Morì a causa di un'aggressione squadrista, che intendeva punirlo per avere fatto cantare in lingua slovena il coro della sua chiesa: «per aver osato organizzare un coro natalizio nella chiesa di Piedimonte (Podgora), fu costretto a bere olio lubrificante e ne morì fra atroci sofferenze».. È ricordato come martire sloveno del fascismo.
Biografia I primi anni Nacque da una famiglia slovena di Podgora, allora comune autonomo e oggi frazione di Gorizia, città che all'epoca apparteneva all'Austria-Ungheria. Compì gli studi nelle scuole slovene della città e si dedicò alla carriera musicale.
Dopo la Grande guerra (ratificata con il Trattato di Rapallo del 1920), nel 1918 la Contea di Gorizia e Gradisca vennero annesse al Regno d'Italia. Bratuž rimase fedele alla sua origine slovena, sottraendosi al successivo processo di italianizzazione delle minoranze slave della Venezia Giulia, intrapreso dai fascisti.
Attività Diventò insegnante di canto in un coro di San Martino di Quisca (in sloveno Šmartno) nel Collio Goriziano e, più tardi, nel Seminario minore della città.
Nel 1929 venne incarcerato per un breve periodo dalle autorità fasciste, con l'accusa di "attività anti-italiane".
Nel 1930 fu nominato supervisore dei cori di chiesa del goriziano da Francesco Borgia Sedej, arcivescovo di Gorizia.
Diresse diversi cori sloveni di chiesa (gli unici cori in lingua slovena consentiti dalle autorità) nel Collio, nella valle del Vipacco e nella valle dell'Isonzo.
Si sposò con la maestra elementare e poetessa Ljubka Šorli. Ebbe una figlia, Lojzka Bratuž che divenne una nota docente universitaria, presso l'ateneo di Udine, e attivista nelle organizzazioni della minoranza slovena in Italia.
Morte Il 24 dicembre 1936 nel sobborgo di Podgora un gruppo di fascisti rapì Bratuž, che da poco aveva terminato la direzione di un coro in lingua slovena durante la messa. Venne portato in un vicino edificio, dove subì un brutale pestaggio e fu costretto a bere olio di ricino miscelato con olio di motore.
In seguito a tale aggressione morì, dopo circa un mese, nell'ospedale di Gorizia. Pochi giorni prima della sua morte, i suoi sostenitori, riuniti sotto la finestra dell'ospedale, cantarono una canzone slovena e poi fuggirono prima di venire arrestati.
Non appena morì, le guardie italiane circondarono la casa a Gorizia dove viveva la sua famiglia, e non lasciarono avvicinare nessuno. Il corpo venne spostato dall'ospedale all'obitorio, trattenendo fuori i goriziani che chiedevano di visitarlo. Dopo varie insistenze, vennero lasciate entrare delle donne, che deposero dei fiori, ma il corpo fu sepolto nella notte del 18 febbraio, senza funerale. L'evento suscitò grande emozione in tutta la zona.
Nella cultura Nel corso della sua vita Bratuž adattò per coro diversi brani musicali. Oggi un e un centro culturale sloveno di Gorizia portano il suo nome.
Note
Bibliografia
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