La storia della Sardegna sabauda è l'ultima fase della parabola storica del Regno di Sardegna. Inizia nel 1720 e termina formalmente nel 1847, quando Carlo Alberto di Savoia attuò la fusione perfetta del 1847 che unì i possedimenti sabaudi in un unico stato unitario.

Il passaggio della corona Tra il 1701 e il 1714 la Guerra di Successione Spagnola aveva impegnato le potenze europee in un conflitto aspro. L'estinzione della casata degli Asburgo di Spagna apriva la questione della successione sul trono iberico, conteso tra la Francia di Luigi XIV e l'Impero Asburgico, con l'Inghilterra e la maggior parte degli altri stati europei impegnati sul fronte anti-francese (dalla parte dell'Impero). Alla fine del sanguinoso conflitto, dopo intricate vicende diplomatiche e dinastiche che avevano portato al rovesciamento delle alleanze, una prima sistemazione dei regni europei, sancita dopo la pace di Utrecht con il trattato di Rastatt, vide la cessione del regno sardo dalla corona spagnola all'Impero Asburgico (1714). Tuttavia, dopo una breve presa di potere austriaca, ci fu un colpo di mano militare spagnolo, nel tentativo di riconsegnare l'Isola all'egemonia iberica. Il tentativo fu subito ridimensionato dall'ennesima trattativa diplomatica che, col Trattato di Londra (1718), decretò la cessione del regno, col relativo innalzamento al titolo monarchico, alla casa dei duchi di Savoia. Vittorio Amedeo II di Savoia diventò il XVII sovrano del Regno di SardegnaIn proposito: A. Mattone, La cessione del regno di Sardegna, in “Rivista storica italiana”, 1992; F.C. Casula, Storia di Sardegna, Sassari-Pisa, s.d..

I primi decenni dei nuovi monarchi Il primo atto della nuova monarchia sabauda fu la convocazione del parlamento del regno (nei suoi tre “bracci”, o “stamenti”) davanti al quale il primo viceré piemontese, il barone di Saint Remy, giurò solennemente di non abrogare o modificare le leggi vigenti, ossia di rispettare i privilegi della aristocrazia e del clero e le prerogative della sette "città regie" (non infeudate). I Savoia speravano di poter comunque permutare la Sardegna con un altro territorio, pur mantenendo il titolo monarchico. Queste due condizioni comportarono il sostanziale immobilismo dell'amministrazione sabauda, almeno in un primo momento, in un contesto socio-economico e politico ancora fortemente condizionato dal retaggio culturale iberico.

Feudi, fisco, condizioni economiche A lungo rimasero del tutto immutati tanto il regime feudale, quanto le consuetudini locali. La Sardegna era ancora divisa in feudi, di estensione e giurisdizione eterogenea. Il titolare del feudo era spesso assente, risiedendo di preferenza nelle città o fuori dell'Isola. In vece del barone amministrava il feudo un suo funzionario, detto podatariuF.I. Mannu, Innu de su patriotu sardu a sos feudatarios, 1795, preposto fondamentalmente all'esazione delle tasse e delle gabelle. Queste erano numerose e spesso molto pesanti per i vassalli, gli abitanti del feudo. In molti casi la loro riscossione era appaltata ai cosiddetti “arrendatori”, esattori privati che versavano una quota fissa e pattuita in precedenza all'amministrazione del feudo e lucravano sul surplus delle imposte. L'imposizione risultava dunque aggravata da tale pratica, con conseguenti proteste e ribellioni, negli anni di carestia. V'era poi il problema della giurisdizione, in quanto le cause penali e civili, almeno in primo grado, erano di competenza del signore. Imposizione fiscale e amministrazione della giustizia restavano dunque saldamente in mano alla classe aristocratica. Unica fonte di salvaguardia per le comunità infeudate erano i “consigli comunitativi”, una sorta di consiglio comunale locale, spesso in grado di ottenere dal feudatario o dal suo rappresentante in loco condizioni fiscali meno gravose, specie nelle zone in cui le comunità erano più coese e vantavano una tradizione di autonomia più marcata, ossia nelle zone interne a vocazione pastorale. Il mondo economico, al di là del vasto settore primario (agricoltura e allevamento), era completato dal settore artigianale (per lo più limitato alle città e organizzato in corporazioni, i gremi) e dal piccolo commercio. Quasi nulla la trasformazione. La stessa agricoltura rimaneva ad un livello di sussistenza, esposta ai capricci del tempo e alle crisi produttive, secondo le più classiche dinamiche pre-industriali. In generale, l'economia era pesantemente condizionata dall'approvvigionamento obbligatorio delle città, specie Cagliari e Sassari. Le altre città del regno (Iglesias, Oristano, Bosa, Alghero e Castelaragonese/Castelsardo) godevano a loro volta di privilegi e concessioni, derivanti dal loro status di "città regie", ossia non infeudate e sottoposte alla diretta giurisdizione reale (i rappresentanti delle città avevano un braccio del parlamento loro destinato, lo “stamento reale” appunto).

Aspetti culturali La classe dominante sarda continuò ad esprimersi in spagnolo e persino in catalano, il popolo in sardo e nelle lingue locali dell'isola. L'apparato di governo sabaudo, costituito da funzionari mediocri, spesso di mentalità ristretta e con una visione strumentale degli incarichi nell'Isola, aggiunsero alla pressione fiscale la propria rapacità personale, contribuendo a ingenerare nei sardi di tutte le classi sociali un diffuso sentimento di avversione verso i piemontesiF. Francioni, Vespro sardo, Cagliari, 2001.[non sufficientemente chiaro e motivato] I costumi, le feste e la lingua dell'amministrazione e della cultura rimanevano prettamente iberici, mentre i funzionari piemontesi si esprimevano in francese e, per gli usi amministrativi, usavano l'italiano (scelto da casa Savoia come lingua ufficiale dal XVI secolo). Con l'arrivo del conte Bogino al Ministero degli affari Sardegna (che resse dal 1759 al 1773), l'amministrazione sabauda si preoccupò di rinnovare le due università dell'Isola (Cagliari e Sassari). Fu in tal contesto che in Sardegna poté formarsi un ceto intellettuale nuovo, aperto alle idee che provenivano dall'Italia, dall'Europa e quindi dalla cultura del Lumi; una generazione che avrà modo di distinguersi all'epoca di quel celebre e tormentato triennio rivoluzionario di fine secolo XVIII.

Razionalizzazione amministrativa e centralismo nel secondo Settecento Solo nella seconda metà del secolo, sotto Carlo Emanuele III, il governo piemontese diede impulso a una prima ristrutturazione amministrativa del regno. Sotto la direzione di Giovanni Battista Lorenzo Bogino (dal 1759 al 1773 ministro per gli Affari in Sardegna), venne messo mano all'intero apparato pubblico, alle istituzioni educative, al credito agrario (ristrutturazione dei "monti granatici"), al commercio, ai rapporti con la Chiesa. Il tutto avvenne nell'ottica di un ammodernamento e di un accentramento amministrativo che eliminavano o indebolivano istituti e consuetudini molto radicati, senza modificare i rapporti di forza sociali e senza alterare il delicato equilibrio instaurato con la classe dominante sarda. Tuttavia, tali misure, attuate nell'arco di circa un ventennio, causarono malumori e resistenze in tutte le classi socialiVedi in proposito: F. Francioni, Vespro sardo, cit.. A livello popolare, il ridimensionamento delle autonomie locali senza la riforma del regime feudale, privava le comunità degli unici strumenti di contrattazione posseduti fino a quel momentoG. Sotgiu, Sardegna sabauda, Roma-Bari, 1984. Le misure adottate in materia di razionalizzazione dei settori produttivi e del commercio non modificarono le dinamiche principali dell'economia sarda. La classe aristocratica, dal canto suo, vide se possibile diminuire la propria rilevanza concreta nelle decisioni politiche, essendo le cariche principali (anche se non sempre) destinate in via esclusiva al personale piemontese o savoiardo. L'accentuazione dell'assolutismo comportò almeno in parte una maggiore efficienza nella macchina amministrativa e nell'andamento del ciclo economico, anche se non tanto per quanto riguarda la condizione generale dei sudditi, che rimasero esposti all'esosità del sistema fiscale feudale (pur con migliorie innegabili anche in ragione dell'istituzione dei consigli comunitativi) e alle incertezze di un antiquato regime produttivo. Se da una parte si è parlato a tal proposito di “razionalizzazione senza riforme”Cfr, G. Sotgiu, Sardegna sabauda, cit., studi soprattutto successivi hanno rivalutato l'efficacia del riformismo boginiano.

La questione della lingua italiana Nel contesto delle riforme “boginiane” posto particolare occupa la questione della lingua italiana. In Sardegna la promozione del toscano letterario, fino a quel momento, non era stata sistematica né particolarmente incisiva. Allorché, anche in relazione alla ristrutturazione delle università sarde, il governo piemontese decise di procedere con più decisione in tal direzione, ne scaturì una forte resistenza da parte dell'intellettualità e della classe aristocratica: questa, di costumi e mentalità iberici, non gradiva di dover abbandonare le lingue di cultura e dell'amministrazione usate per secoli, ossia il catalano e lo spagnolo, a favore dell'italiano. Di fatto, mentre la popolazione continuò a parlare in sardo e nelle lingue locali dell'isola, parte della nobiltà continuò a usare lo spagnolo e in certi casi il catalano per un secolo e oltreAnche su questo punto vedi: G. Sotgiu, Sardegna sabauda, cit..

Crisi dell'antico regime e rivoluzione Nonostante i tentativi di rendere più razionale ed efficiente l'amministrazione, le misure adottate sotto la guida del Bogino non ottennero i risultati previsti. I commentatori di parte piemontese attribuivano la causa del fallimento all'indole e al malcostume atavico dei sardiFederico Francioni, Vespro sardo, cit.. Permanevano i problemi strutturali ereditati dall'epoca precedente, aggravati dall'inerzia e dalla corruzione degli amministratori piemontesi.

I primi segni del malessere In Europa si diffondeva l'Illuminismo e si mostravano i primi segnali della crisi incombente (rivolte popolari, proteste, repressioni). Anche in Sardegna cresceva il malcontento e le idee nuove del secolo trovavano accoglienza nella classe borghese e nel ceto dei bottegai e degli artigiani, nel basso clero e nella nuova classe intellettuale. Nel 1780 scoppiò una rivolta a Sassari. Nelle campagne aumentarono i casi di rifiuto di versare canoni e imposte agli esattori. Molte situazioni dovettero essere risolte con la forza.

Il tentativo di occupazione francese