Il monastero di Santa Maria del Latte era un antico monastero di Montevarchi che dal 1566 al 1813 occupò quei locali quasi all'imbocco di via Cennano che furono successivamente denominati "la Bartolea".

Storia L'Operazione monastero

La decisione di fondare il monastero venne presa dagli Operai, cioè dai dirigenti del Monte Pio nel 1557, riprendendo un'iniziativa del 1549 che non era riuscita poiché la cancelleria granducale non aveva concesso i permessi. Al posto dell'istituzione religiosa era stato creato il Monte Pio che permetteva che i patrimoni delle compagnie che avrebbero dovuto formare il nuovo monastero rimanessero nella disponibilità e nella competenza del potere civile. La proposta venne rilanciata perché questa volta le proprietà del monastero e i finanziamenti per costruirlo sarebbero stati trovati ex novo.

Il 26 settembre, «gli Operai [del Monte Pio] fanno partito che se M.re Marchionne Soldani, Rettore della Vergine Maria del fosso concede l'orto volgarmente chiamato l'orto del Guiducci per edificarci il Monastero, si obbligano a pagare ogni anno a Messer Marchionne scudi 20 buoni di fitto di detto orto durante la vita di detto Rettore e di più donano alla fabbrica di detto Monastero, se però si comincia, tutto il credito de' denari [che ha] imprestati il Monte della Comunità, con gli interessi decorsi»Deliberazioni degli Operai del Monte Pio, Registro I.

Nonostante ciò, per sicurezza, alla regia dell'operazione subentrò direttamente la Fraternita del Sacro Latte che comunque, in maniera occulta, controllava anche il Monte di Pietà. Non a caso il 15 ottobre successivo, dagli Operai del Monte Pio, vennero nominati per sbrogliare la "questione del monastero" Giovanni d'Orazio Franchi, cugino di Benedetto Varchi che all'anagrafe faceva appunto Benedetto Franchi, ma soprattutto il notaio Ser Carlo di Prospero Bartoli che era stato tra i fondatori del Monte Pio insieme, tra gli altri, a Baldassarre Soldani, figlio di quel Marchionne che a vita avrebbe incassato 20 scudi annui di affitto dell'orto. Inoltre Carlo Bartoli era, guarda caso, anche il provveditore, cioè il presidente, della Fraternita.

Difficile dire quando e come venisse deciso il titolo di "Santa Maria del Latte" ma è facile intuire da chi il titolo fosse stato scelto visto l'ovvio, anche se controverso, riferimento alla fraternita. Certo è che il 7 novembre 1557 gli Operai del Monte deliberarono di assegnare 80 staia di grano annui al monastero per provvedere al vitto delle monache e riservarono a loro e alla dirigenza della fraternita il diritto esclusivo di accettare o di rifiutare le giovani che volevano prendere i voti.

La fretta e la macchinosità dell'operazione da parte della Fraternita del Latte sarebbe da ricondursi alla faida riaccesasi tra la parrocchia di San Lorenzo e quella di Sant'Andrea a Cennano proprio nel 1557, quando il vescovo di Arezzo aveva elevato Cennano a propositura equiparandola dunque a San Lorenzo, dove la fraternita aveva il suo quartier generale, che così perdeva il suo status di chiesa principale della città. Il fatto era che mentre San Lorenzo era in diocesi di Fiesole, Cennano era in quella di Arezzo e dunque controllava, per giurisdizione parrocchiale, il monastero benedettino di Sant'Angelo alla Ginestra che però dipendeva dalla casa di Arezzo e quindi non era mai stato veramente montevarchino nella scelta delle monache e soprattutto di rettori e badesse. Con l'edificazione di un altro monastero in Montevarchi, nella Diocesi di Fiesole, sotto San Lorenzo e in mano alla Fraternita, si sarebbero invece riequilibrate le sorti della partita.

Per questo il 16 dicembre 1560 fu data piena autonomia a Carlo Bartoli e a Giovanni Franchi per predisporre l'erezione dell'istituto religioso e loro, da "promotori" e "sovrintendenti alla fabbrica del monastero", decisero di edificare la struttura proprio di fronte alla chiesa di Cennano. Una scelta chiaramente voluta e non dettata dalle necessità in quanto il monastero poteva essere molto più agevolmente sistemato anche in altro luogo dato che strutture già disponibili erano già presenti in città. Di fronte a Sant'Andrea invece c'erano orti e case da acquistare e il monastero doveva essere del tutto costruito, ma il sito era quello più vicino possibile al palazzo di quel Carlo Bartoli potente regista dell'operazione.

L'inizio dei lavori Apparentemente però non sembrava ci fossero problemi in quanto i proprietari dei terreni e delle abitazioni che dovevano far spazio al convento erano di proprietà di Marchionne Soldani, un amico degli amici anzi il padre di un amico degli amici, e della sua famiglia mentre il resto era riconducibile a famiglie o persone gravitanti nella sfera di influenza di Bartoli o comunque di San Lorenzo. Tutte meno una: i Franchi. Solo che i Franchi, pur mantenendo le distanze da Bartoli e dai suoi, avevano premura di monacare tre figlie quindi, previo un congruo risarcimento per la casa che avrebbero ceduto, entrarono anche loro nell'impresa tanto che Giovanni Franchi affiancò proprio Bartoli nella messa in opera dei lavori.

Trovato l'accordo tra tutte le parti in causa il Monte Pio aprì una linea di credito garantendo così la copertura di tutte le spese di costruzione. Ad occuparsi delle operazioni immobiliari fu incaricato Salvadore Ceccherini, padre dell'ex procuratore della disciolta compagnia di Santa Maria del Pellegrinaggio e uno dei soci del Bartoli che chiesero ed ottennero dal granduca Cosimo I il permesso di appoggiare il convento alle mura cittadine con possibilità di aprirvi delle aperture. Poi Ceccherini si preoccupò di comperare «l'orto appartenente al medico Jacopo Soldani, l'antifosso che era davanti alle mura castellane di proprietà parte del Comune e parte di certo Giov. Francesco Catani, ed altro orto appartenente al Bonpigli, nonché un orto appartenente alla Chiesa di Cennano» ed altre proprietà circostanti.

Con l'autorizzazione del granduca e quella del vescovo di Fiesole che arrivò il 17 maggio 1566, con la solenne processione del 28 agosto 1566 venne celebrata la cerimonia ufficiale della posa della prima pietra del monastero che fu benedetta da Baldassarre di Antonio Nannocci, canonico della collegiata, in rappresentanza del vescovo di Fiesole che, pur patrocinando l'operazione, non poteva essere presente per chiare ragioni politico-diplomatiche.

Neanche la scelta del 28 agosto, come giorno del via ai lavori, fu casuale. Infatti è in quel giorno che la Chiesa cattolica celebra sant'Agostino e le monache del Sacro Latte avrebbero appunto abbracciato la regola agostiniana. Primo perché la regola era ecclesiasticamente rivale di quella benedettina, segnando un ulteriore motivo di contrapposizione con il monastero della Ginestra, ma soprattutto il monastero del Sacro Latte doveva diventare un monastero di clausura dove parcheggiare le figlie minori delle ricche famiglie di Montevarchi per evitare di dar loro una dote e disperdere i patrimoni familiari. Insomma una fabbrica di tante monache di Monza.

I Franchi tiratori Per convincere Cosimo I ad acconsentire al progetto si erano a suo tempo trovati 12 "soscrittori" che rivolgendosi direttamente al sovrano si impegnavano a finanziare la costruzione e i primi tre anni di attività del convento, in cambio del diritto di far vestire l'abito a una delle loro figlie così che il monastero avrebbe avuto subito le sue monache e quanto bastava per mantenerle. Ovviamente, tra i sottoscrittori della supplica al granduca comparivano in prima fila i tre fratelli Franchi. I Franchi, però, vollero aggiungere una postilla che legava il mantenimento delle loro promesse economiche al fatto che il monastero sorgesse nella chiesa di San Lorenzo recentemente elevata al rango di collegiata. Cosa assolutamente impossibile, tanto che i fratelli si ritirarono dal progetto, lasciando il monastero nelle ristrettezze economiche, fatto che causò un triennio di discussioni e minacce che arrivarono a coinvolgere il vescovo di Fiesole e infine il granduca. La prima badessa di Santa Maria del Latte allora, nell'ottobre del 1570, chiamò in causa direttamente il principe.

I Franchi, che erano in affari con i Salviati e i Serristori nel mulino di Montevarchi, sapevano di avere comunque le spalle coperte in quanto avevano dalla loro Bartolomeo Concini, uno dei segretari granducali, e una delle figure più influenti alla corte mediceaFranco Angiolini, Dai segretari alle «segreterie»: uomini ed apparati di governo nella Toscana medicea (metà XVI secolo-metà XVII secolo), in Società e storia, XV, n. 58, 1992, pp. 705-720. Lelio Torelli, altro segretario del granduca e competente per le questioni montevarchine, propose allora una mediazione o un lodo che venne poi accettato:

Ma la badessa, costretta ad acconsentire per cause di forza maggiore, senza mezze parole nel libro delle memorie del convento, iniziato da lei, denuncia pubblicamente le manovre dei Franchi e fa nomi e cognomi:

I Franchi non furono i soli a rimanere disgustati della supervisione di Ceccherini. Anche Alessandro Catani si ritirò dalla sua sottoscrizione iniziale e «per non restare nell'obbligo [...] donò al Monastero un pezetto d'orto sul prato a piè le mura e non messe altrimenti fanciulla»ASF, Corporazioni Religiose, n. 173, f.5, c. 3r.

Il problema dell'oratorio

Problemi di finanziatori e di finanziamenti a parte, la costruzione del monastero in via Cennano era ulteriormente complicata dal fatto che nelle vicinanze non ci fosse neppure una vera e propria chiesa che potesse servire alle monache se non un piccolo oratorio che però non era affatto libero in quanto, dal 1563, era occupato dalla Compagnia dell'Assunta e di Sant'Antonio, restyling dell'antica compagnia di Sant'Antonio sciolta da Bartoli e i suoi per incamerarne i beni e fondare il Monte Pio. Anche stavolta, senza tanti complimenti, la compagnia venne esautorata e sfrattata come si ricava da un'informativa di Lelio Torelli ai Nove Conservatori del 1º maggio 1567:

A dire il vero la compagnia di Sant' Antonio era stata sistemata altrove già nel 1564 e in particolare le era stato concesso l'oratorio di via Marzia che diventerà poi la Chiesa di Sant'Antonio Abate, ma la nuova chiesa era tutta da ristrutturare a loro spese ed evidentemente forse era stata promessa anche una liquidazione che però non era mai stata conguagliata. Per questo era partito il boicottaggio dei lavori che comunque fu pesantemente censurato anche dal vescovo di Fiesole nell'ottobre del 1567.ASF, ''Corporazioni Religiose'', n. 173, f.42, cc. non numerate

Suor Contessina Cavalcanti

Fu dunque il vescovo di Fiesole in persona, alias Angelo Cattani da Diacceto, a selezionare la task force di monache che avrebbero dovuto avviare l'attività del convento e la sua scelta era caduta su Suor Contessina Cavalcanti come prima badessa del monastero, e su Suor Prudenzia più le converse Mattea e Francesca che appartenevano tutte alle Suore Romite di Sant'Agostino di Fiesole e provenivano dal monastero detto "di Lapo" che si trovava nei dintorni di Firenze sulla via Faentina e di cui ancora oggi esiste la chiesa denominata appunto Santa Maria del Fiore a Lapo. Il Ceccherini, appuntato procuratore del monastero, andò di persona a Fiesole a prendere le monache prescelte che si installarono nella loro nuova casa dopo una pomposa cerimonia officiata dal domenicano Fra Felice, vicario del vescovo di Fiesole.