Il Museo etrusco Guarnacci è un museo archeologico di Volterra, con sede in via Don Minzoni nel palazzo Desideri-Tangassi. Fondato nel 1732 come museo pubblico cittadino e accresciuto dal lascito dell'abate Mario Guarnacci (1701-1785), che destinò al "pubblico della città di Volterra" la propria collezione archeologica e la propria biblioteca, è considerato uno dei più antichi musei pubblici d'Europa.
Le collezioni documentano la storia di Volterra e del suo territorio dall'età villanoviana all'età romana. Il nucleo più consistente è costituito dalle urne cinerarie in alabastro, tufo e terracotta prodotte dalle officine volterrane tra il IV e il I secolo a.C., circa seicento esemplari con casse decorate a rilievo da scene mitologiche e di viaggio agli inferi. Tra le opere più note del museo figurano l'Urna degli sposi, in terracotta, la statuetta bronzea allungata di età ellenistica nota come Ombra della sera e la stele arcaica del guerriero Avile Tite. Completano il percorso i corredi delle necropoli villanoviane ed ellenistiche del territorio e la produzione ceramica locale a figure rosse.
Storia
Le antichità volterrane sono state note e reimpiegate senza soluzione di continuità: un'urna etrusca di tufo accolse le reliquie di san Clemente recuperate nel crollo della chiesa di San Giusto nel 1140, un'altra quelle di sant'Attinia nel XII secolo, mentre nel XV secolo in vocabolo Marmini fu costruita una casa rivestita all'esterno di urne di alabastro, detta per questo Casa ai Marmi. Allo stesso periodo risale la notizia dell'esposizione in via di Campo Marzio di una statua di Marte, di urne di alabastro e della Kourotrophos Maffei: un esempio di museo all'aperto e pubblico, in un tempo in cui le opere d'arte erano altrove custodite solo in collezioni private..
La formazione della raccolta
Il primo nucleo del museo pubblico fu la raccolta di urne che il canonico Piero Falconcini donò al Comune nel 1731, su suggerimento di Anton Francesco Gori e in cambio dell'ammissione della famiglia al patriziato cittadino; con deliberazione consiliare del 20 agosto 1732 la raccolta fu collocata nel Palazzo dei Priori e aperta al pubblico, allora formato soprattutto da studiosi, due giorni alla settimana... Nei decenni seguenti il museo crebbe lentamente con scavi a spese del Comune e con piccole donazioni: alcune urne da Alessandro Falconcini nel 1740, da Ferdinando Incontri nel 1741, poi dalla famiglia Arrighi e dai Padri Osservanti. Accanto alla raccolta pubblica esistevano in città numerose collezioni private di antichità, chiamate anch'esse "musei": il Gori ne descrive nove, in continuo mutamento per scambi, vendite e acquisti.
Il grande momento delle scoperte è il XVIII secolo, quando nei terreni di famiglie benestanti o di ordini religiosi, in vocabolo Portone e Ulimeto, si conducono scavi con il preciso scopo di raccogliere materiali, per lo più urnette, che in buona parte confluiscono per donazione o vendita nel museo cittadino. Un posto di primo piano spetta a monsignor Mario Guarnacci (1701-1785), arciprete erudito in stretti rapporti con il Gori, promotore di scavi propri e del fratello Giovanni e acquirente, negli anni romani, anche di opere greche e romane sul mercato antiquario.. Con l'acquisto del palazzo Maffei entrarono nella sua collezione le due antichità segnalate già da Raffaele Maffei nel Cinquecento, la stele di Avile Tite e la Kourotrophos Maffei.. Nel 1776 Guarnacci espresse nel testamento la volontà di lasciare la raccolta archeologica e la biblioteca al "Pubblico della città di Volterra"; la donazione, perfezionata alla sua morte, portò nel 1785 al trasferimento di tutti i suoi beni nel Palazzo dei Priori, dove si unirono alla raccolta civica, e da lui presero nome il museo e la biblioteca..Le fonti istituzionali e divulgative datano invece la nascita del museo al 1761, anno di una donazione dell'abate al "pubblico della città di Volterra", e ne indicano come prima sede il palazzo Maffei, acquistato dal Guarnacci per collocarvi le proprie raccolte; il sito dei musei civici attribuisce inoltre la donazione fondativa del 1732 a un Pietro Franceschini. La ricostruzione qui seguita, fondata sugli studi di Enrico Fiumi, è quella di , con cui concorda , che parla di lascito ereditario.
Sotto il primo direttore, Antonio Ormanni, le acquisizioni si moltiplicarono: confluirono nel museo, fra le altre, le raccolte delle famiglie Franceschini, Inghirami e Incontri, delle monache di San Dalmazio e dei frati camaldolesi, insieme a monete, biblioteche di famiglia e cimeli di ogni genere donati dai cittadini.. Nel 1809, durante l'occupazione napoleonica, Ormanni accettò l'invito del sottoprefetto francese a trasferire nel museo i beni librari e artistici sequestrati agli enti ecclesiastici della diocesi e non prescelti per le collezioni nazionali, salvando dalla dispersione intere raccolte dei conventi di Castelfiorentino, San Gimignano e Volterra.
La raccolta dei camaldolesi della Badia
Fra le raccolte settecentesche una si distingue per fisionomia: quella dei monaci camaldolesi della Badia, che i religiosi avevano ordinato sui palchetti di due armadi e che, a differenza degli altri musei volterrani, imperniati sulle urne, era costituita in prevalenza da ceramica. Ne conosciamo la consistenza grazie a un elenco compilato da un monaco per ordine dell'abate e inviato nel 1748 ad Antonio Francesco Gori dal corrispondente volterrano Mattia Damiani, che ne descrive la disposizione oggetto per oggetto: oltre una cinquantina di vasi a vernice nera, in gran parte della fabbrica di Malacena, e poi bronzi, specchi, monete, oreficerie.. I materiali provenivano con ogni probabilità dalla vicina necropoli di Montebradoni, detta anche di Badia, e la raccolta fu trasferita al Museo Guarnacci nel 1809, all'atto della soppressione del monastero: l'identificazione di buona parte dei pezzi fra quelli dell'antico fondo del museo, condotta da Clara Gambaro incrociando l'elenco del 1748 con gli appunti di viaggio di Luigi Lanzi del 1777, restituisce a quel nucleo una provenienza..Fra i pezzi identificati figurano lo specchio con Castore e Polluce, le due anse di vaso con appliques a maschera silenica della seconda metà del IV secolo a.C., un thymiaterion portatile, uno strigile con il marchio phile, un candelabro in ferro e, della fabbrica di Malacena, un cratere a calice, una hydria e uno stamnos. Cfr. .
L'atteggiamento degli altri ordini religiosi fu diverso: i frati di San Girolamo, secondo una lettera di Mario Guarnacci del 1741, scavavano "segretamente, e di notte" nella propria clausura ricoprendo poi il terreno, mentre le monache di San Lino ottennero esenzioni fiscali in cambio della donazione di urne al museo pubblico..Allo stesso Guarnacci si deve la notizia che il cavalier Ferdinando Incontri aveva portato alcune urne in una sua villa "per piantarvi i fiori ed il Basilico". Al medesimo ambiente appartiene Giuseppe Sanfinocchi, scultore di alabastro e contraffattore di antichità, implicato in un traffico di falsi. Cfr. .
La tutela settecentesca L'entusiasmo antiquario ebbe risvolti negativi: perdita dei dati di contesto, dispersione dei reperti, circolazione di falsi, frantumazione di urnette per ricavarne brecciame per le strade, vendita di bronzi antichi, secondo Giuseppe Maria Riccobaldi Del Bava, "a vil prezzo ai fabbri per solo uso di ferramenti". Per porvi rimedio, nel 1744 il magistrato di Volterra ottenne dal governo granducale un provvedimento che vietava di intraprendere scavi senza l'autorizzazione scritta di un'apposita deputazione comunale, imponeva di prendere memoria distinta delle antichità ritrovate e riservava al museo pubblico il diritto di prelazione sull'acquisto; la deputazione fu abolita nel 1790 da Pietro Leopoldo.. Con la commissione del 1744 Volterra aveva anticipato di un decennio il Motuproprio granducale del 1754 per la conservazione dei monumenti antichi.
Le sedi e i direttori La raccolta civica ebbe sede dal 1732 nel Palazzo dei Priori, dove nel 1785 confluirono i beni del lascito Guarnacci; per fare spazio a museo, biblioteca e archivio, gli uffici comunali, compreso quello del sindaco, furono trasferiti nel vicino palazzo Pretorio. Nel 1874, su impulso del direttore Niccolò Maffei, al tempo anche deputato e sindaco di Volterra, il Consiglio comunale deliberò l'acquisto del palazzo Desideri-Tangassi, dove il museo si trasferì nel 1877 insieme alla Biblioteca Guarnacci e all'archivio storico comunale... L'operazione fu finanziata anche con la contestata vendita di circa venticinque avori medievali provenienti dalla Badia, autorizzata dal Ministero della Pubblica Istruzione e conclusa a Firenze nel 1880 per una cifra tripla rispetto al fabbisogno..
Alla direzione del museo, i cui titolari furono chiamati "primi custodi" fino a Ezio Solaini, si succedettero Antonio Ormanni (1786-1817), Giulio Maffei (1818-1853), Filippo Gori (1854-1867), Niccolò Maffei (1868-1887), Ezio Solaini (1887-1942), Enrico Fiumi (1949-1976), Gabriele Cateni (1982-2007), Alessandro Furiesi ad interim (2007-2009) e Fabrizio Burchianti, in carica dal 2013... Accanto al direttore operava un bibliotecario: il primo designato dal Guarnacci, l'abate Mario Ballani, non esercitò mai l'incarico, svolto di fatto dal vice Giuseppe Cailli, che ne ottenne la titolarità solo nel 1805 e morì nel 1809. A Fiumi, che individuò il teatro romano di Vallebuona e ne avviò lo scavo nel 1950, si deve il merito di diverse fra le principali scoperte archeologiche volterrane..
Il museo conserva la più ampia raccolta di urne cinerarie di età ellenistica dell'Etruria.. Fino al 1997 vi fu esposta, in prestito dai proprietari, la Testa Lorenzini, acquistata dallo Stato per prelazione nel 2019 e destinata al Museo archeologico nazionale di Firenze..
La collezione La collezione etrusca, integrata da numerosi reperti sia di età villanoviana che di età romana, è dislocata su tre piani del palazzo ed è costituita da 38 sale collegate in un percorso didattico che consente di percorrere le tappe più importanti della storia dell'antica Velathri.
Piano Terreno Sala I
Nella prima sala sono raccolti reperti risalenti al periodo eneolitico (3000-2000 a.C.), principalmente asce, pugnali di rame, punte di freccia provenienti dalle tombe rinvenute a Pomarance, Guardistallo e Montebradoni che testimoniano come il territorio volterrano fosse intensamente abitato già in età preistorica.
Sono inoltre presenti reperti del periodo neolitico e dell'età del bronzo (2000-1000 a.C.) e dell'età del ferro. I reperti di epoca villanoviana (X-VIII secolo a.C.) sono costituiti da ziri e ossari biconici e oggetti di corredo funebre quali punte di lancia, morsi equini, fibule e vasi di impasto.
Al centro della sala è ricostruita la cosiddetta Tomba di Badia, il cui corredo funebre è esposto in una vetrina adiacente.
Sala I bis
In questa sala il materiale esposto proviene dalla necropoli delle Ripaie e venne rinvenuto negli anni sessanta del XX secolo durante i lavori per la costruzione dello stadio comunale. In quell'occasione vennero alla luce diverse tombe di epoca villanoviana che sono state ricostruite ai lati della sala.
La più interessante è la Tomba Q1 con camera sepolcrale a pseudocupola; il suo corredo è composto da due fermatrecce in argento, un fermaglio in bronzo smaltato, varie fibule di ferro, una fuseruola e tre aryballoi di epoca etrusco-corinzia. La tomba risale al VII secolo a.C., epoca di intensi scambi commerciali tra l'Etruria e Corinto.
Molto recente è l'allestimento degli scavi della tomba del guerriero di Poggio alle Croci, scavata tra il 1996 e il 1997, dalla quale proviene uno straordinario elmo crestato e una fiasca bronzea che non ha equivalenti al mondo per stato di conservazione.
Sala II