Biografia Nacque nel 1868 in una famiglia della borghesia ebraica di Ivrea. Il suo nome completo era Samuel David Camillo Olivetti. Il padre, Salvador Benedetto (1833-1869), era un commerciante di tessuti, impresa che aveva ereditato dagli avi, la madre, Elvira Sacerdoti (1849-1919), originaria di Modena, era figlia di banchieriSi trattava della Ditta Emanuele Sacerdoti, fondata nel 1755 da Emanuele Sacerdoti, banchiere del Duca di Modena, con antenati provenienti da Genova e prima ancora da Casale Monferrato e dal Ducato del Piemonte, dove risiedevano dalla fine del Quattrocento. La Ditta fu sciolta nel 1856.. Dalla linea paterna, Camillo Olivetti ereditò lo spirito imprenditoriale e l'amore per il progresso, dalla madre una cultura non provinciale e l'amore per le lingue (Elvira ne parlava quattro). Da parte di padre è cugino del pittore Raffaele Pontremoli. Quando Camillo aveva solo un anno, morì il padre. Ad occuparsi di lui fu la madre, che lo affidò al collegio convitto «Calchi Taeggi» di Milano.
Al termine del liceo, si iscrisse al Regio Museo Industriale Italiano (poi Politecnico di Torino dal 1906) e alla Scuola di Applicazione Tecnica, dove frequentò i corsi di elettrotecnica tenuti da Galileo Ferraris. Laureatosi in ingegneria industriale (31 dicembre 1891), Camillo sentì da una parte l'esigenza di perfezionare il proprio inglese e, dall'altra, di fare un'utile esperienza lavorativa. Soggiornò oltre un anno a Londra dove si impiegò in un'industria che produceva strumentazione elettrica, facendo anche il meccanico.
Al suo ritorno a Torino, divenne assistente di Ferraris. Nel 1893 accompagnò negli Stati Uniti d'America il suo maestro, che era stato invitato a tenere una conferenza al Congresso Internazionale di Elettrotecnica di Chicago. Olivetti gli fece da interprete. Insieme visitarono i laboratori Thomas A. Edison al Llewellyn Park, nel New Jersey, dove incontrarono di persona il brillante inventore statunitense. Dopo tale incontro, nel 1893, Camillo scrisse al cognato Carlo da Chicago:
Camillo continuò da solo il viaggio da Chicago a San Francisco, annotando scrupolosamente le cose che andava scoprendo sugli Stati Uniti d'AmericaLa sua corrispondenza dagli Stati Uniti è stata pubblicata nel 1968 con il titolo di Lettere Americane.: se già la situazione industriale inglese lo aveva colpito, trovò la realtà statunitense assai superiore, non solo dal punto di vista industriale ma anche sociale. Alcuni mesi passati a Palo Alto gli fecero conoscere le università statunitensi. Come assistente di elettrotecnica alla Stanford University (novembre 1893 - aprile 1894), Olivetti ebbe modo di sperimentare in laboratorio le potenzialità e le diverse applicazioni dell'uso dell'elettricità. Gli Stati Uniti rappresenteranno sempre per Olivetti la frontiera della modernità economica, il modello a cui fare riferimento nel percorso di affermazione del suo progetto industriale in Italia: del primo viaggio di formazione e del terzo viaggio di aggiornamento è rimasto il ricordo vivido nella raccolta di Lettere americane, edite dopo la sua morte.
Il ritorno in Italia e la nascita della C. Olivetti & C. Tornato in Italia, si mise in società con due ex compagni di università e fece l'importatore di macchine per scrivere e biciclette. Successivamente concepì l'idea di fondare un'azienda per produrre e commercializzare strumenti di misurazione elettrica, principalmente per laboratori di ricerca. Nacque così ad Ivrea nel 1896 la «C. Olivetti & C.». Gli inizi della sua attività industriale non furono produttivi. Olivetti capì che doveva cambiare target di mercato (dai laboratori di ricerca alla nascente industria elettrica).
Nel 1896 fondo' la Ditta Olivetti ad Ivrea in via Castellamonte, attuale via Jervis, per la produzione di materiali elettrici e strumenti elettrici di misura. Nel 1899 sposò Luisa Revel, figlia del pastore valdese di Ivrea, da cui ebbe sei figli: Elena (1900-1978), Adriano (1901-1960), Massimo (1902-1949), Laura detta Alla (1907-1934), Dino (1913-1976).
Nel 1903 la fabbrica si trasferì a Milano e l'anno successivo a Monza, diventando C.G.S. (dalle iniziali di Centimetro-Grammo-Secondo, nome del sistema di misura in uso all'epoca). Nella compagine societaria entrò in seguito la Edison, il più grande produttore italiano di energia dell'epoca, oltre ad un'importante banca d'affari.
Ben presto Olivetti si sentì prigioniero di quei soci finanziari, che non gli consentivano di svolgere, parallelamente alla produzione, quell'attività di ricerca che riteneva indispensabile. Fu quella l'ultima volta che non ebbe la maggioranza assoluta delle quote di una società. Era partito per Milano con una quarantina di operai, con gli stessi tornò a Ivrea nel 1908, dove impiantò la prima fabbrica in Italia di macchine per scrivere. Anche nella scelta del nome della ditta tornò al passato: «Ing. Olivetti & C.» con l'aggiunta "prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere". L'azienda, destinata a divenire celebre come Fabbrica di mattoni rossi, ebbe un rapido sviluppo. Attento a selezionare, formare e valorizzare operai di talento, Olivetti scelse tra loro i quadri aziendali che contribuirono al successo dell'impresa. L'officina riprendeva solo esteriormente i modelli dell'epoca, poiché la sua struttura, dietro ai mattoni canavesani, era composta dall'allora avveniristico cemento armato.
Il primo modello di macchina, la Olivetti M1 (1908), fu interamente progettato da lui, assieme ad alcune macchine utensili per la produzione delle parti componenti. Olivetti la perfezionò dopo aver compiuto altri due viaggi negli Stati Uniti d'America (dove comprò macchinario prodotto in loco ed esaminò il livello della concorrenza). A quel punto fu pronto ad entrare in produzione. I primi tempi furono difficoltosi sul piano finanziario, dal momento che per tre anni dalla fabbrica uscirono unicamente prototipi. Trovò allora dei soci di capitale non invadentiTra i soci vi era il senatore Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera; con essi arrivarono anche le prime commesse e la presentazione all'Esposizione Universale di Torino (1911) per il cinquantenario dell'Unità d'Italia. Oltre alla M1, venne presentato uno spaccato funzionante dell'officina di Ivrea.
Il primo prototipo non fu un gran successo, poiché, prevedeva un numero considerevole di componenti e pertanto, costi di produzioni molto elevati.
Non convinto del prototipo, tornò negli Stati Uniti per visitare le più importanti e tecnologiche aziende del settore.
Al suo ritorno, revisionò il progetto e depositò due brevetti.
Da qui a poco, nel 1910, la Ing. C. Olivetti & C di Olivetti contava circa cento operai e lui si era ormai affermato come astro nascente dell’imprenditoria italiana e ben presto, del mondo.
L'arrivo della prima guerra mondiale e la svolta La svolta decisiva per la Olivetti fu il primo conflitto mondiale: non furono tuttavia i super-profitti a fare la fortuna dell'Olivetti, ma la produzione tecnologicamente avanzata per l'aeronautica. Anche i velivoli del Regno Unito impiegarono parti prodotte dalla Olivetti. Il dopoguerra vide la Olivetti produrre la M20, una macchina per scrivere sempre più perfezionata, il cui successo consentì a Camillo di attuare il suo progetto commerciale, basato soprattutto sull'assistenza alla clientela mediante filiali. La prima filiale fu quella di Milano, cui seguirono i principali centri italiani ed esteri. Tale strategia gli consentì di battere la concorrenza internazionale (americana e tedesca principalmente), giocando non sul prezzo ma sulla qualità.
Nel 1925 entrò in azienda Adriano Olivetti, il secondo dei suoi figliCamillo ebbe sei figli dalla moglie Luisa Revel, figlia del pastore valdese di Ivrea. - dopo aver compiuto anch'egli un viaggio di studio negli Stati Uniti, a seguito della laurea. Quell'anno Camillo si avviava verso la sessantina e, dovendo pensare alla successione, pretese che i figli maschi (Adriano e Massimo) facessero la gavetta in fabbrica (Dino, l'ultimo della famiglia, era ancora troppo giovane). Le caratteristiche produttive della fabbrica furono caratterizzate dalla totale indipendenza nella componentistica rispetto all'allora ristretto mercato italiano. Si pensi che anche le viti venivano prodotte in fabbrica. Per produrre in proprio le macchine utensili nacquero, nel 1926, le fonderie e lOfficina Meccanica Olivetti (OMO). Quest'ultima divenne in seguito un'unità produttiva indipendente sul mercato, anche dalla casa madre.
In seguito, Olivetti diede impulso al primo nucleo della ricerca e sviluppo: con la OMO, e negli stessi locali, nacque il Centro Formazione Meccanici, una delle prime "scuole di fabbrica" in cui non si insegnarono solo nozioni tecniche, ma anche cultura generale e cultura politica. All'inizio degli anni trenta fu potenziata la struttura distributiva all'estero. Nel corso del decennio furono prodotti i primi modelli di mobili per ufficio "Synthesis", le prime telescriventi e macchine per calcolo. Nel 1933 il figlio Adriano fu nominato amministratore delegato; a partire da quell'anno Camillo fu affiancato e progressivamente sostituito alla guida della società. A causa delle leggi razziali, Olivetti lasciò la presidenza della società nel 1938, conservando la sola direzione dello stabilimento macchine utensili.
Nel secondo dopoguerra, Adriano avrebbe saputo condurre la Olivetti alla posizione di leader nel settore delle macchine d'ufficio - assorbendo anche, nel 1959, la Underwood Americana, suo principale concorrente -, dando inizio alla sperimentazione informatica (non proseguita dopo la sua morte) e facendola diventare un'azienda capace di produrre cultura nei campi del design, dell'architettura industriale e dello sviluppo della responsabilità sociale d'impresa, in termini di relazioni sociali con i lavoratori e di rapporti con il territorio.
In politica, Camillo Olivetti fu di fede socialista liberale: finanziò (prima dell'avvento del regime fascista che appoggiò moderatamente e solo sino alle leggi razziali) la diffusione di periodici di dibattito politico, contribuendovi personalmente con non pochi scritti, restando amico di Filippo Turati, alla cui fuga contribui' con il figlio Adriano.
ll 4 dicembre 1943 morì all'ospedale di Biella, dopo essere stato costretto a riparare prima presso la sua villa all'Alpino presso Stresa e poi, separandosi dalla moglie che si era nascosta a Vico Canavese, a Pollone, per sfuggire alle leggi razziali: al funerale partecipò, sotto la pioggia, una nutrita folla di operai a capo scoperto, giunta spontaneamente da Ivrea sfidando la sorveglianza del regime. Fu inumato presso il cimitero israelitico di Biella.
In lui la città di Ivrea trovò un imprenditore coraggioso e capace che seppe portare l'industria da lui creata fra le prime nei mercati mondiali.
Camillo Olivetti e la politica
Camillo Olivetti va ricordato, oltre che per esser stato un industriale di successo, anche per essere stato costantemente impegnato in politica. Da un'informativa della sottoprefettura di Ivrea apprendiamo che fin dal periodo universitario fu socialista nonostante non esistesse ancora, a livello nazionale, in forma organizzata il Partito Socialista, ma esistesse a Torino il Partito Operaio Italiano. Ad influenzarlo furono l'ambiente e le amicizie dell'ateneo sabaudo, vale a dire il Regio Museo Industriale che diverrà solo nel 1906 il prestigioso Politecnico di Torino.
Claudio Treves, Donato Bachi, Gustavo Balsamo Crivelli, Cesare Graf furono suoi coetanei ed amici.