Monaco del Monte Athos, teologo e mistico, divenne arcivescovo di Tessalonica. È conosciuto come un eminente esponente della teologia esicasta e alcune delle sue opere sono raccolte nella Filocalia. Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamas), è commemorato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

Biografia Di nobili origini, il padre Costantino era membro della corte bizantina e senatore. Il padre, su esempio monastico, praticava la preghiera esicasta anche nel corso del proprio lavoro. Purtroppo morì assai presto, quando Gregorio aveva appena sette anni. Gregorio, pur in tenera età, fu avvicinato dai genitori all'ambiente monastico, a maestri e padri spirituali, e questa sua prima formazione pose le basi per tutta la sua vita futura.

Fu avviato agli studi di retorica e filosofia presso il filosofo Teodoro Metochita, con ottimi risultati che gli aprivano una sicura carriera nell'amministrazione imperiale. Tuttavia, egli sentiva che la sua vita poteva trovare una pienezza adeguata a quanto cercava solo in ambiente monastico e, verso il 1316, decise di abbandonare il secolo risolvendo in un modo tutto medioevale e bizantino gli ostacoli familiari che gli si presentavano: propose alla madre, alle due sorelle, ai due fratelli e alla servitù di entrare in monastero. Così, si ritirò sul Monte Athos ed ebbe come primo maestro spirituale Teolepto (1250-1324/25), che in seguito fu metropolita di Filadelfia. Fu molto influenzato da questo maestro che lo introdusse alla pratica della Preghiera del Cuore.

Oramai ventenne, si spostò presso un monastero del monte Papikion in Macedonia, dove visse come monaco. In quei luoghi esisteva una comunità monastica di messaliani con cui ebbe contatti e dove riuscì a convertire alcuni di loro. Nel 1317, assieme a due suoi fratelli, ritornò sulla "Santa Montagna", dapprima sotto la guida dell'anacoreta esicasta Nicodemo, poi presso la Grande Lavra, in seguito presso la comunità eremitica chiamata Glossia, dove si trovavano Gregorio Sinaita e Callisto (quest'ultimo diverrà in seguito patriarca di Costantinopoli). Nel 1325 abbandonò la penisola atonita a causa delle razzie dei pirati. Egli avrebbe voluto trasferirsi a Gerusalemme, ma il suo viaggio finì a Tessalonica, dove nel 1326 venne ordinato sacerdote.

Dopo vari trasferimenti in monasteri greci nel 1331 tornò al Monte Athos, nella skiti di San Sabba, presso la Grande Lavra. Qui scrisse la sua prima opera. Fu per un breve periodo igumeno del monastero di Esphigmenou, che ai tempi contava una comunità di duecento monaci. Nel 1335, mentre si accendeva la "controversia esicasta" con Barlaam di Calabria, tornò alla skiti di San Sabba. Nel 1342 durante un viaggio a Costantinopoli venne arrestato e sottoposto a un processo, in cui venne condannato per i suoi scritti. Rimase nelle prigioni imperiali per quattro anni. Durante la prigionia scrisse molte delle sue opere. Nel 1347 venne convocato un sinodo dall'imperatrice Anna, in cui le idee di Barlaam e di altri filosofi vennero condannate, mentre Gregorio venne riabilitato. In quello stesso anno Gregorio venne consacrato metropolita di Tessalonica. Riuscì a insediarsi nella città di Tessalonica solo alla fine del 1350 o agli inizi dell'anno successivo, dopo che terminarono i moti insurrezionali fomentati dagli zeloti di Tessalonica, una specie di partito indipendentista del tempo nelle cui file militavano pure monaci. La polemica attorno alle teorie del filosofo non si spense e nel 1351 venne indetto un altro sinodo che riaffermò l'ortodossia delle idee palamite.

La Chiesa bizantina, a partire dal 1352, incluse nel Synodikon le espressioni teologiche palamite. In seguito fu fatto prigioniero per un anno dai turchi e, su pagamento di un riscatto pagato dai serbi, venne rilasciato. Nel 1355 fece ritorno a Tessalonica, dove rimase fino alla morte. Venne sepolto nella cattedrale della città. Alla sua canonizzazione nel 1368 il corpo venne traslato nella chiesa a lui dedicata. Oggi il corpo, continuamente venerato, si conserva nella chiesa "san Gregorio Palamas", vicino agli uffici della Metropolia di Tessalonica.

Le linee generali del pensiero di Gregorio Palamas Gregorio Palamas non ha mai voluto essere considerato un pensatore, un filosofo o un teologo in senso accademico. Per lui la cultura ha una sua funzione ma la pratica cristiana e la visione di Dio è qualcosa di assolutamente superiore. Gregorio scrive:

Egli si scusa quando dice che avrebbe potuto scrivere in modo retorico e stupire i suoi ascoltatori ma, invece, ha ritenuto opportuno evitare tutto ciò. Con la cultura il santo ha un rapporto particolare:

Esiste tutta una scuola che ama leggere nei Padri della Chiesa, e di conseguenza anche in Palamas, influenze filosofiche. Gregorio fu un grande estimatore di Dionigi l'Areopagita. È facile, dunque, attribuirgli un pensiero neoplatonico. È importante sottolineare, tuttavia, che, per quanto si possano trovare elementi o termini di origine filosofica, Gregorio come tutti i Padri aveva preso le distanze dalla filosofia, costruendo con i suoi termini un edificio totalmente differente. Non dissimilmente dai Padri egli scrive:

La cesura dalla filosofia e dalla cultura, intese come lontananza dalla pratica cristiana, spiega la sua ritrosia a scrivere e a pubblicizzare le sue conoscenze. Egli iniziò a comporre le sue opere solo quando ne fu costretto. Il suo pensiero, dunque, lo si desume dai suoi scritti nati per difendere il monachesimo e le pratiche di orazione dei monaci atoniti. Palamas, dunque, inizia a scrivere solo per controbattere le opinioni di un monaco-filosofo da poco giunto a Costantinopoli: Barlaam di Calabria.

Barlaam giunse a Costantinopoli apparentemente per motivi di fede, ritenendo che i greci avevano conservato una purezza cristiana persa dai latini. Uno dei suoi primi trattati, infatti, riguarda proprio la difesa di alcune posizioni di fede greche. Appena giunto nella capitale imperiale iniziò a insegnare filosofia ricevendo attenzione e plauso di un'élite che stava riscoprendo i classici greci. Giunto alle sue orecchie che alcuni monaci facevano strane pratiche d'orazione nel Monte Athos, volle recarvisi per scoprire di cosa si trattava. Nell'Athos, probabilmente, ricevette una pessima spiegazione riguardo a tali pratiche e ne fu scandalizzato. Fece ritorno a Costantinopoli col fermo proposito di denunciare come demoniaco quanto aveva visto. Iniziò subito a diffondere le sue opinioni attirandosi l'attenzione di Palamas.

Il santo dapprincipio fu mite e consigliò al suo interlocutore di limitarsi alla sola filosofia, evitando d'invadere un campo che non era di sua competenza. Barlaam non desistette e, con argomentazioni filosofiche, ripropose le medesime accuse in modo ancor più incisivo e convinto. Solo allora la polemica s'infiammò.

La polemica tra Barlaam e Palamas ha un interesse che supera di molto il contrasto d'idee tra i due personaggi. Barlaam si può in un certo senso considerare un umanista, il rappresentante di una nuova sensibilità, di un modo nuovo d'osservare il mondo e le idee religiose. Come tale, egli dava un notevole peso alla filosofia neoplatonica (nella quale leggeva in modo particolare lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita). Barlaam traccia una netta distinzione tra il regno increato (Dio) e la mente umana in quanto tale. Egli formula una specie di "agnosticismo" per quanto riguarda la realtà divina in se stessa. Ad esempio, siccome per lui, in definitiva, il regno di Dio è inaccessibile all'uomo, non ha senso alcuno il contrasto dogmatico tra Oriente ed Occidente sul Filioque. Nel campo della conoscenza secolare, pone Platone e Aristotele al più alto livello, al pari della Bibbia e dei Padri della Chiesa per la teologia. Per Barlaam è possibile «conoscere Dio solo attraverso il mondo creato mentre le affermazioni negative su Dio, espresse dallo Pseudo Dionigi, servono unicamente a determinare ciò che Dio non è».John Meyendorff, A study of Gregory Palamas. Il Calabro reputava che, alla fine, lo studio e l'apprendimento fossero più importanti della preghiera e della contemplazione. Coerentemente con ciò, riteneva una perdita di tempo sottratto allo studio lo stile di vita dei monaci atoniti, completamente incentrato sull'orazione esicasta, ossia su quella preghiera che, includendo particolari tecniche, era fatta nella quiete o "esichìa". Baralaam ridicolizzò i monaci esicasti definendoli "omphalompsychoi", ossia persone che situavano la presenza dell'anima nell'ombelico. Barlaam si oppose agli esicasti, accusandoli d'essere messaliani e cioè di pretendere di vedere l'Essenza Divina con gli occhi del corpo, cosa negata persino da Platone.

Gregorio iniziò col difendere l'esicasmo e passò, in seguito, a ribadire che i profeti hanno un grado di conoscenza del divino che non si può minimamente paragonare a quello di un filosofo, giacché solo i profeti potevano realmente vederLo e sentirLo nel proprio cuore mentre il filosofo Lo poteva solo congetturare. Ciò che l'uomo poteva vedere di Dio non era il Dio in se stesso (la sua sostanza) ma i suoi effetti. Inoltre, l'uomo non può risalire a Dio dalla realtà creata poiché non vi è alcun paragone tra il creato e l'increato (il regno di Dio) (È qui la differente lettura che Palamas e la tradizione orientale hanno dello Pseudo-Dionigi). Non è possibile instaurare tra i due alcun genere d'analogia. Nonostante ciò l'uomo, per grazia, è in grado d'avere esperienza dell'increato e di entrare in comunione con Dio che gli si rivela. Nel sistema palamita è escluso alla radice l'"agnosticismo" barlaamita.

Nelle seguenti parole di Palamas, in risposta a Barlaam, notiamo la sintesi di alcune sue posizioni che lo oppongono a Barlaam:

Queste parole mostrano la profonda differenza nella formazione dei due uomini: il primo, il filosofo Barlaam, aveva grande fiducia nella ragione, che poteva risalire a Dio dalle realtà create. Il secondo, Gregorio, ravvisava nella ragione dei limiti quando si trattava di parlare di Dio, dal momento che Egli è oltre tutto il concepibile e l'umanamente immaginabile. Il primo riteneva utile coinvolgere tutti, il secondo comprendeva che certi argomenti hanno bisogno di prudenza e di profonda formazione spirituale per essere abbordati. Il primo creava una distanza tra il mondo dei laici e quello dei monaci, quasi che questi ultimi fossero il retaggio di un'epoca oramai sorpassata. Il secondo non faceva alcuna differenza tra i due, dal momento che i monaci altro non sono che dei laici i quali vivono radicalmente le esigenze battesimali.

In merito alla questione della possibilità da parte dell'uomo di maturare la conoscenza del Dio trascendente e sostanzialmente inconoscibile, Gregorio distinse fra il conoscere Dio nella sua essenza (in greco ousia) e il conoscere Dio nelle sue "energie" (in greco energeiai), che si possono tradurre con "effetti", "manifestazioni" o "attività", per sgombrare il campo da equivoci che le moderne connotazioni esoteriche della parola "energie" possono addurre. Gregorio mantenne la convinzione che fosse impossibile conoscere Dio nella sua essenza (chi sia Dio in e per se stesso), ma mostrò la possibilità di conoscerlo nelle sue "energie" (conoscere che cosa Dio faccia e chi Egli sia in relazione alla creazione e all'uomo), dal momento che Dio si è rivelato nel Figlio suo. Nelle sue argomentazioni Gregorio si rifece ai Padri della Chiesa che lo precedettero, in particolare ai Padri Cappadoci al punto che, per alcuni, compie una geniale sintesi di tutto il pensiero patristico fino ad allora.