Cirò Marina è un comune italiano di abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Sorge sulla costa ionica dell'alto crotonese nell'area dell'antica colonia magnogreca di Krimisa e fino al 1952 ha fatto parte del comune di Cirò.

È nota per il vino Cirò DOC ottenuto dai vigneti composti dal vitigno Gaglioppo, per le Clementine di Calabria (prodotto IGP), e come località turistica balneare.

Geografia fisica

Storia Il territorio del cirotano vede la presenza di comunità umane già dal Neolitico. Dal Bronzo medio, vengono occupati il sito di Motta, su un pianoro elevato che domina la valle del Lipuda e la costa, e quello di Madonna di Mare, di località Oliveto, Taverna, e Madonna d'Itria. Durante l'età del ferro, gli insediamenti sono posti in posizione più arretrata rispetto alla costa, sulla collina di Cirò (Cozzo Leone e colle Sant'Elia), in una fase indicata dalle fonti storiche antiche come caratterizzata dall'arrivo dei primi coloni greci riconducibili al mito di Filottete, che in questo territorio avrebbe fondato Krimisa ed il Tempio di Apollo Aleo, presso cui consegnò e consacrò il suo arco e le frecce ricevute da Eracle.

Dopo la fondazione di Kroton il territorio ne subisce l'influenza ed il controllo, risultando occupati ed ellenizzati i siti di Cozzo Leone e Sant'Elia, di Punta Alice, ed altri nuovi siti in località Taverna nella valle del Lipuda. Dopo la distruzione di Sybaris (510 a.C.), nel territorio cirotano, trovando in posizione strategica lungo l'asse costiero, si assiste ad un notevole sviluppo di insediamenti in particolare lungo l'area paralitoranea posta a dominio della foce del Krimisa potamos (Lipuda), con fitte evidenze archeologiche.

Con l'espansione dei Brettii nel territorio, nell'età ellenistica, il santuario di Punta Alice diviene il polo religioso di riferimento della popolazione italica stanziata tra Thurii e Crotone. i Bretti si stanziano in aree sparse lungo la pianura come attestato da diverse evidenze archeologiche.

Dopo la conquista romana della Calabra nell'età repubblicana, e con il progressivo smantellamento della rete insediamentale brettía, compiutosi nel corso del II sec. a.C. il Cirotano subì un forte colpo, sicché, assieme al popolamento sparso dell'interno, venne meno anche la fitta rete di fattorie raggruppate alle spalle del centro moderno dí Círò Marina. L'occupazione Romana sembra privilegiare in questa fase la statio di Paternum a Torretta di Crucoli ed il municipio di Petelia (Strongoli). Poco sembra cambiare durante l'epoca imperiale, salvo lo sviluppo di alcune ville rustiche sulle alture prospicienti la valle del Lipuda.

Durante le guerre puniche gli abitati Brettii di Krimisa furono predati e saccheggiata ad opera dei Romani e dei Cartaginesi, e poi smantellati durante l'età repubblicana. I nuovi insediamenti che si formavano lungo la costa del cirotano vennero distrutti diverse volte durante le guerre greco-gotiche. A causa di tali devastazioni e saccheggi, proseguiti lungo tutto l'alto medioevo, le aree costiere furono gradualmente abbandonate al loro destino e gli abitanti si rifugiarono sulle colline che rappresentavano un'ottima posizione strategica, contribuendo, così, a ripopolare il nucleo antichissimo dell'attuale cittadina di Cirò.

Dopo l'anno Mille e la conquista dei normanni nell'Italia meridionale, le aree costiere vengono ad essere nuovamente occupate e coltivate, nonostante che la posizione lungo la viabilità costiera e le facilità di attracco rendessero il territorio facilmente aggredibile ed interessato da lotte di potere e tentativi conquista.

Nel 1115 Riccardo Senescalco, figlio del Gran Conte di Puglia e Calabria Drogone d’Altavilla fratello di Roberto il Guiscardo, entrambi da tempo defunti, sottoscriveva una concessione con la quale dava licenza e potestà all’abate Raimondo del cenobio di San Salvatore di Monte Tabor di poter ripopolare il Castro o borgo fortificato di Alichia (Castrum Licie), da molto tempo in abbandono. Concedeva anche un suo terreno situato inter Liciam et Castellum, quod dicitur Psichro ed un terreno posto in una valle vicino lecclesiam S. Andreae Apostoli (?) nella quale egli ricorda di avere soccorso largamente i poveri di quel contado in un tempo di grande carestia, avendola seminata per loro beneficio e per amore di Dio. Documentata è l'utilizzo della difesa o foresta regia di Alichia, presso l’odierna Punta Alice, dove vicino ad essa sorse nel Duecento l’abitato di Alichia che, secondo la testimonianza della sua stessa università, fu edificato e formato al tempo dell’imperatore Federico II (1194-1250).

Con la conquista degli Angioini nel Regno di Sicilia è attestata la presenza del regio palazzo di Alitio. In quanto simbolo della oppressione regia e feudale, venne devastato e distrutto, tanto che nel 1275 il re Carlo I d’Angiò ordinava al giustiziere di Val di Crati e Terra Giordana di perseguitare gli abitanti delle terre vicine e di costringerli a riedificare a loro spese il regio palazzo. Alichia allora aveva abitanti. Due anni dopo la difesa di Alichia e quella di Crotone sono citate tra le nove foreste regie esistenti in Calabria.

Scoppiata la guerra del Vespro, nel 1283 Alichia fu devastata dagli Aragonesi che vi uccisero le persone più importanti, ferirono molti e altri dovettero fuggire. Alichia ed il suo palazzo furono concessi in feudo a diversi militi fedeli ai regnanti dell'epoca. Con il matrimonio tra Sibilla de Regio e Pietro Ruffo, primogenito del conte di Catanzaro Giovanni, nella prima metà del XIV secolo, Alichia e Ypsigrò passarono ai Ruffo. In un atto del 1334 è attestata per l'ultima volta l’esistenza dell’abitato di Alichia, come che poi spopolò e non rimase più traccia. La foresta, il palazzo, i diritti e le altre proprietà feudali rimasero legati alle vicende della casata dei Ruffo e andarono a far parte del feudo di Ypsigrò, con quest'ultima denominazione che nel corso del tempo divenne dapprima Zirò e infine Cirò.

Dopo le guerre napoleoniche e l'eversione dalla feudalità, ed il mutato clima nel Regno delle Due Sicilie, si verificarono le condizioni per la nascita di una nuova comunità nei territori della Marina, grazie anche alla quotizzazione di alcuni terreni demaniali, che vennero assegnati a contadini indigenti. Questa partecipazione dei ceti popolari alla trasformazione produttiva del territorio cirotano venne testimoniata altresì dalla nascita, nel 1859, di una Cassa popolare di prestanze agrarie a favore degli agricoltori in difficoltà.

Dall'Unità d'Italia alla seconda guerra mondiale la Marina di Cirò andava man mano sviluppandosi a scapito del comune collinare: nel dopoguerra la Marina aveva già una popolazione più numerosa dell'abitato collinare di Cirò, ponendosi le condizioni per il distacco dal centro antico. La separazione consensuale si verificò con delibera del 31 dicembre 1951 da parte del consiglio comunale di Cirò.

Simboli

Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con DPR del 13 dicembre 1979 trascritto nel Registro Araldico il 5 febbraio 1980. Lo stemma è stato ideato dall'artista locale Emilio Frangone.

I colori utilizzati per il fondo richiamano il vestito degli antichi greci-italioti: il bianco ricorda la tunica, il granato il caratteristico mantello. L'iscrizione, Mari Felix Meroque, di monsignor Antonino Terminelli, celebra la ricchezza della zona il cui vanto è costituito dal mare e dal vino. Al vino rimanda anche la figura di Bacco, la cui capigliatura è formata da grappoli d'uva. Il tripode, invece, è un omaggio allo spirito sportivo che animò la cittadina fin dal suo primo sorgere.

Il gonfalone è un drappo partito di rosso e di bianco.

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa di San Cataldo

Dedicata a san Cataldo, patrono del paese, fu canonicamente eretta nel 1901. L'edificio, risalente al 1903 e ampliato nel 1950, sorge nella centrale piazza Armando Diaz, nell'area dove si formò il primo sito abitato della cittadina, noto come Baracca. L'interno trinavato è scandito da due arcate. La navata centrale è affrescata con immagini sacre e presenta un soffitto a capriate in legno. La zona absidale semicircolare, anch'essa con dipinti su sfondo oro, racchiude l'altare maggiore a muro in marmi policromi con al centro la statua della Vergine con il bambino. Una delle cappelle laterali è dedicata a san Cataldo. Una particolare attenzione meritano sia il portale di bronzo, che celebra la storia locale della cittadina, realizzato nel dicembre del 2002 dallo scultore locale Elio Malena, sia i mosaici che impreziosiscono le pareti interne della chiesa.

Santuario Maria Santissima d'Itria Sorge dove un tempo era il castrum di Licia, Alice o Alichia lungo la strada per Cirò e prende il titolo dall'appellativo bizantino Odeghitria, cioè "Guida - Condottiera". Il suo antico titolo "Sancta Maria de Illirìa", cioè Santa Maria dell'Illiria, (l'Illiria è il sud dell'attuale Albania) testimonia la provenienza dell'antica icona originaria (andata perduta) scampata come molte altre alla lotta iconoclasta. Fu Commenda templare e poi affidata ai Cavalieri di Malta dalla sospensione dell'Ordine del Tempio fino alle soppressioni napoleoniche. La chiesa è documentata in un privilegio di metà XV secolo.

Era sede di una grandiosa fiera fino a tutto il Settecento, il 14 settembre, giorno della festa della Madonna d'Itria. Il Servo di Dio Eugenio Raffaele Faggiano, vescovo passionista di Cariati, nel 1940 mise la prima pietra per la riedificazione del diruto santuario, e lui stesso, secondo il suo desiderio, dal 1982 riposa nel santuario, risorto e retto dai padri passionisti suoi confratelli. Al suo interno è custodita una tela in stile iconografico-bizantino della Vergine con il Bambino (autore ignoto dell'Ottocento). Di pertinenza della chiesa sono un salone per convegni, una biblioteca (aperta su richiesta) e una sala lettura. Il Santuario ha un proprio sito internet.

Chiesa di Madonna di Mare Si trova a fianco della struttura dei Mercati Saraceni, a circa dal paese, sul terrazzo che sovrasta il Capo dell'Alice. È stata eretta poco prima del 1638 su iniziativa del vescovo di Umbriatico Antonio Ricciulli, che sollecitò il feudatario, marchese di Cirò - il Principe di Tarsia D. Ferdinando Spinelli - a costruire la Chiesa sul “Capo della Lice” a beneficio dei pescatori, pastori e contadini che spesso si incontravano in quel luogo per i loro affari e nei giorni festivi non potevano assistere al sacrificio della messa, essendo il luogo distante quattro miglia dall'abitato. Il principe spontaneamente si impegnò a far costruire a sue spese una cappella sul luogo, nella maniera indicata dal vescovo. Per dare la possibilità di celebrare, la dotò di una rendita di ducati cinquanta, in modo da pagare un prete secolare, designato dal vescovo, il quale potesse ascoltare le confessioni e celebrare nei giorni di domenica e nelle festività. Oggi è dedicata alla Regina del Cielo. Degna di nota è una tela di autore ignoto che riproduce l'effigie della Vergine.

Altre chiese Chiesa di San Nicodemo abate. Di impianto moderno, si ispira alla tenda ebraica, a simboleggiare che la Chiesa è in continuo cammino. L'interno a unica navata con zona absidale asimmetrica presenta, al centro, la mensa eucaristica in marmo. Il crocifisso centrale è stato spostato sulla destra dopo l'aggiunta nel 2011 di un mosaico dell'Ultima Cena. Chiesa di Sant'Antonio. È stata costruita nel 1999 ed è in stile moderno. L'edificio, che ricorda la forma di una pagoda, ha la copertura in legno e ampie vetrate. L'interno, mononavato con soffitto ligneo, presenta al centro una mensa eucaristica, in marmo, alle cui spalle si erge un crocifisso in bronzo. Degna di nota la grande vetrata circolare a tessere multicolore.