Il Raja Yoga, adattamento di Rāja Yoga (devanagari: राजयोग; lett.: "Yoga Regale"Lo storico delle religioni britannico Gavin Flood rende rāja con "migliore"; tuttavia il significato letterale del termine è "sovrano": cfr.: rAja, spokensanskrit.de.), è il nome con cui è nota la dottrina dello Yoga classico, originariamente esposta negli Yoga Sūtra, opera attribuita al filosofo indiano Patañjali (I - V sec. e.v.).Flood 2006, pp. 131-132.Feuerstein 2001, p. 291.

Generalità Gli Yoga Sūtra sono attribuiti al filosofo Patañjali, personaggio tradizionalmente collocato nel II sec. a.e.v. ma più probabilmente vissuto fra il II e il V secolo della nostra era. Oltre tale indeterminazione, ciò che appare invece certo è che lo Yoga esposto in quest'opera è la codifica di pratiche ben anteriori: il termine yoga compare infatti già nelle Upaniṣad col suo significato qui specifico: "unione"Dalla radice yuj-: "legare", "aggiogare", "unire"..Feuerstein 2001, pp. 415-416. A Patañjali va però senz'altro il merito di aver dato un suo posto certo nell'ambito della filosofia indiana a quella che era una tradizione di carattere mistico.Eliade 2010, p. 23. Fra le darśana ortodosse dell'induismo, cioè quelle dottrine teologico-filosofiche che sono ufficialmente riconosciute come significativamente rappresentative del mondo hindu, lo Yoga classico, o Yoga Darśana, è il "punto di vista"Darśana vuol letteralmente significare "punto di vista", "visione"; in senso lato quindi "dottrina", "modello". del Rāja Yoga di Patañjali insieme ai suoi numerosi commentari.

Gli Yoga Sūtra consistono di 196 sūtra, concise e significative frasi concepite per essere memorizzate con facilità, come era costume nelle tradizioni hindu, essendo quello orale il mezzo principale per condividere e tramandare il sapere. L'opera è divisa in quattro sezioni denominate pāda: Samādhi Pāda (la "congiunzione"); Sādhana Pāda (la "realizzazione"); Vibhūti Pāda (i "poteri"); Kaivalya Pāda (la "separazione"):

Dopo aver definito lo Yoga e discusso del samādhi, ultimo stadio del percorso yogico, nel secondo pāda Patañjali presenta l'aspetto pratico della disciplina introducendo il Kriyā Yoga (lo "Yoga dell'azione") e l'Aṣṭāṅga Yoga (lo "Yoga delle otto membra"). Nel terzo pāda egli prosegue con la descrizione dell'Aṣṭāṅga Yoga, elencando i cosiddetti "poteri extra-normali" che è possibile conseguire con la pratica dello Yoga. Tali poteri, egli chiarisce, non devono però distogliere lo yogin dalla realizzazione, dalla meta finale, che resta sempre quella della liberazione (il mokṣa) dal ciclo delle rinascite (il saṃsāra). Tale meta è possibile soltanto col samādhi, quello stadio in cui la coscienza (citta) è pacificata, in uno stato sovrarazionale, dove essenza e conoscenza si trovano in uno stato di "congiunzione". Nell'ultimo pāda Patañjali dà una veste filosofica alla pratica finora presentata coniugandola con la dottrina del Sāṃkhya: il samādhi consente finalmente di riconoscere la "separazione" fra spirito (puruṣa) e materia (prakṛti).Eliade 2010.Iyengar 2010.

Il Kriyā Yoga di Patañjali Patañjali definisce il Kriyā Yoga come quell'aspetto dello Yoga che favorisce la via verso il samādhi,Yoga Sūtra, II.2. cioè verso il camminoSādhana è appunto traducibile con "mezzo", "strumento", "realizzazione", "cammino". descritto negli otto stadi dello Aṣṭāṅga Yoga. Così nel primo sūtra del secondo pāda:

Dunque, per il filosofo il Kriyā Yoga non è una disciplina a sé, una branca dello Yoga come in seguito sarà inteso da altre scuole e filosofi: egli elenca semplicemente quegli atti (kriyā, lett.: "azione"), quelle condizioni cioè necessarie alla via dello Yoga: la pratica, la conoscenza, la devozione. Sebbene egli non usi i termini karma (l'azione e i suoi effetti), bhakti (la devozione), jñāna (la conoscenza spirituale), questi tre aspetti in seguito, presso altri pensatoriNonché moderni divulgatori, non si sa con quanta competenza., daranno luogo, così come per il Kriyā Yoga, a tre branche dello Yoga: Karma Yoga, Bhakti Yoga, Jñāna Yoga.Iyengar 2010, pp. 118-119.

Īśvara è generalmente reso con "Signore"Vedi Izvara, spokensanskrit.de: "Dio", "Signore", "Essere supremo", eccetera., volendo così indicare la rappresentazione personale del divino: è questo il termine che Patañjali adopera, e non fa così riferimento a nessun deva in particolare. D'altronde, come egli stesso esplicitamente chiarisce nel primo pāda, Īśvara è da intendersi, più che un dio, come un sommo spirito (puruṣa), un maestro ideale,Yoga Sūtra, I.23-26. insomma un modello dello yogin la cui figura può essere di ausilio nel cammino verso la realizzazione. Si tratta quindi di un ruolo non centrale, che Patañjali non riprenderà più nel corso dell'opera.Fatta eccezione dei sūtra II.32 e II.45 ove però l'autore ribadisce il medesimo concetto già in I.23: l'abbandono al Signore (Īśvara praṇidhāna).

Aṣṭāṅga Yoga: gli otto stadi Gli stadi (āṅga, lett.: membraVedi aGga, spokensanskrit.de.) in cui Patañjali architetta la via dello Yoga sono elencati nel ventinovesimo sūtra del secondo pāda:

Riassumendo, il filosofo così prosegue elencando via via i vari stadi e i relativi elementi:

1. Yama: Regole di comportamento. Queste sono: Ahiṃsā: non violenza; non nuocere. Spesso confusa col pacifismo, la non violenza dello yoga è il non nuocere agli altri esseri viventi, ma nel rispetto del Sanatana Dharma. Non è la resistenza passiva ai soprusi e alle ingiustizie, è il rispetto per tutti gli esseri viventi, l'attenzione verso gli altri, con lo scopo di mantenere l'armonia. Il vero yogi non è un essere che subisce passivamente le ingiustizie e gli abusi di potere, ma è colui che protegge se stesso e gli altri, anche con l'uso della forza, se serve. Il vero yogi è un guerriero, non un soggetto passivo che porge la guancia a chi non rispetta il Sanatan Dharma, la legge cosmica;

Satya: Verità; Sincerità. La verità è l'aspetto più importante nel vero yoga. Se non siamo sinceri con noi stessi e con gli altri, sarà difficile sperimentare il vero Yoga; Asteya: non appropriazione. Non è solo "non rubare", è il non appropriarsi di ciò che non ci appartiene. Brahmācarya: Spesso confusa con l'astinenza sessuale, è il controllo degli aspetti sessuali; Il termine è generalmente reso con "castità", ma in realtà nella tradizione yoga non viene mai specificato in questi termini. Piuttosto viene ricordata l'importanza di acquisire padronanza e controllo di quelli aspetti che sono collegati alla sessualità. Patañjali sostiene in II.38 che tale pratica dona vigore; Aparigraha: non possessività; In II.37 l'autore commenta affermando che la rinuncia a impossessarci di ciò che non è nostro fa sì che ci giungano ben altre ricchezze;

2. Niyama: osservanze; discipline. Queste sono: Śauca: pulizia; purezza; L'autore fa esplicito riferimento alla pulizia del corpo;Vedi II.40. Saṅtoṣa: accontentamento; Saṅtoṣa è da intendesi come "sapersi accontentare"; Tapas: autodisciplina; ardente aspirazione; Il significato etimologico del termine tapas è "calore", e in senso figurato sta a indicare l'austerità religiosa.Vedi Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary: T . Questo concetto risale già al vedismo, dove tapas era inteso come quel "calore" sviluppato internamente nell'impegno ascetico, un "calore magico" in grado di creare e dare la vita.Gli inni della Ṛgveda Saṃhitā, stante al testo, furono visti dai veggenti (i ṛṣi) perché prodotti dal loro stesso fervore mentre erano in contemplazione. Cfr. Roberto Calasso, L'ardore, Adelphi, 2010, p. 134. Nelle successive Upaniṣad il tapas è invece interpretato come il "fuoco interiore" che corrisponde e sostituisce il fuoco reale del sacrificio vedico (lo yajña): col tapas si compie adesso un sacrificio tutto intimo, è una interiorizzazione del rituale vedico nel quale a essere offerte sono le funzioni fisiologiche anziché le libagioni, prime fra tutte la respirazione. Si intravede qui il quarto stadio dello Yoga di Patañjali, il prāṇāyāma, il controllo della respirazione, respirazione intesa come funzione corporea densa di significati cosmici.Eliade 2010, p. 113 e segg. Svādhyāya: studio; applicazione; Studio è qui da intendersi quello delle scritture sacre, la recitazione dei Veda;Vedi anche Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary: S : repeating the Veda aloud: "ripetere gli inni dei Veda ad alta voce". Īśvara praṇidhāna: abbandono al Signore; Īśvara, il Signore. Nei bellissimi versi in cui viene descritto, si dice che sia un Purusha viśhesha, Speciale. Lo Yoga è una disciplina teista, che contempla l'esistenza di uno spirito creatore, e di infiniti Purusha, frammenti della sorgente primaria, le Monadi. Questo aspetto è stato sempre sottovalutato e ignorato dalle correnti moderne, se così possiamo definirle, ma è un aspetto fondamentale dello yoga e del Samkya, la sua struttura metafisica. Per citare alcuni versi dello Yoga sutra di Patanjali: "23. Ishvarapranidhānadwa: Il samādhi si ottiene con il totale abbandono a Dio (Ishvara) e nell’esercizio della sua contemplazione. 24. Kleshakarmavipākāshairaparāmristhah purushavisheshah ishvarah: Ishvara (Dio) è uno spirito particolare (purusha viśhesha) che non è mai stato influenzato dai klesha (le afflizioni che condizionano tutti gli altri purusha) e dal karma (la legge di causa ed effetto). 25. Tatra niratishayam sarvajnatvabījam: In Ishvara si trova il seme, l’origine, l’inizio, la causa, la sorgente di tutta la conoscenza, egli è onnisciente. 26. Sa purveshāmapi guruh kālenānavacchhedāt: Ishvara è il primo e assoluto Guru, è il primo dei Maestri e non è condizionato o limitato dal tempo. 27. Tasya vāchakah pranavah: Egli è connotato dalla sacra sillaba Āum, detta pranava. 28. Tajjapastadarthabhāvanam: Si deve meditare su Dio (Ishvara) ripetendo costantemente il bij mantra OM, con piena comprensione del suo significato. 29. Tatah pratyakchetanādhigamo’pyantarāyābhāvascha: Meditando su Dio (Ishvara) attraverso la ripetizione di OM, vengono eliminati tutti gli ostacoli e sia acquisisce la percezione del sé superiore che dona la padronanza (del manas)."

3. Āsana: posizione fisica; postura; Mentre yama e niyama sono norme da osservare quotidianamente e possono essere intese come necessario corollario al percorso yogico propriamente inteso, quest'ultimo comincia invece con lāsana. Patañjali menziona il termine soltanto in II.46, parlando genericamente di una qualsiasi posizione che risulti stabile e dia soddisfazione, comodità. Lo storico delle religioni rumeno Mircea Eliade mette in evidenza che l'importanza dellāsana sta nell'immobilità del corpo: si tratta di una "concentrazione" del corpo in un'unica postura, con similitudine a quanto poi si farà con la dhāraṇā, concentrazione del pensiero su un unico oggetto;Eliade 2008, p. 67 e segg.

4. Prāṇāyāma: controllo della respirazione e del flusso vitale; Il termine è composto da prāṇa e āyāma, che sta per "allungamento", "espansione", mentre il primo è generalmente reso con "respiro vitale".Vedi Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary: P . Patañjali prosegue distinguendo un prāṇāyāma che segue i tre movimenti del respiro (inspirazione, sospensione, espirazione, prolungati e delicati), e uno che li trascende, senza sforzo, non consapevole. Il Prāṇāyāma sta alla respirazione come lāsana sta al corpo: si "immobilizza" la respirazione nel senso di renderla regolare e controllata, cioè non instabile come è nell'ordinarietà. È sottinteso in questo stadio il nesso fra respirazione e vita, fra respirazione e coscienza. Così Mircea Eliade: