Il Monte Pio di Montevarchi era un'antica istituzione bancaria e creditizia fondata in Montevarchi nel 1550 e rimasta attiva fino al 1954 quando venne incorporata dalla Cassa di Risparmio di Firenze.
Storia Fondazione
Nell'aprile del 1549 le tre compagnie montevarchine di Sant'Antonio, di San Ludovico e della Madonna del Pellegrinaggio, si riunirono stabilendo di fondersi insieme e con i loro beni dar vita a un «Monte di Pietà et Charità», ovvero ad una istituzione creditizia ma senza scopo di lucro, per «prestare a bisognosi in su pegni secondo li ordini del Monte di Firenze et tutto fare in honore di Dio et benefitio de poveri e senza defraudatione alcuna» come scrissero Cristofano di Salvadore Ceccherini, Antonio di Lodovico Nannocci e Baldassarre di Marchionne Soldani, rappresentanti delle tre sciogliende compagnie, nella richiesta di autorizzazione inviata al granduca e datata 15 settembre 1550. L'idea fu approvata da Firenze solo il 1º ottobre 1551 dagli Otto di Pratica.
Il regista di tutta l'operazione era il bucinese, ma montevarchino d'adozione, ser Carlo Bartoli, capo della potentissima Fraternita del Sacro Latte, che aspirava a unificare le tre compagnie, ricche di liquidi e di immobili, e con il capitale ottenuto fondare un monastero controllato dalla sua fraternita, cioè da lui, arricchendosi e aspirando a ottenere la leadership cittadina a dispetto della potente famiglia dei Nacchianti. In totale i beni che la nuova istituzione sarebbe andata a gestire si attestavano sugli oltre venti ettari di terra, cinque grossi immobili in Montevarchi e crediti a vario titolo per un valore di oltre 500 scudi. Non moltissimo in senso assoluto ma una discreta fortuna per una piccola realtà urbana come quella montevarchina. Quando l'idea del nuovo monastero fu bocciata dall'amministrazione fiorentina, si ripiegò sul Monte di Pietà che, come istituzione creditizia, sarebbe divenuto il braccio finanziario della Fraternita del Latte. Bartoli e i suoi, nel giro di neanche dieci anni, si ritrovarono a controllare quella che per secoli rimase una delle rarissime banche tra Arezzo e Firenze.
La stangata
Certo è che Carlo Bartoli, il Nannocci, il Soldani e il Ceccherini con il Monte di Pietà facevano sul serio. Risposero infatti alla richiesta del granduca di presentare un progetto organico per la costituzione dell'istituto con un vero e proprio manifesto del loro modo di concepire il potere.
Intanto volevano che il Monte fosse governato da «xiii huomini l'uffitio dei quali duri in perpetuo co'authorità di governare, administrare et reggere detto Monte [...] Et conoscendo che il creare ogn'anno nuovi huomini per detto numero de xij operai potrebbe causare gran disordine rispetto al riscontrare in certa mano di deboli persone. Però per miglior'ordine e fermo governo, ordiniamo che il detto Monte habbi per suo reggimento xij huomini chiamati Operai di Monte. I quali durante la vita di ciascuno di loro s'intenda essere e sia operaio, et Governatore, salve le conditioni, et articoli inserti nelli infrascritti capitoli per difetto delle loro transgressioni, et prevaricationi».ASF, Statuti, f. 525, cc. 4r-5v, 6v, 7r, 9r-v, 11r, 12 r-v, 14 r Governato a vita s'intende e naturalmente quei 13 amministratori li dovevano scegliere loro perché «atteso che una tal'opera merita di essere governata no' solo da persone di giuditio, et qualità ma ancora di età perfetta. Però ordiniamo che li huomini et operai predetti a tal governo da deputarsi si elegghino, e si creino di tutta l'università secolare del Castello di Montevarchi di età di anni trenta finiti al manco, e che in detta terra habbi continuamente e familiarmente habitato anni trenta, e contrafacendo tale elettione s'intenda nulla e di nessun valore. Et per dar principio, acciò che detta opera habbi havere con stabilità e fermezza un ottimo governo Noi Sindici prefatí per questa prima volta elegghiamo et creiamo».
Se poi qualcuno degli operai dava le dimissioni, era espulso, o veniva a mancare, avrebbero pensato loro a rimpiazzarlo: «considerato che giornalmente potrà occorrere che alcuni di detti operai di Monte cassarne o morirne, et acciò che tali si possino con buon ordine e regola rimettere e creare. Però vogliamo et ordiniamo, che quando tal' cosa accaderà che li altri rimanenti, et in tali uffitii existenti, et ciascuno di essi da per se elegghi et nomini uno, et quello si noti e di poi per loro solenne partito tutti detti notati ciascuno di essi da per se si metta à partito, et quello che otterrà più partito favorevole s'intenda eletto in luogo di tal mancante».
Ciliegina sulla torta la figura del Proposto, dell'amministratore capo, che poteva fare e disfare a suo piacimento il Monte Pio compreso radiare altri membri del consiglio: «Sicome per la experienza si vede che in ogni coadunatione di persone, per miglior' reggimento, vi si determina un capo e guida, et considerato gli prefati Sindici, che in tal' numero non si dichiara alcun proposto o vero capo. Però vogliamo, et ordiniamo, che il più vecchio o graduato, caso che tal' graduato per degnità eccedesi tal' vecchio, cioè che detta degnità procedessi da persona dottorata s'intenda essere, e sia capo, o vero proposto di detto numero o vero governo, e quello si habbi a riverire, et à ogni sua requisitione adunarsi, acciò che le cose del detto Monte si habbino con più amore, ordine e benefitio à operare».
E non da meno comunque erano i poteri degli altri dodici: «Però vogliamo e ordiniamo per virtù della nostra autorità che li detti 12 operai et dua terzi almeno di essi concordanti habbino autorità di accrescere, diminuire, et ordinare, e capitulare quanto alle cose eseguibili, et sopra l'opera del Monte accrescere e diminuire ministri, e salarij e tali ministri raffermare nel modo come di sopra nelli altri capitoli è detto ò sì veramente quelli cassare, e rimuovere secondo parrà loro espediente et necessario».
Tutte queste indicazioni furono inoltrate alla cancelleria ducale nell'autunno del 1550 da Luigi Vettori podestà di Montevarchi. E Lelio Torelli, segretario di stato, girò per competenza la missiva agli Otto di Pratica che, al riceverla, evidentemente saltarono sulla sedia perché convocarono immediatamente i Quattro o, meglio, il trio Nannocci-Soldani-Ceccherini perché Carlo Bartoli, pur essendo la mente di tutto, non compariva ufficialmente coinvolto nella faccenda. Dopo averli ascoltati in udienza, gli Otto emisero il loro verdetto il 17 marzo 1551. Verdetto ben diverso da quanto architettato e aspettato dalla Banda.
Intanto gli Operai del Monte sarebbero stati sempre scelti dagli Otto di Pratica, previa ratifica del granduca, e da nessun altro; la durata della carica di ciascun membro del consiglio non avrebbe superato i tre anni, anche se rinnovabili, e quindi non sarebbe stata a vita; il proposto non sarebbe stato il più anziano degli operai ma colui che il consiglio del monte avrebbe regolarmente eletto; qualsiasi decisione del proposto, prima di essere effettiva, avrebbe dovuto essere messa ai voti ed essere approvata a maggioranza; infine le modifiche allo statuto potevano essere apportate solo dagli Otto. Ma soprattutto in merito alla revisione dei conti che la Banda voleva rimanesse in famiglia gli Otto stabilirono che «quanto al x.mo che dispone che il Camarlingo ogn'anno alla fine del suo ufitio infra xv dì dal dì della sua uscita debbi haver rimesso la sua ragione, et salda per quattro de sopraddetti operai da deputarsi a tale atto per solenne partito delli altri operai, l'opinione nostra è, la quale piace ancora a Sua Eccellenza, che il detto saldo ogn'anno babbi da esser riveduto qui dal Magistrato de Cinque». Il magistrato fiorentino insomma accontentò i Quattro solo nella loro nomina a primi operai insieme a:
Giovanni di Antonio di Ser Cristofano Menchi Ser Gregorio di Giuliano di Piero Cuffi Piero di Francesco di Luolo Bartolomeo di Piero Lapini Raffaello di Giovanni Ciaperoni Bartolomeo di Agnolo di Lacomo Catani Battista di Domenico di Taddeo Nacchianti Guasparri di Horatio di Francesco Matthei Goro di Piero di Pagolo Bazzanti
Ma non era finita qui. I tre provveditori, durante la loro udienza presso gli Otto, avevano chiaramente commesso una serie di pasticci se avevano portato i magistrati a dover deliberare altrimenti da quanto proposto. Intervenne allora direttamente Carlo Bartoli che nell'Aprile successivo convinse, non si sa come, sia Cosimo I che gli Otto a cambiare le regole di nomina degli operai. Otto, come stabilito, sarebbero stati scelti dalle autorità della capitale (il podestà montevarchino faceva una lista di 40 nomi, gli Otto ne selezionavano 14 e il principe appuntava gli 8 definitivi) ma gli altri 5 sarebbero stati nominati dal consiglio del Monte uscente a ogni rinnovo. Sarebbero cioè stati nominati, come da progetto, da lui e i suoi compari.
Che tutto questo manovrare fosse a esclusivo favore della Banda dei Quattro e non certo della città lo dimostra una lettera scritta dalla Comunità di Montevarchi a Cosimo I nel maggio 1556:
Otto anni più tardi, con l'elevazione a collegiata di San Lorenzo ad opera del solito Carlo Bartoli e del Monte Pio, la scena si ripropose identica a se stessa: profitto di pochi alle spalle di tutti. E, anche in quel caso, partì una nuova lettera a Cosimo.
La gestione Bartoli: 1551-1599
Nell'ottobre del 1551 il Monte Pio di Montevarchi poté ufficialmente costituirsi e cominciare la sua attività «dua dì della settimana cioè il Mercoledì e il Sabato dua volte per giorno cioè: da mattina a dua ore di giorno esser presentati a detto Monte e starvi per termine di hor' dua o quel più che bisognassi e la sera a hor' ventesima fino alle 23 o più che bisognassi, e, caso che fussi festività comandata dalla Santa Chiesa, in tali giorni di tornata si intenda tener aperto il giorno dinanzi»Archivio Cassa Risparmio di Firenze, «Memorie 1550-1570», vol. 20, c. 21r.
Subito il Monte cominciò a fornire credito in funzione di beni che gli venivano dati in pegno ma la scarsa capitalizzazione dell'istituto, e i numerosi sprechi e ruberie, non permettevano di prestare su pegno più di tre lire a patto che il valore degli oggetti impegnati fosse almeno pari alla metà della cifra prestata. Per ogni lira concessa in prestito il Monte, mensilmente, riscuoteva un interesse in denaro. La durata massima del prestito era di quattro mesi dopodiché si procedeva alla vendita all'asta dell'oggetto impegnato perché «considerato il disordine che causa il non havere tempo determinato al vendere i pegni che giornalmente passano il tempo et venghino nella vendita et acciò che le cose vadino con buono ordine determinorno et ordinorno che per lo avvenire ogni anno si facci tre vendite cioè ogni quattro mesi da incominciarsi la prima vendita e farsi domenica passato mezo il mese di settembre proximo a venire et la prima domenica del mese si debbi trarre del solito bossolo de venditori et mandare il bando per la vendita»Ibid. c. 230v.
Ricapitalizzazione