «Non quando un ebreo lo fa a un gentile!»
Nel settembre del 1975, la parte fu infine assegnata a Faye Dunaway, che pochi mesi prima aveva ricevuto una candidatura all'Oscar per la sua interpretazione in Chinatown di Roman Polański. «Sapevo che questo era un grande ruolo», ha dichiarato poi nella sua autobiografia, «uno dei ruoli femminili più importanti degli ultimi anni. Con tutta la sua disumanità e ambizione, Diana rappresentava il prezzo pagato da molte donne che cercavano di farsi strada tra i più alti ranghi professionali».. L'unico aspetto che non riuscì a capire riguardò il fatto che il personaggio sembrasse non avere punti deboli, che non lasciasse trasparire insomma una pur minima traccia di ciò che avrebbe potuto essere se la televisione non l'avesse resa un mostro senza cuore. Chayefsky e Lumet le fecero chiaramente capire che miravano a una caratterizzazione senz'anima, senza alcuna sfumatura d'empatia. «So che la prima cosa che mi chiederai è "Dov'è la sua vulnerabilità?"» le disse il regista, «Non chiederlo, non ne ha. Se provi a intrufolarne qualcuna me ne sbarazzerò in sala di montaggio, quindi sarà uno sforzo sprecato».
Il personaggio di Diana venne modellato sulla figura di Lin Bolen, in quegli anni responsabile della programmazione diurna della NBC,. anche se dopo il passaggio televisivo del film avvenuto negli Stati Uniti nel 1978 l'interessata dichiarò di non riconoscersi affatto nel suo ritratto, pur ammettendo d'avervi scorto alcune similitudini, dicendosi altresí turbata dall'accostamento di questo personaggio negativo con la sua persona: «Mi sento terribilmente fraintesa. La gente crederà che io sia come Diana piuttosto che come sono veramente... Vogliono far credere che sia una persona immorale».
Il mentore dell'attrice, il drammaturgo William Alfred, e il marito Peter Wolf, all'epoca frontman della J. Geils Band, lessero la sceneggiatura e la avvertirono che la sua carriera avrebbe potuto risentirne con un ruolo simile, ma la Dunaway decise comunque di provarci. «Dissero che non avrei dovuto farlo... cercarono disperatamente di dissuadermi», ha scritto l'attrice, «si preoccupavano che la gente avrebbe pensato male di me, che avrebbero confuso il personaggio con l'attrice arrivando a credere che fossi davvero così. Stavano cercando di proteggermi». Al contempo ha aggiunto sarcasticamente: «Da Quinto potere non dovevo essere protetta. Alcuni anni dopo, quando venni spinta a fare Mammina cara, avrei dato qualsiasi cosa per essere circondata da persone che cercavano di dissuadermi».
Per il ruolo di Max Schumacher furono presi in considerazione Charlton Heston, Marlon Brando e Robert Mitchum, quest'ultimo fortemente consigliato proprio dalla Dunaway:«Pensavo che Mitchum fosse un attore meraviglioso, un tipo spavaldo di ragazzo sexy e pericoloso... aveva sicuramente l'irascibilità necessaria per il ruolo. Ma Lumet disse di no. Mi disse che non voleva che nessun attore sbilanciasse il film».. Chayefsky, da parte sua, propose Walter Matthau, Gene Hackman, Glenn Ford o William Holden, che alla fine venne scelto grazie anche al recente successo al botteghino ottenuto dal suo film precedente L'inferno di cristallo, in cui tra l'altro aveva già avuto modo di dividersi la scena con la Dunaway. «Avevo sentito varie voci su di lui», dichiarò in seguito Lumet, «che era molto taciturno, molto riservato, indifferente... Avevo sentito che in passato aveva avuto problemi con l'alcol e non sapevo davvero cosa aspettarmi, sapevo solo che c'era qualcosa di così perfetto in lui per quella parte». L'attore lesse la sceneggiatura e accettò immediatamente, considerandola una grande opportunità. «Pensavo che Paddy Chayefsky avesse scritto qualcosa che conteneva una grande quantità di verità», ha affermato l'attore, «e se non era del tutto vero in quel particolare momento lo sarebbe stato nell'imminente futuro. Sentivo che Paddy aveva creato un personaggio realistico con notevole onestà e integrità e io volevo interpretarlo. Pensai che sarebbe stato divertente lavorare con persone che erano estremamente professionali ed è stato esattamente così. È stato più che divertente»..