La religione etrusca è l'insieme delle credenze, dei culti e delle pratiche rituali degli Etruschi, documentato in Etruria e nelle aree dell'espansione etrusca tra il IX e il I secolo a.C. e sopravvissuto a lungo, dopo la fine dell'indipendenza politica etrusca, all'interno della religione romana.

La religione occupava un ruolo centrale nella vita privata e pubblica degli Etruschi, al punto che Massimo Pallottino poté definirla l'aspetto meglio conosciuto della loro civiltà: gran parte della documentazione archeologica e delle fonti antiche sugli Etruschi ha, in un modo o nell'altro, una connessione con la sfera religiosa. La conoscenza che ne abbiamo è tuttavia diseguale e in larga parte indiretta, ed è soggetta al rischio di anacronismo, poiché molti elementi noti per le fasi più recenti non sono attestati in quelle più antiche.

Si trattava di una religione politeista che gli antichi consideravano rivelata: i suoi precetti erano fatti risalire all'insegnamento di figure profetiche come Tagete e Vegoia ed erano raccolti in libri sacri, il cui insieme i Romani chiamarono Etrusca disciplina. Al centro della vita religiosa stava la divinazione, fondata sulla convinzione che ogni evento esprimesse la volontà divina e che all'uomo spettasse coglierne il messaggio.

Le fonti

Non è sopravvissuta alcuna letteratura etrusca, né poemi epici né testi religiosi o filosofici in lingua etrusca: la conoscenza della religione deriva quindi dai resti delle città e delle necropoli, dalla documentazione epigrafica e dalla tradizione letteraria greca e latina. Le iscrizioni etrusche note sono circa 8600, datate fra il VII e il I secolo a.C. e per la maggior parte brevi; si distinguono in iscrizioni rituali, giuridiche, funerarie e votive, e sono direttamente connesse alla religione. Nei periodi orientalizzante e arcaico la scrittura stessa ebbe un carattere sacrale e aristocratico. I testi religiosi più estesi sono pochi e tardi: il Liber linteus Zagrabiensis, il più lungo testo etrusco conservato, in origine un libro rituale di lino di età ellenistica riutilizzato per bendare una mummia, la Tabula Capuana e il Fegato di Piacenza.

Il corpo dottrinale della religione, lEtrusca disciplina, è noto quasi esclusivamente attraverso la mediazione erudita romana: nulla di ciò che riguarda i testi profetici o sacerdotali etruschi può essere fatto risalire con sicurezza a prima del I secolo a.C., quando la civiltà etrusca era ormai pienamente assorbita nella cultura romana. A tradurre e commentare gli antichi libri furono autori etruschi romanizzati o romani: Tarquizio Prisco, autore di un Ostentarium Tuscum e di una traduzione delle profezie della ninfa Vegoia; Nigidio Figulo, cui si deve un calendario brontoscopico sopravvissuto in traduzione greca; Aulo Cecina, autore di un De Etrusca disciplina; e Cornelio Labeone. A questi si aggiungono le testimonianze di Cicerone (De divinatione), Seneca (Naturales quaestiones) e Livio. Poiché tali fonti filtrano la religione etrusca attraverso categorie romane, ogni loro lettura richiede cautela per evitare l'interpretazione romanizzante.

Sviluppo storico Le origini La documentazione religiosa dei centri etruschi di età villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) è reticente ma non assente. Nel repertorio decorativo della ceramica funeraria, del vasellame metallico e dell'armamento ricorrono motivi come dischi, spirali e la cosiddetta «barca solare», che rimandano a una religione di tipo uranico, legata al sole e al suo moto, in cui gli uccelli, frequentissimi, fungono da mediatori fra la sfera celeste e quella terrestre; non mancano tracce di culti ctoni e in grotta, mentre il culto funerario lascia intravedere la credenza nel trasferimento del defunto in un mondo "altro". L'iconografia della «barca solare ornitomorfa», il disco solare affiancato da protomi di uccelli acquatici sbalzato su armi da parata e vasellame cerimoniale, costituisce l'espressione più caratteristica di questa religiosità: lungi dall'essere un puro ornamento, è oggi intesa come un codice di comunicazione cerimoniale riservato a una ristretta élite, il cui status era forse concepito come ottenuto per intercessione divina.; .

L'idea, di matrice ottocentesca, che gli Etruschi delle origini concepissero il soprannaturale solo come un insieme di forze oscure dai contorni indefiniti è oggi respinta: l'attribuzione di un nome a una divinità, che la rende individua e distinta, è in Etruria, come in Grecia e a Roma, un processo antichissimo, e l'analisi dell'onomastica divina porta a datare la formazione di un pantheon strutturato almeno al IX secolo a.C.

L'antropomorfizzazione e il confronto con la Grecia È tradizione che gli Etruschi siano stati i primi in Italia a dare forma umana agli dèi, pratica che avrebbero trasmesso ai Romani. L'antropomorfizzazione viene comunemente ricondotta al contatto con la grecità, e ciò vale per l'iconografia divina consolidatasi alla fine dell'età orientalizzante; le prime immagini di divinità si devono però all'influsso della cultura figurativa e religiosa orientale, dove l'uso di raffigurare gli dèi in forma umana era millenario.

In età arcaica le maggiori divinità locali furono identificate con quelle greche (Tinia con Zeus, Uni con Era, Menrva con Atena, Turan con Afrodite), in un processo sincretistico promosso dall'istituzione del santuario e dal suo personale sacerdotale. Contro l'idea di una dipendenza dei culti etruschi dal modello greco parla però l'onomastica: malgrado l'enorme influsso greco in ogni campo, i nomi di divinità di origine ellenica accolti nel pantheon etrusco sono pochissimi (essenzialmente Aritimi/Artumes da Artemide, Hercle da Eracle e, assai più tardi, Aplu da Apollo), perché lo spazio del sacro era già occupato da divinità indigene quando giunsero quelle greche, che imposero le proprie storie e iconografie ma non i propri nomi. Un secondo nucleo di nomi divini, consistente ma minoritario, è di prestito italico: Uni, Menerva e Nethuns derivano dal latino o italico Iuno, Minerva e Neptunus, e non viceversa. L'identificazione con il modello greco non fu del resto mai completa: Tinia, ad esempio, conserva in alcuni contesti tratti ctoni estranei allo Zeus greco, e a Pyrgi, sotto il re ceretano Thefarie Velianas (fine VI secolo a.C.), Uni fu identificata con la fenicia Astarte.

Il pantheon

Il pantheon etrusco è noto soprattutto per l'età classica ed ellenistica, attraverso la documentazione figurata (statuaria votiva, specchi bronzei iscritti, terrecotte architettoniche) e le iscrizioni. Le corrispondenze con le divinità greche e romane vanno intese come comparazioni e non come equivalenze: raramente una divinità etrusca coincide esattamente con una greca o romana, ed è preferibile servirsi delle forme etrusche dei nomi per non introdurre assunti indebiti. Un tratto caratteristico del pantheon etrusco, rispetto agli Olimpi greci e al pantheon romano, è la marcata componente ctonia: molte divinità sono potenti tanto nel mondo dei vivi quanto in quello dei morti.

La divinità suprema era Tinia (Tin), confrontabile con Zeus e Giove; sua sposa era Uni, confrontabile con Era e Giunone, divinità principale di importanti santuari come quello di Pyrgi. La terza grande divinità era Menrva, confrontabile con Atena e Minerva: le fonti non la presentano come figlia di Tinia e Uni, schema che ricalca la più tarda triade capitolina romana, ma la mostrano accanto a Uni e Turan come parte di una "famiglia degli dèi" raffigurata in armonia. A differenza dello Zeus greco, unico signore del fulmine, la folgore di Tinia era condivisa con altre divinità, ed era anzi attributo frequente della stessa Menerva.

Fra le altre divinità maggiori si ricordano Aplu (Apulu), confrontabile con Apollo e in Etruria fortemente connesso con l'oltretomba; Turms, confrontabile con Ermes, con funzione di psicopompo; Turan, confrontabile con Afrodite, attorno alla quale si raccoglie un corteggio di figure minori; Laran, dio della guerra, confrontabile con Ares; Fufluns, confrontabile con Dioniso, anch'egli potente nell'oltretomba; Nethuns, confrontabile con Poseidone; Sethlans, confrontabile con Efesto; Aritimi o Artumes, confrontabile con Artemide; e Vei, divinità materna e ctonia confrontabile con Demetra. Un gruppo distinto è costituito dalle divinità legate agli astri e agli elementi, come Usil (il sole), Thesan (l'aurora), Tivr (la luna), Cel (la terra) e Culsans, dio bifronte connesso con le porte, confrontabile con Giano. Gli Inferi erano governati da una coppia di sovrani: Aita e la sua sposa Phersipnei, confrontabili con Ade e Persefone.

Al vertice della lega dei dodici popoli etruschi stava Veltha o Voltumna (in latino Vertumnus), cui era dedicato il santuario federale del Fanum Voltumnae presso Volsinii.

La divinazione e l'Etrusca disciplina

La divinazione occupava nella religione etrusca un ruolo centrale, fondato sulla convinzione che ogni evento esprimesse la volontà divina. Seneca colse questa concezione osservando che, mentre Greci e Romani ritenevano che i fulmini fossero generati dallo scontro delle nubi, gli Etruschi credevano che le nubi si scontrassero al fine di generare i fulmini: il dio stesso predispone i fenomeni per comunicare agli uomini la propria volontà, e all'uomo pio spetta coglierne il messaggio per ringraziare la divinità o correre ai ripari con cerimonie espiatorie.

Le fonti antiche distinguono l'origine profetica della religione, affidata a figure rivelatrici, dalla sua pratica divinatoria, affidata ai sacerdoti che interpretavano i segni alla luce della dottrina rivelata. Secondo il racconto di Cicerone, nelle campagne di Tarquinia un aratore tracciò un solco più profondo del solito, dal quale balzò fuori Tagete, un essere dall'aspetto di fanciullo ma dotato della saggezza di un anziano: accorsa l'intera Etruria, egli dettò i precetti della scienza sacra, che furono subito messi per iscritto e considerati la fonte stessa della dottrina.; ; Alla ninfa Vegoia (in etrusco Lasa Vecuvia) si attribuivano invece la dottrina dei confini e parte di una cosmologia.

I sacerdoti Il termine etrusco per "sacerdote" era cepen, attestato già nel VII secolo a.C. e frequente nel Liber linteus; le iscrizioni funerarie tramandano vari titoli sacerdotali, fra cui maru e, per le donne, hatrencu. Il nome etrusco dell'aruspice era netsvis: l'iscrizione bilingue di un certo Larth Cafates accosta l'etrusco netsvis trutnvt frontac al latino haruspex fulguriator, mostrando che a un'unica figura latina corrispondevano due competenze etrusche distinte, quella sulle viscere e quella sui fulmini. L'aruspice indossava un costume dai tratti arcaici, con una veste e un copricapo a calotta appuntita ricavati dalla pelle di una vittima, e portava il lituo, il bastone ricurvo associato all'attività divinatoria.

Gli aruspici costituivano un sacerdozio fortemente professionalizzato e di rango aristocratico, organizzato in collegi pubblici: un'iscrizione da Volsinii (Bolsena), databile al III secolo a.C., documenta un collegio di quattro netsviser. La dottrina si trasmetteva in seno alle grandi famiglie, e il senato romano, per quanto riferisce Cicerone, imponeva alle aristocrazie delle città etrusche di avviare alcuni figli allo studio dellEtrusca disciplina. Centro principale della religione etrusca fu Tarquinia, dove ancora in età imperiale fioriva, presso il santuario dell'Ara della Regina, l'ordine dei sessanta aruspici (ordo LX haruspicum).; ;

L'aruspicina