Il genocidio di Srebrenica (IPA: ) è stato il massacro di oltre 8000 bosniaci musulmani, in particolare ragazzi e uomini, avvenuto nel luglio 1995, durante la guerra in Bosnia, lungo il confine tra la Bosnia ed Erzegovina e la Serbia, nei comuni circostanti a Srebrenica, presso la quale era stato istituito dall'ONU un campo profughi.
La strage fu perpetrata da unità dell'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić, con l'appoggio del gruppo paramilitare degli "Scorpioni", in quella che è una enclave musulmana (bosgnacchi) in un territorio abitato principalmente da ortodossi (serbi). Srebrenica era al tempo dichiarata dall'ONU “zona protetta” e si trovava sotto la tutela di un contingente olandese dell'UNPROFOR; quest’ultimo di fatto contribuì al massacro. I fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni diedero una svolta decisiva al successivo andamento del conflitto.
Una sentenza della Corte internazionale di giustizia del 2007, nonché diverse altre del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY), hanno stabilito che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico musulmano costituisce un genocidio. Tra i vari condannati, in particolare Ratko Mladić e Radovan Karadžić (all'epoca presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) sono stati condannati in due momenti diversi dall'ICTY, il primo all'ergastolo ed il secondo a 40 anni di reclusione. La Corte penale internazionale dell’Aia ha poi applicato la pena dell’ergastolo anche a Karadžić.
Il 23 maggio 2024 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato per l'11 luglio la Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.
Storia Il contesto
Nel quarto punto della risoluzione 819 del 16 aprile 1993, l'ONU decise di incrementare la propria presenza nella città di Srebrenica e nelle zone limitrofe; successivamente, il 6 maggio, con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; inoltre, con la risoluzione 836, dichiarò che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati da garantire anche all'occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della forza di protezione delle Nazioni Unite.
La cosiddetta zona protetta di Srebrenica fu delimitata dopo un'offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache ad una demilitarizzazione sotto controllo dell'ONU. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite a tutela e difesa della popolazione civile bosniaca, quasi completamente musulmana, costretta a fuggire dal circostante territorio, ormai occupato dall'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, e dove decine di migliaia di profughi si recarono in cerca di rifugio.Per approfondire sul lungo assedio dell'enclave di Srebrenica, in cui affluirono decine di migliaia di profughi musulmani di tutta la regione, vedi .
Il massacro Verso il 9 luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe dell'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina che, dopo un'offensiva durata tre giorni, l'11 riuscì ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica. I maschi dai 12 ai 77 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per essere interrogati, in realtà vennero massacrati e sepolti in fosse comuni.https://www.bbc.com/news/world-europe-18101028 "Cronologia avvenimenti, 23 ottobre 2017" La divulgazione dei fatti Il 15–16 luglio 1995 la commissaria europea Emma Bonino a Tuzla, incontrando i profughi in arrivo da Srebrenica, notò che si trattava soltanto di vecchi, donne e bambine; di rientro a Bruxelles, il 17 luglio, Bonino scrisse a tutte le cancellerie occidentali in ordine ai risultati del sopralluogo, evidenziando l'elemento di sospetto derivante dalla scomparsa dei maschi ragazzi e adulti. Solo dopo un mese, il 10 agosto 1995, il Segretario di Stato americano, Madeleine Albright, rese pubbliche le foto satellitari di Srebrenica nelle quali si vedevano chiaramente le fosse comuniANTONELLA RAMPINO, La testimonianza di Emma Bonino: “Mancavano uomini e ragazzi. Così mi accorsi di Srebrenica”, La Stampa, 06 Settembre 2018..
Numero di vittime
La Lista preliminare delle persone scomparse o uccise a Srebrenica compilata dalla Commissione Bosniaca delle Persone Scomparse contiene 8.372 nomi.
A giugno 2015, 6.930 salme riesumate dalle fosse comuni sono state identificate mediante oggetti personali rinvenuti oppure in base al loro DNA, che è stato confrontato con quello dei consanguinei superstiti.
Procedimenti giudiziari Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY), istituito presso le Nazioni Unite, ha incriminato in totale 21 persone per i delitti commessi a Srebrenica, riconoscendo per molti di essi la fattispecie di "genocidio":
Radislav Krstić (comandante dei Drina Corps del VRS): condanna a 35 anni per concorso e favoreggiamento in genocidio e in omicidio in violazione del diritto bellico (aprile 2004); Momir Nikolić: condanna a 20 anni (marzo 2006); Vujadin Popović e Ljubiša Beara (capi della sicurezza): condanna all'ergastolo per genocidio (gennaio 2015); Drago Nikolić: condanna a 35 anni per concorso in genocidio (gennaio 2015); Radivoje Miletić: condanna a 18 anni (gennaio 2015); Vinko Pandurević: condanna a 13 anni (gennaio 2015); Ljubomir Borovčanin: condanna a 17 anni (giugno 2010, condanna in primo grado non appellata); Milan Gvero: condanna a 5 anni (giugno 2010, condanna in primo grado, seguita dalla morte dell'imputato); Radovan Karadžić: condanna a 40 anni per genocidio crimini contro l'umanità e violazione del diritto bellico (marzo 2016); commutata in ergastolo nel marzo del 2019. Ratko Mladić: condanna all'ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità (novembre 2017); Zdravko Tolimir; Jovica Stanišić; Franko Simatović; Momčilo Perišić (capo dello staff dell'esercito jugoslavo): assoluzione (febbraio 2013) in quanto, pur dimostrando la partecipazione alla direzione delle azioni militari dell'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, non si sono dimostrati atti penalmente rilevanti; Vidoje Blagojević: condanna a 15 anni (maggio 2007); Dragan Jokić: condanna a 9 anni (maggio 2007); Dragan Obrenović: condanna a 17 anni (dicembre 2003);
Il Tribunale ha respinto la richiesta di indennizzo a favore dei sopravvissuti a Srebrenica. La Corte ha stabilito che quello che avvenne fu un genocidio ad opera di singole persone, ma che lo Stato Serbo non può essere ritenuto direttamente responsabile per genocidio e complicità per i fatti accaduti nella guerra civile in Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1995, fra i quali rientra la strage di Srebrenica.
La Serbia non fu riconosciuta responsabile di genocidio perché "non vi sono prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado" né di complicità perché non vi sono prove che "l'intenzione di commettere atto di genocidio fosse stata portata all'attenzione delle autorità di Belgrado", anche se viene riconosciuto che Radovan Karadžić e Ratko Mladić dipendessero da Belgrado, che forniva assistenza finanziaria e militare ed esercitava un'influenza sul leader politico serbo-bosniaco e sul capo militare. La Corte rileva che "vi era un serio rischio di massacro, ma la Serbia non ha fatto nulla per rispettare i suoi obblighi di prevenire e punire il genocidio di Srebrenica" e che "ha fallito nel cooperare pienamente con il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, che ha incriminato i responsabili". In particolare, la Serbia è accusata di non aver aiutato il Tribunale per l'ex Jugoslavia ad arrestare quanti sono ritenuti colpevoli del fatto, e di ospitarne alcuni in stato di latitanza. Il Tribunale per l'ex Jugoslavia ha il compito di accertare responsabilità di singoli individui, mentre la Corte Internazionale dirime controversie fra Stati membri dell'ONU che ne hanno riconosciuto la giurisdizione.
Un video che mostra l'"evidenza dei fatti" fu trovato in possesso di Nataša Kandić, fondatrice e direttrice del Fondo serbo per il Diritto Umanitario, e ritrasmesso dai media e utilizzato come prova nel processo contro Slobodan Milošević alla corte Internazionale dell'Aja. Il 26 febbraio 2007 la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja si è pronunciata sul ricorso della Bosnia contro l'ex-Jugoslavia, ovvero l'attuale Stato della Serbia. La sentenza afferma che il Montenegro non è parte in causa in quanto si è reso indipendente dalla Serbia solo dal 2006, ben oltre il periodo in cui si sono verificati i fatti oggetti del processo.
Corte internazionale di giustizia La Corte internazionale di giustizia (ICJ) ha stabilito nel 2007, in un processo intentato dalla Bosnia ed Erzegovina contro la Serbia e il Montenegro, che il massacro di Srebrenica, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi, costituisce un "genocidio". Pur riconoscendo che le atrocità furono commesse con sostanziali risorse e assistenza politica, finanziaria e militare della Repubblica Federale di Jugoslavia, assolse la Serbia e Montenegro (sua discendente giuridica) dall'accusa di genocidio e complicità in genocidio, poiché non è stato provato che le autorità jugoslave fossero a conoscenza dello specifico intento che caratterizza il genocidio.
Controversie sul ruolo delle truppe olandesi
Durante i fatti di Srebrenica, i 600 caschi blu dell'ONU e le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II, III non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti.
La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebrenica, Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intralci nelle decisioni.
Quando i serbi si avvicinarono all'enclave di Srebrenica, il colonnello olandese Karremans diede l'allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l'8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale olandese Nicolaï, che si trovava a Sarajevo, rifiutò di inoltrare la richiesta al generale francese Janvier nel quartier generale dell'ONU a Zagabria perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo. È degno di nota che soldati francesi avevano già fermato analoghi attacchi serbi. Non si trattava ancora, infatti, di atti di guerra con battaglie a fuoco. L'11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell'11 luglio fu onorata, ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell'ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia, per potersi rifornire di carburante.
Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei statunitensi apparentemente non fu in grado di trovare la strada. Nel frattempo l'enclave era già caduta e l'attacco aereo fu annullato per ordine dell'ONU, su richiesta del ministro Voorhoeve, perché i militari serbi minacciavano di massacrare i caschi blu dell'ONU di Dutchbat.
Gran parte della popolazione ed i soldati olandesi erano già fuggiti e si erano rifugiati nella base militare dell'ONU di Potočari. Davanti alla minaccia ed allo spiegamento di forze di Mladić, i caschi blu decisero di collaborare alla separazione di uomini e donne per poter tenere la situazione sotto controllo, per quanto fosse possibile nelle circostanze.