La cappella degli Scrovegni è una chiesa di Padova, in precedenza cappella privata, divenuta parte dei Musei civici di Padova. Ospita un noto ciclo di affreschi di Giotto dei primi anni del XIV secolo, considerato uno dei capolavori dell'arte occidentale. La navata è lunga , larga e alta ; l'abside è costituito da una prima parte a pianta quadrata, profonda e larga , e da una successiva, a forma poligonale a cinque lati, profonda e coperta da cinque unghiature nervateA. Verdi, L'architettura della Cappella degli Scrovegni, in Giotto e il suo tempo, Motta, Milano 2000, pp. 118-138, qui 126.. La superficie affrescata è di circa 700 m², compresi i circa 180 m² della volta dipinta quasi solo di azzurro. Dal 2021 fa parte dei patrimoni dell'umanità UNESCO nel sito dei cicli di affreschi del XIV secolo di Padova. I dipinti all'interno della cappella degli Scrovegni diedero il via a una rivoluzione pittorica che si sviluppò in tutto l'arco del Trecento e che influenzò la storia della pittura.

Una replica in scala 1:1 della Cappella degli Scrovegni si trova in Giappone, presso il museo delle arti Otsuka.

Storia Costruzione e decorazione della cappella La cappella fu commissionata da Enrico degli Scrovegni, figlio di Rinaldo, facoltoso usuraio padovano, che agli inizi del Trecento aveva acquistato da un nobile decaduto, Manfredo Dalesmanini, l'area dell'antica arena romana di Padova. Qui provvide a edificare un sontuoso palazzo, di cui la cappella era oratorio privato e futuro mausoleo familiare. Chiamò ad affrescare la cappella il fiorentino Giotto, il quale, dopo aver lavorato con i francescani di Assisi e di Rimini, era a Padova chiamato dai frati minori ad affrescare la sala del Capitolo, la cappella delle benedizioni e forse altri spazi nella Basilica di Sant'AntonioLacerti di quella decorazione, in gran parte perduta o quanto meno celata sotto un rifacimento rinascimentale, sono visibili ancor oggi nella sala del Capitolo.. Infondata è la voce secondo cui Enrico Scrovegni avrebbe commissionato la Cappella come atto d'espiazione del peccato commesso dal padre, che Dante Alighieri, qualche anno dopo la conclusione del ciclo giottesco, pone allInferno tra gli usuraiDante, Inferno, XVII, 64-66..

Sebbene storicamente l'edificio sia sempre stato definito come titolato alla Vergine Annunciata, dopo alcuni studi si è riproposta la titolazione probabilmente decisa al tempo dello Scrovegni, Santa Maria della Carità, che non ha però avuto seguito. Quello che è certo, invece, è che la chiesa fu sempre officiata in occasione della festa dell'Annunciazione (25 marzo) e che poco distante dal circuito dell'arena sorse una confraternita laica sotto il nome della Vergine Annunciata, la Scuola dell'Annunciata.

Menzioni antiche trecentesche (Riccobaldo Ferrarese, Francesco da Barberino, 1312-1313) certificano la presenza di Giotto al cantiere. La datazione degli affreschi è deducibile con buona approssimazione da una serie di notizie: l'acquisto del terreno avvenne nel febbraio dell'anno 1300, il vescovo di Padova Ottobono dei Razzi autorizzò la costruzione prima del 1302 (data del suo trasferimento al Patriarcato di Aquileia); la prima consacrazione si ebbe nella ricorrenza della Festa dell'Annunciazione, il 25 marzo 1303; il 1˚ marzo 1304 papa Benedetto XI concesse l'indulgenza a chi avesse visitato la cappella e un anno dopo, sempre nella ricorrenza del 25 marzo (1305), la cappella veniva consacrata. Nell'arco di tempo tra il 25 marzo 1303 e il 25 marzo 1305 si colloca dunque il lavoro di Giotto. Per inciso, nel Giudizio Universale della Cappella, un raggio di luce ogni 25 marzo, al mattino, passa tra la mano di Enrico e quella della Madonna.

Giotto dipinse l'intera superficie interna dell'oratorio con un progetto iconografico e decorativo unitario, ispirato da un teologo agostiniano di raffinata competenza, recentemente identificato da Giuliano Pisani in Alberto da PadovaGiuliano Pisani, I volti segreti di Giotto, Rizzoli, Milano 2008 (Editoriale Programma 2015). Si veda il volume Alberto da Padova e la cultura degli Agostiniani, a cura di F. Bottin, Padova University Press, 2014.. Tra le fonti utilizzate vi sono molti testi agostiniani, i Vangeli apocrifi dello pseudo-Matteo e di Nicodemo, la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze e, per qualche dettaglio iconografico, le Meditazioni sulla vita di Gesù dello pseudo-Bonaventura, oltre a testi della tradizione medievale cristiana, tra cui Il Fisiologo.

Quando lavora alla decorazione della Cappella il grande maestro dispone di una squadra di una quarantina di collaboratori e si sono calcolate 625 "giornate" di lavoro, dove per giornata non si intende l'arco delle 24 ore, ma la porzione di affresco che si riesce a dipingere prima che l'intonaco si secchi (cioè non sia più “fresco”).

Rifacimento dell'abside Nel gennaio del 1305, quando i lavori alla cappella stavano per concludersi, gli Eremitani, che vivevano in un convento lì vicino, protestarono con veemenza perché la costruzione della cappella, andando oltre gli accordi presi, si stava trasformando da oratorio in una vera e propria chiesa con tanto di campanile, creando dunque concorrenza alle attività degli Eremitani. Si ignora come la vicenda si sia conclusa, ma è probabile che in seguito a queste rimostranze la Cappella degli Scrovegni abbia subito l'abbattimento della monumentale parte absidale con ampio transetto (documentata nel "modellino" dipinto da Giotto nell'affresco in controfacciata), dove lo Scrovegni aveva progettato di inserire il proprio mausoleo sepolcrale: la datazione più tarda degli affreschi dell'abside (post 1320) confermerebbe questa ipotesiDecio Gioseffi, Giotto architetto, Milano: Edizioni di Comunità, 1963. Analoga e più ampia dimostrazione in Pisani, I volti segreti..., cit., pp. 277 e 292-3..

La zona absidale, che tradizionalmente è la più significativa di un edificio sacro e che ospita anche la tomba di Enrico e della sua seconda moglie, Iacopina d'Este, presenta un restringimento inconsueto e trasmette un senso di incompletezza, quasi di disordine. Anche nel riquadro inferiore destro dell'arco trionfale, sopra il piccolo altare dedicato a Caterina d'Alessandria, la perfetta simmetria giottesca è alterata da una decorazione a fresco - con due tondi con busti di sante e una lunetta che rappresenta Cristo in gloria e due episodi della passione, la preghiera nell'orto del Getsemani e la flagellazione -, che crea un effetto di squilibrio. La mano è la stessa che affresca gran parte della zona absidale, un pittore ignoto, il Maestro del coro Scrovegni, che opererebbe nel terzo decennio del Trecento, una ventina d'anni dopo la conclusione del lavoro di Giotto. Il punto focale del suo intervento sono sei grandi scene sulle pareti laterali del presbiterio, dedicate all'ultima fase della vita terrena della Madonna, coerentemente con il programma affrescato da Giotto.

Periodo moderno L'interesse della città di Padova per la Cappella degli Scrovegni risale agli anni Venti del XIX secolo, quando i Foscari, proprietari dell'area dell'Arena, iniziarono a demolire il palazzo e la cappella per venderne i materiali. La municipalità di Padova cercò di proteggere la cappella occupandosi più volte del suo restauro. Dal 1859 tentò più volte la strada dell'esproprio pubblico, ma senza successo. Nel 1879, il giovane avvocato e politico Giacomo Levi Civita riuscì a dimostrare che la Cappella degli Scrovegni era stata destinata all'uso pubblico fin dalla sua fondazione. In quanto luogo di culto pubblico, non poteva quindi essere gestita da privati. La famiglia Baglioni-Gradenigo vendette quindi l'intera area dell'arena al Comune di Padova per 54.971 lire. Le copie degli atti di cessione e vendita al Comune e il verbale del Consiglio comunale in cui l'acquisto fu approvato all'unanimità si trovano al Museo Ebraico di Padova. La cappella fu ufficialmente acquisita dalla municipalità di Padova con delibera del 1880 (seduta del Consiglio Comunale del 10 maggio 1880) e con successivo atto notarile del 1881. Subito dopo l'acquisto i condomini furono abbattuti e la cappella fu oggetto di restauri, non sempre felici. Nel giugno del 2001, dopo vent'anni di indagini e studi preliminari, l'Istituto Centrale per il Restauro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Comune di Padova avviarono il completo restauro degli affreschi di Giotto, sotto la guida di Giuseppe Basile. Un anno prima erano stati completati gli interventi sulle superfici esterne dell'edificio e si era inaugurato l'adiacente Corpo Tecnologico Attrezzato (CTA), dove i visitatori, in gruppi di massimo venticinque per volta, sono chiamati a sostare una quindicina di minuti (durante i quali fruiscono di alcuni audiovisivi) per sottoporsi a un processo di deumidificazione e depurazione dalle polveri. Nel marzo del 2002 la Cappella fu riconsegnata al mondo in tutto il suo ritrovato splendore. Restano aperti alcuni problemi, come l'allagamento della cripta sottostante la navata per la presenza di una falda acquifera e i cordoli in cemento introdotti agli inizi degli anni 1960 in sostituzione degli originali lignei, che hanno arrecato evidenti ripercussioni sulla diversa elasticità dell'edificio.

Descrizione

Le storie di Gioacchino ed Anna, Maria e Cristo L'aula si presenta interamente affrescata su tutte e quattro le pareti. Giotto stese gli affreschi su tutta la superficie, organizzati in quattro fasce dove sono composti i pannelli con le storie vere e proprie dei personaggi principali divisi da cornici geometriche. La forma asimmetrica della cappella, con sei finestre solo su un lato, determinò il modulo della decorazione: una volta scelto di inserire due riquadri negli spazi tra le finestre, si calcolò poi l'ampiezza delle fasce ornamentali per inserirne altrettanti di eguale misura sull'altra pareteBellosi, cit., p. 119..

Il ciclo pittorico, incentrato sul tema della salvezza, ha inizio dalla lunetta in alto sull'Arco Trionfale, quando Dio decide la riconciliazione con l'umanità affidando all'arcangelo Gabriele il compito di cancellare la colpa di Adamo con il sacrificio di suo figlio fatto uomo. Prosegue con le Storie di Gioacchino ed Anna (primo registro, parete sud), le Storie di Maria (primo registro, parete nord), ripassa sull'Arco Trionfale con le scene dellAnnunciazione e della Visitazione, cui seguono le Storie di Cristo (secondo registro, pareti sud e nord), che continuano, dopo un passaggio sull'Arco Trionfale (Tradimento di Giuda), sul terzo registro, pareti sud e nord. L'ultimo riquadro della Storia Sacra è la Pentecoste. Subito sotto si apre il quarto registro con i monocromi dei vizi (parete nord) e i monocromi delle virtù (parete sud). La parete ovest (o controfacciata) reca il grandioso Giudizio Universale. Questo il dettaglio delle varie scene:

Arco trionfale (lunetta) Dio invia l'arcangelo Gabriele

Primo registro, parete sud Cacciata di Gioacchino Ritiro di Gioacchino tra i pastori Annuncio a sant'Anna Sacrificio di Gioacchino Sogno di Gioacchino Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d'Oro

Primo registro, parete nord Natività di Maria Presentazione di Maria al Tempio Consegna delle verghe Preghiera per la fioritura delle verghe Sposalizio della Vergine Corteo nuziale di Maria

Arco trionfale Angelo annunciante Vergine annunciata Visitazione

Secondo registro, parete sud Natività di Gesù e annuncio ai pastori Adorazione dei Magi Presentazione di Gesù al Tempio Fuga in Egitto Strage degli innocenti

Secondo registro, parete nord Cristo tra i dottori Battesimo di Cristo Nozze di Cana Resurrezione di Lazzaro Ingresso a Gerusalemme Cacciata dei mercanti dal Tempio

Arco trionfale Tradimento di Giuda

Terzo registro, parete sud Ultima Cena Lavanda dei piedi Bacio di Giuda Cristo davanti a Caifa Cristo deriso

Terzo registro, parete nord Salita al Calvario Crocifissione Compianto sul Cristo morto Resurrezione e Noli me tangere Ascensione